
Nell’intervista di venerdì Giorgia Meloni ha fatto una cosa che oggi, in mezzo a questo caos globale, è quasi un atto di lucidità: ha abbassato i toni, si è tenuta dentro la traiettoria europea e har scelto con cura cosa dire e cosa non dire. Non è una fuga, non èy un “facciamo finta di niente”. È una posizione. L’Italia resta nel campo occidentale, ma evita di farsi trascinare nella modalità rissa permanente.
Il punto è proprio questo: Meloni si discosta, con molta diplomazia, dall’atteggiamento aggressivo di Trump, purr restando in un ambito europeo e senza trasformare ogni passaggio in una prova di forza. È un modo di stare al mondo che non fa rumore, e proprio per questo pesa. In tempi in cui molti confondono la fermezza con l’urlare più forte, la scelta di restare misurati è quasi controcorrente.
Dall’altra parte, Trump sembra sempre più convinto di poter riscrivere la geopolitica a colpi di slogan. La Groenlandia non è più una sparata da comizio buttata lì per far parlare di sé: nella sua narrazione diventa un obiettivo “legittimo”, al punto da arrivare a dire che gli Stati Uniti sarebbero disposti a prendersela anche con la forza. È il tipo di frase che, detta da chi guida una superpotenza, non resta mai una frase e basta. Diventa un segnale. Un precedente. Un invito implicito a chi, nel mondo, sogna la stessa scorciatoia.
E allora viene fuori la domanda che rimbalza nelle cancellerie e anche nelle conversazioni normali, quelle da bar e da chat: il resto del mondo sta guardando divertito lo show del donaldone nazionale o lo sta guardando con preoccupazione. Probabilmente entrambe le cose. C’è chi ride perché è l’unico modo per non pensarci troppo, e c’è chi invece sente chiaramente che quando inizi a parlare di “prendere” un territorio come fosse un pacco in consegna, stai sdoganando una logica pericolosa.
In questo scenario il contrasto è quasi cinematografico. Da una parte la diplomazia che prende tempo, misura le parole, prova a restare dentro le regole e dentro l’Europa. Dall’altra l’idea che la forza sia una scorciatoia, che basti una dichiarazione per spostare i confini e mettere tutti sull’attenti.
E in mezzo c’è un’attesa che non è nemmeno tanto nascosta: le elezioni di midterm. Il mondo le aspetta con una trepidazione che somiglia più a un bisogno di argini che a un rito democratico. Dita incrociate, calcoli, speranze. Perché quando la politica diventa teatro e la potenza diventa capriccio, l’unica cosa che resta è aspettare che arrivi un freno. E sperare che regga.
Piero Terracina

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