
di Eleonora Ardemagni
Il coraggioso viaggio del presidente americano Joe Biden in Medio Oriente sarà ricordato, soprattutto, per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. Nei giorni convulsi seguiti all’attacco terroristico di Hamas contro Israele, gli Stati Uniti hanno provato a tessere una tela diplomatica con i partner arabi, grazie al tenace tour regionale del Segretario di Stato Antony Blinken (sei paesi in pochi giorni, più due volte in Israele). Una tela fatta soprattutto di ascolto e di tempo. Il tempo che serviva –ed era il ´non detto` di questa missione- a rallentare la risposta militare di Israele, quell’offensiva di terra a Gaza che sembrava imminente. Rallentare per organizzare, anche, una risposta umanitaria alla spirale della guerra, per mandare messaggi di deterrenza all’Iran e ai suoi alleati non-statali (le due portaerei USA dispiegate nel Mediterraneo Orientale) e per abbozzare, con gli attori locali e regionali, qualcosa che somigliasse al ´dopo`.
L’attacco all’ospedale Al Ahli di Gaza ha squarciato quella tela di ascolto e diplomazia. Fino a quando non vi sarà un’inchiesta indipendente, le parti continueranno a rinfacciarsi l’accaduto. Di certo, quell’evento ha, di nuovo, messo a soqquadro i pericolanti equilibri politici che si stavano delineando in Medio Oriente dopo il 7 ottobre. L’annullamento del vertice di Amman tra Stati Uniti, Autorità Nazionale Palestinese (ANP), Egitto e Giordania ridimensiona, e di molto, lo sforzo diplomatico di Washington nella regione. Di questo viaggio rimarranno solo le fotografie di Biden a Tel Aviv con il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Una tappa imprescindibile e importante, ma un risultato insoddisfacente non soltanto per la stabilità della regione, ma per la tenuta stessa dell’influenza americana in Medio Oriente.
Il gioco di Hamas, dell’Iran e delle milizie sciite
L’attacco all’ospedale fa il gioco politico e narrativo di Hamas e, in parte, dell’Iran: questa è la prima cattiva notizia per gli Stati Uniti. Con un tempismo disarmante, la presenza di Biden a Israele è coincisa così con le proteste di molte piazze arabe contro Israele e contro gli Stati Uniti (oltreché dei palestinesi dei territori contro l’ANP). Un quadro che restituisce una pericolosissima cesura tra campi che ora appaiono opposti, avvicinando l’ipotesi di escalation regionale. Nei giorni in cui Blinken visitava le capitali arabe, il ministro degli affari esteri iraniano Hossein Amir-Abdollahian si recava in Iraq, Libano e Siria, ovvero il cosiddetto “asse della resistenza” proprio contro Israele e USA. Il conflitto tra Hamas e Israele, che ha radici storicamente locali, si sta trasformando sempre più in una ´partita a scacchi` regionale tra Iran e Stati Uniti.
Razionalmente, l’Iran non ha interesse a un’escalation: è ben attrezzato per il warfare marittimo e può contare sul servizio militare obbligatorio, ma non ha adeguata difesa aerea. L’Iran sa di non poter vincere una guerra convenzionale ed è per questo che, negli anni e grazie al Generale Qassem Soleimani (ucciso nel 2020), ha organizzato nella regione un network di attori armati non-statali . La finalità é tenere il confitto lontano dai confini nazionali, guadagnando influenza (la cosiddetta difesa avanzata): gruppi armati finanziati, armati e addestrati dai pasdaran delle Guardie della Rivoluzione Islamica di Teheran, a Gaza (Hamas), in Libano (Hezbollah), in Siria (le milizie sciite pro-Assad), in Iraq (le Forze di Mobilitazione Popolare), in misura minore nello Yemen (gli houthi). Milizie che appartengono alla costellazione pro-Iran ma che hanno gradi differenziati di dipendenza da Teheran e che, negli ultimi anni, hanno acquisito un peso economico, sociale e persino politico nei rispettivi paesi, come avvenuto in Libano e in Iraq.
Siccome la politica non è soltanto razionalità ma è anche percezione, l’attuale vulnerabilità di Israele -oltreché gli stretti margini di manovra politica degli USA e la rabbia di molte piazze arabe- potrebbero ora spingere l’Iran a un intervento indiretto nella guerra, mediante le milizie alleate. Aprendo, per esempio, il temuto ´fronte nord` dal Libano con Hezbollah, oppure inserendosi nel campo di battaglia di Gaza. C’è un precedente: nel 2013, i miliziani sciiti libanesi intervennero a Qusayr (Homs) in Siria, a guerra civile in corso, a sostegno dell’esercito siriano e delle milizie locali. Questa fase della guerra sarà allora un test per valutare il livello di autonomia politica delle milizie filo-iraniane dalla Repubblica Islamica. A cominciare da Hezbollah; anche perché il “partito di Dio” ha gradualmente acquisito il ruolo di ´mentore` degli altri gruppi in tema, per esempio, di addestramento e knowledge-transfer.
Le monarchie del Golfo si irrigidiscono verso Israele, ma sono divise su Hamas
La seconda cattiva notizia per la politica mediorientale degli Stati Uniti è la reazione delle monarchie del Golfo all’attacco contro l’ospedale a Gaza. Dall’Arabia Saudita agli Emirati Arabi, dal Bahrein al Qatar, tutte hanno immediatamente attribuito l’attacco a Israele, assecondando così la versione di Hamas. E si ritorna alla tessitura diplomatica di Blinken, che si era innanzitutto premurato di tenere unito il fronte ´arabo moderato` -ovvero i paesi in cui l’Iran non ha influenza- raccogliendo le loro forti preoccupazioni circa la situazione umanitaria nella Striscia di Gaza sotto assedio israeliano. In questi giorni, gli Stati Uniti avevano infatti compreso che la portata della risposta militare di Israele all’attacco terroristico di Hamas, nonché la capacità di Tel Aviv e della comunità internazionale di proteggere i civili di Gaza, sarebbero stati fattori determinanti affinché i loro partner regionali fossero in grado di sostenere la de-escalation tra le parti. Partner regionali senza i quali le chances diplomatiche degli Stati Uniti in Medio Oriente diventerebbero inesistenti.
Tra l’altro, l’attacco del 7 ottobre ha generato una divaricazione tra le monarchie del Golfo nei confronti di Hamas. Il Qatar –che ha solidi rapporti con la dirigenza del movimento-milizia palestinese – aveva infatti diffuso un comunicato molto duro nei confronti di Israele dopo l’attacco, il più duro fra tutte le monarchie dell’area, ritenendo il governo israeliano “il solo responsabile dell’escalation in corso ”. Invece, Emirati Arabi e Bahrein, firmatari nel 2020 degli Accordi di Abramo con Israele, erano stati gli unici, tra le monarchie, a citare esplicitamente Hamas nei loro secondi comunicati, puntando il dito anche contro di esso. Abu Dhabi aveva definito gli attacchi di Hamas “una seria e grave escalation”, mentre per Manama essi costituivano “una pericolosa escalation che minaccia le vite dei civili”. Adesso, l’irrigidimento delle monarchie del Golfo verso Israele, a seguito dell’attacco a lui attribuito contro l’ospedale Al Ahli, mette (temporaneamente) in ombra questa dinamica, a svantaggio della diplomazia USA. Intanto, a Pechino, Vladimir Putin e Xi Jinping si incontravano rinnovando la cooperazione sino-russa consapevoli, anche, di potersi incuneare nelle difficoltà americane in Medio Oriente.
La ´partita a scacchi` tra USA e Iran e il 2003 come data-chiave
Dopo il ridimensionato viaggio mediorientale di Biden, l’obiettivo primo degli Stati Uniti rimane il contenimento della crisi: impedire cioè che la guerra tra Hamas e Israele si trasformi in un conflitto più esteso con l’apertura di un altro fronte, o a partecipazione regionale. Ecco perché Washington continua a mandare ammonimenti a Teheran, oltreché a Hezbollah, ma ha fin qui evitato -come la stessa Israele d’altronde- di attribuire all’Iran un ruolo certo nella pianificazione dell’attacco del 7 ottobre.
Tuttavia, la guerra fra Hamas e Israele sta assumendo, ogni giorno di più, significati esterni; e si ritorna alla ´partita a scacchi` fra Stati Uniti e Iran. Infatti, l’indebolimento dell’influenza americana in Medio Oriente è iniziata parallelamente all’ascesa regionale iraniana: era il 2003 e l’invasione anglo-americana dell’Iraq, che portò alla caduta di Saddam Hussein, apriva paradossalmente la strada alla penetrazione strategica di Teheran nella regione. Con gli Accordi di Abramo del 2020 e poi con la normalizzazione diplomatica in corso fra Arabia Saudita e Israele, gli Stati Uniti stavano ridisegnando un equilibrio regionale capace di integrare i players mediorientali, marginalizzando l’Iran e i suoi attori armati non-statali. Quel progetto si è bloccato il 7 ottobre, anche se fin qui non si è interrotto. E mentre l’assedio di Gaza si prolunga, la tela diplomatica di Biden rischia di squarciarsi sempre di più.
Eleonora Ardemagni
Senior Associate Research Fellow c/o Ispi

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