
Se a Giorgia Meloni viene così naturale inseguire Vannacci è perché, in fondo al cuore, lei e il generale si riconoscono nella stessa cultura politica: il neofascismo.
Fa paura infatti il quadro ideologico entro cui la presidente del Consiglio colloca i suoi ragionamenti e le sue proposte.
Quando lei e Vannacci affrontano le difficoltà della scuola, trasformando l’origine dei bambini in un criterio di discriminazione razziale, emerge un’idea della società nella quale chi viene da fuori resta sempre qualcuno da tenere a distanza, una minaccia che persiste anche mentre si chiede loro di integrarsi.
Questa volta, però, sono il cardinale Zuppi e il Presidente Mattarella, con due interventi distinti ma convergenti, a offrire una risposta che merita di essere ascoltata.
Il cardinale Zuppi ha richiamato le disuguaglianze che impediscono ai ragazzi di avere le stesse opportunità, indicando nella scuola uno strumento di giustizia e di pace.
Mattarella ha ricordato il ruolo della scuola nell’integrazione e la responsabilità delle istituzioni nel sostenere gli insegnanti. Parole che riportano al centro i bambini, il loro diritto a imparare e il futuro della comunità nella quale cresceranno.
La conoscenza dell’italiano è essenziale. Proprio per questo occorre insegnarlo, organizzando corsi, formando docenti e fornendo alle scuole i sostegni e gli strumenti necessari.
Del resto, già il Testo unico sull’immigrazione del 1998 prevede corsi e iniziative per l’apprendimento della nostra lingua, affidando a Stato, Regioni ed enti locali il compito di rendere effettivo il diritto allo studio. Il governo dovrebbe spiegare come intende attuare e rafforzare questo impegno, verificando i bisogni delle scuole e i risultati degli interventi.
C’è poi una contraddizione precisa che Meloni dovrebbe chiarire. Con il decreto Cutro del 2023, il suo governo ha eliminato i corsi di italiano dall’elenco dei servizi da assicurare nei centri governativi di prima accoglienza e nei CAS. Certo questa scelta riguarda i richiedenti asilo, non i corsi scolastici: sono ambiti diversi, ma la domanda politica resta. Come si può proclamare indispensabile l’apprendimento della lingua mentre si eliminano strumenti che lo favoriscono?
Nelle scuole, invece, il Ministero ha annunciato nel 2024 uno stanziamento di soli 12,8 milioni di euro per il potenziamento linguistico degli studenti stranieri neoarrivati. Bene: si dica quanti ragazzi siano stati raggiunti, con quante ore di lezione e con quali risultati, e si destinino risorse adeguate ai territori in cui ancora mancano.
Le difficoltà degli insegnanti sono reali e meritano risposte serie. Servono docenti preparati, continuità educativa, sostegno linguistico e un lavoro costante con le famiglie e nei quartieri, perché la concentrazione della povertà e dello svantaggio si affronta anche fuori dalle aule.
Ma c’è anche un altro dato di enorme rilievo e significativo che viene ostinatamente ignorato dall’ideologia discriminatoria della destra neofascista.
Nelle scuole italiane gli alunni senza cittadinanza italiana sono circa 931mila: l’11,6% del totale, quasi 12 ogni 100. Una condizione di discriminazione che diventa sempre più intollerabile. Ma a questo il governo non pensa.
Vi sono studenti senza cittadinanza che parlano un buon italiano e studenti che sono cittadini italiani ma non parlano un italiano adeguato.
Per questo sono importanti le parole di Zuppi e Mattarella: ricordarci che ogni bambino deve poter trovare nella scuola un posto, gli strumenti per crescere e la fiducia di appartenere a un futuro comune. È su questa capacità che si misura la forza di un Paese.
Però a Meloni non interessano i problemi concreti e neppure interessa fare qualcosa di utile per risolverli.
Lei è in campagna elettorale e deve rincorrere Vannacci e i suoi deliri di discriminazione contro i migranti e i loro figli.
Enrico Rossi

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