
Il passaggio è di quelli che segnano una fase politica. Non è solo uno scontro personale, ma una ridefinizione degli equilibri. La rottura tra Giorgia Meloni e Donald Trump, consumata con parole durissime del presidente americano – “non abbiamo più lo stesso rapporto” e accuse esplicite sulla mancata collaborazione italiana nella crisi iraniana – ha prodotto un effetto immediato: ha liberato la premier da un vincolo politico che fino a poche settimane fa appariva quasi identitario. Non è un dettaglio. Perché quel legame, rivendicato a lungo come elemento di forza, si era progressivamente trasformato in un limite, soprattutto nel momento in cui la linea americana si è fatta più aggressiva e meno compatibile con la tradizione diplomatica italiana. La presa di distanza, anche sui toni inaccettabili rivolti al Papa, ha segnato una discontinuità evidente. E da quel momento, il profilo internazionale di Meloni ha cominciato a cambiare.
A sorprendere, in questo passaggio, è stato anche il comportamento del Parlamento italiano. In una stagione segnata da divisioni profonde, si è registrato un sostegno trasversale alla linea di autonomia della premier. Anche l’opposizione, pur con critiche nel merito, ha riconosciuto la necessità di una posizione chiara. L’intervento di Elly Schlein, particolarmente netto, ha sottolineato l’obbligo istituzionale di prendere le distanze da Trump, contribuendo paradossalmente a rafforzare la posizione di Meloni sul piano interno. È un passaggio non banale. Perché quando la politica interna si ricompone, anche solo temporaneamente, attorno a una linea di politica estera, significa che si percepisce un interesse nazionale in gioco. E in questo caso l’interesse è evidente: evitare che l’Italia venga trascinata in una logica di escalation e mantenere un ruolo autonomo nello scenario europeo e mediterraneo.
Il tassello successivo è arrivato quasi immediatamente con l’incontro a Roma con Volodymyr Zelensky. Un vertice che, nelle forme e nei contenuti, ha rappresentato molto più di un appuntamento diplomatico. Meloni ha ribadito il sostegno italiano all’Ucraina senza cedere alle polemiche, evitando ogni riferimento diretto allo scontro con Trump e riaffermando una linea di continuità con gli alleati europei. È qui che emerge il nuovo profilo della premier: non più semplice interprete di un asse atlantico sbilanciato, ma possibile punto di equilibrio tra le diverse anime dell’Occidente. Una funzione di mediazione che, fino a ieri, appariva difficilmente praticabile proprio a causa della sua vicinanza politica a Trump e, più in generale, al mondo sovranista europeo. Anche l’“ombra” di Orbán, che negli ultimi anni aveva rappresentato un riferimento politico ingombrante, sembra oggi attenuarsi, lasciando spazio a una collocazione più autonoma e, per certi versi, più istituzionale.
Naturalmente, questa trasformazione non nasce nel vuoto. È anche il prodotto di una necessità politica interna. La sconfitta referendaria, le tensioni nella maggioranza, le polemiche degli ultimi mesi avevano indebolito l’immagine del governo. Spostare il baricentro sulla politica estera, rilanciare il ruolo internazionale dell’Italia, accreditarsi come interlocutore affidabile in una fase di crisi globale, rappresenta anche una risposta a queste difficoltà. Ma sarebbe riduttivo leggerla solo in chiave tattica. Perché il contesto internazionale, segnato dalla guerra in Iran, dalle tensioni in Medio Oriente e dal conflitto ucraino, richiede proprio figure capaci di tenere insieme fermezza e prudenza, alleanza e autonomia. Meloni sta provando a occupare questo spazio. Resta da vedere se riuscirà a consolidarlo. Ma una cosa è già evidente: la rottura con Trump, che poteva apparire come un problema, si sta trasformando in una occasione. E nella politica internazionale, le occasioni spesso contano più delle alleanze.
Cesare Mannucci

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