
di Eleonora Ardemagni*
Tre settimane e migliaia di droni e missili dopo, le monarchie del Golfo hanno trasformato l’attesa in un’arma strategica, pensando – con un realismo estremo e non privo di rischi – al dopo guerra. Tuttavia, gli attacchi iraniani ai siti energetici fanno adesso salire, ulteriormente, il livello dello scontro, mettendo questa strategia a dura prova.
Mentre la guerra di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran giunge alla terza settimana, le capitali arabe del Golfo, ancora sotto attacco di Teheran, hanno scelto per ora di attendere. Gli Emirati Arabi Uniti (colpiti da oltre la metà degli attacchi totali), l’Arabia Saudita, il Qatar e le altre monarchie dell’area non hanno fin qui risposto militarmente alle migliaia di droni e missili scagliati dalla Repubblica Islamica contro i loro territori, obiettivi civili compresi.
Questa guerra ha già dimostrato che non esistono buone opzioni, ma solo perdite nette per l’intera regione e non solo. Tuttavia, di fronte al dilemma tra ‘subire’ e ‘reagire’, le monarchie del Golfo hanno fin qui valutato che la prima opzione comporti meno rischi, umani ed economici, rispetto alla seconda.
Ora che l’energia – come già il commercio marittimo – diventa però campo di battaglia della quarta guerra del Golfo, il dilemma non può che farsi più lacerante, come emerge volutamente dalle parole del ministro degli esteri saudita sulla pazienza “non illimitata” dei paesi della regione, pronunciate al termine della riunione di Riyadh dei ministri degli esteri arabi e islamici (18 marzo).
Tra subire e reagire
Il fatto che i sistemi di difesa locali, con il supporto difensivo di statunitensi, britannici e francesi, siano fin qui riusciti a contenere il numero delle vittime rende la scelta di ‘subire senza reagire’ politicamente meno insostenibile. Le monarchie del Golfo hanno infatti registrato tassi di intercettazione delle minacce aeree elevati.
Tuttavia, l’assenza di una reazione militare, settimana dopo settimana, porta con sé anche rischi politici e d’immagine. Le ondate di droni e missili che da Teheran raggiungono soprattutto basi militari, aeroporti, porti e impianti energetici delle vicine monarchie sono già divenute un inaccettabile “new normal” che impatta sulla quotidianità di milioni di residenti, specie negli stati e nelle aree costiere che si affacciano sul Golfo, logorandone la fama di luoghi sicuri. Un’emergenza sì temporanea, ma legata all’imprevedibile durata di una guerra subita.
Inoltre, l’inazione delle monarchie del Golfo davanti agli attacchi iraniani offre il fianco all’abile propaganda bellica della Repubblica Islamica che – drone dopo drone – enfatizza le vulnerabilità delle infrastrutture strategiche dei vicini. Nonché i ‘buchi’ nell’ombrello difensivo americano che dovrebbe – ancor prima di proteggerle – scoraggiare gli attacchi stessi. Argomenti che, al netto delle strumentalizzazioni di guerra, contengono elementi di realtà che gli Emirati Arabi, il Qatar, l’Arabia Saudita e le altre monarchie dovranno seriamente affrontare, a conflitto terminato.
Per ora, la priorità è però proteggersi e poter continuare a farlo, per un tempo indeterminato. I sistemi di difesa stratificati (layered defence) dei paesi del Golfo sono sotto stress soprattutto a causa dei droni di Teheran: le monarchie sono alla ricerca di strumenti di intercettazione ancora più efficienti, in proporzione ai costi economici, del THAAD (Terminal High Altitude Area Defence) e dei Patriots in dotazione, pensati soprattutto per intercettare i missili.
L’attesa strategica: comunicazione pubblica e dopoguerra
In questo contesto, la postura di attesa strategica fin qui adottata dalle monarchie del Golfo è più sottile di quanto appaia a un primo sguardo: è una scelta politica proiettata al dopo guerra. Nell’immediato, le leadership arabe del Golfo stanno innanzitutto tentando di reindirizzare il discorso mediatico delle “monarchie sotto attacco” per sottolineare altri aspetti, come la “cautela”, la “moderazione” e il “senso di responsabilità” dei loro governi di fronte a un conflitto che potrebbe allargarsi. Continuando a riaffermare il “diritto all’autodifesa” ma, fin qui, senza esercitarlo. Questo tipo di comunicazione pubblica si rivolge ai residenti, compresi i tanti lavoratori expatriates – già alle prese con una realtà nuova scandita dal ronzio della contraerea e dagli alert sui cellulari – nonché agli investitori internazionali, nel pieno della diversificazione economica post-idrocarburi.
Nel medio periodo, l’attesa strategica delle monarchie del Golfo serve invece a conservare uno spazio negoziale, da spendere quando la fase militare e politica lo consentirà. Non sarà affatto facile: da quando sono iniziati gli attacchi, gli Emirati Arabi hanno ritirato l’ambasciatore dall’Iran e il Qatar ha espulso gli attaché militari iraniani. Comunque vada la guerra e chiunque sia al potere a Teheran, i paesi arabi dell’area sono e saranno tuttavia obbligati, per geografia, a coesistere con l’Iran. Quindi a tenere sempre aperti i canali diplomatici: su questo punto, le monarchie del Golfo sono nuovamente coese. E aspettano che il quadro della guerra cambi per poter incidere nel processo diplomatico: un processo che sarà funzionale, innanzitutto, al ripristino della loro sicurezza nazionale.
Le difficoltà strategiche registrate fin qui dagli Stati Uniti, specie nello Stretto di Hormuz in cui è l’Iran – come fu per gli Houthi nel Mar Rosso – a decidere chi può passare e chi no, suggeriscono tempi non brevi per il conflitto e risultati non definitivi. Un cambiamento potrebbe giungere dal prevalere netto, in termini militari, di un attore sull’altro o, più verosimilmente, dal progressivo logoramento – per risorse e obiettivi mancati – di tutti gli attori coinvolti, Stati Uniti, Israele e Iran.
In quel momento, le monarchie del Golfo saranno posizionate per dare un contributo alla diplomazia regionale. Pronte a capitalizzare un’attesa, comunque carica di rischi, il cui potenziale strategico potrà essere espresso solo ‘a droni fermi’. La domanda è però quali attacchi, e danni, i paesi del Golfo dovranno ancora affrontare prima che la de-escalation prenda forma. E per quanto tempo siano ancora disposti a difendersi e basta.
Eleonora Ardemagni
*Istituto Ispi

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