
Finalmente è stata risolta la questione della rilevanza del nostro Paese in politica estera.
Mentre a Tivat in Montenegro si riunivano i leader europei per discutere di Balcani, Ucraina, allargamento dell’Unione, Bosnia e nuovi equilibri geopolitici, l’Italia ha scelto la sua grande priorità diplomatica: la filatelia.
Macron, Merz, von der Leyen, Costa, Kallas e i leader balcanici parlavano del futuro dell’Europa. Meloni, invece, si è trattenuta a Reggio Calabria per la presentazione di un francobollo. Una scena perfetta: gli altri al tavolo dove si decide, noi a sigillare con la firma su un francobollo la nostra nostra irrilevanza.
E pensare che questo governo ci ripete ogni giorno che l’Italia è tornata centrale, rispettata, ascoltata, determinante. Forse la famosa centralità internazionale ormai viaggia per posta ordinaria.
Da Palazzo Chigi assicurano: nessuna dietrologia, solo una questione di tempi. Certo. Può capitare. A qualcuno salta un summit europeo per una crisi diplomatica, a qualcun altro per una guerra, a noi per un francobollo.
Intanto gli altri discutono di Ucraina, difesa, allargamento dell’Ue, influenza nei Balcani e rapporti con la Russia. L’Italia, che su quella sponda dell’Adriatico dovrebbe avere voce per la storia e per gli interessi, manda un messaggio dove si dice rammaricata di non poter partecipare.
Rammarico, appunto: la cifra perfetta della nostra politica estera.
Alla fine la scena è quasi comica, se non fosse politicamente tragica: mentre gli altri decidono, noi timbriamo.
L’Italia non era mai caduta così in basso a livello internazionale: alla diplomazia del dispetto, alla scelta di non esserci per farsi notare di più.
Ma il mondo degli adulti e della politica internazionale non funziona in questo modo
Enrico Rossi

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