
La diplomazia è ferma, a Hormuz parlano le armi: le mosse del governo israeliano e di parte del regime iraniano portano alla guerra. Gli USA accusano Vance. Bisognava aspettarsi il fallimento di un accordo illusorio. L’odio tra musulmani e israeliani è arrivato a livelli esponenziali. La barbarie ha annullato la fratellanza umana. Gli Stati Uniti mettono sempre più in difficoltà gli alleati e soprattutto l’Unione Europea.
Gli attacchi americani vicino a Hormuz continuano e gli USA ribadiscono che lo stretto è aperto. I botta e risposta tra Washington e Teheran continuano alzando il livello della tensione fino a innescare una nuova guerra.
In sostituzione della diplomazia parlano le armi, usate anche per indirizzare le trattative: una strategia pericolosa. Il linguaggio delle armi è quello a cui vuole ricorrere Israele, svelando i piani iraniani di un attentato a Trump, di chi in Iran mette sotto accusa la dirigenza che ha firmato il memorandum con gli Stati Uniti, di quella parte dell’amministrazione Trump che si appresterebbe a dare la colpa di tutto al vicepresidente J.D. Vance, “reo” di aver concluso le trattative per un memorandum che non porta a un accordo.
In tanti si chiedono se siamo tornati all’inizio del conflitto. Per capirlo, bisogna fare un passo indietro, all’origine di questi nuovi venti di guerra, così come li ha chiamati il Papa all’Angelus di domenica. Hanno iniziato a soffiare potenti nell’ultimo giorno dell’incontro NATO ad Ankara, quando sono accaduti due fatti. Il primo è stato una comunicazione da parte del governo israeliano alla Casa Bianca di un nuovo progetto iraniano di assassinare Trump (una ipotesi verosimile ma non certa).
Sull’altro fronte, nelle stesse ore, c’è stato un attacco da parte degli iraniani contro tre petroliere, di cui almeno una saudita, che avevano deciso di attraversare lo Stretto di Hormuz senza alcun coordinamento con le autorità marittime e militari iraniane.
Fonti americane dei servizi hanno detto che non è possibile verificare la reale determinazione iraniana a compiere un attentato a Trump. Vuol dire che Netanyahu e il suo governo hanno bypassato i servizi segreti americani per puntare direttamente alla Casa Bianca, e questo non è piaciuto. Dall’altra parte, il premier israeliano ha usato la parola “nuovo”, il che fa capire che in precedenza era stato pianificato un altro attentato, che però non aveva inficiato la decisione né degli Stati Uniti né dell’Iran di tentare di voltare pagina dopo gli assassinii mirati della dirigenza iraniana e di firmare il memorandum.
Dalla firma del memorandum sono passate oltre 500 navi, però gli iraniani sono determinati ad affermare il loro diritto, e quello dell’Oman, a definire le rotte e anche a introdurre pedaggi, cosa che non solo Trump, ma in primo luogo i sauditi, non vogliono. In questa situazione pesa la difficoltà delle parti di credere l’una all’altra: gli iraniani hanno proseguito nelle trattative nonostante lo scetticismo della Guida Suprema, sopravanzato dalle decisioni dei leader politici laici.
C’è un problema di fiducia. La realtà qual è? Quella della diplomazia tout court o di una diplomazia che serve per prendere tempo, rendendo più forti i militari sul terreno? Questo è un punto centrale emerso dagli ultimi bombardamenti.
Emerge anche l’ipocrisia dei Paesi del Golfo e della Giordania, che affermano di non partecipare alla guerra degli Stati Uniti contro l’Iran, anche se è evidente che gli attacchi verso l’Iran partono dalle basi americane sul loro territorio.
Un piccolo attacco è stato portato anche nell’Oman, un segnale che le ultime trattative tra omaniti e iraniani sullo stretto non sono andate bene. L’Oman ha proposto due rotte, una controllata da Muscat e una dall’Iran, che rischiavano, per gli iraniani, di pregiudicare ogni ipotesi di controllo di Hormuz e soprattutto di imposizione dei pedaggi. Questo è un segnale di un’irritazione nei confronti degli omaniti che, nell’ultimissima tornata di incontri, hanno cercato di trovare un escamotage per permettere agli Stati Uniti e ai Paesi arabi di creare una rotta fuori dal controllo iraniano.
Nell’amministrazione americana c’è chi vorrebbe dare la colpa a Vance perché ha firmato un memorandum ambiguo da cui avrebbe origine questa situazione. Gli USA devono rendere conto del loro fallimento e cercano qualcuno su cui scaricare la colpa.
Nell’amministrazione americana ci sono personaggi secondo i quali il linguaggio delle armi è l’unico da usare verso gli iraniani, fingendo stupore nell’apprendere, dopo che americani e israeliani hanno decimato la dirigenza iraniana, che ci sia la possibilità di un attentato a Trump. Il linguaggio delle armi torna in queste ore a essere il linguaggio centrale. Per questo saremmo nuovamente sull’orlo di un abisso dove gioca un ruolo importante il governo di Netanyahu.
Bisogna considerare il rapporto tra gli uomini del suo governo con alcuni personaggi dell’amministrazione Trump, tra cui l’ambasciatore americano in Israele, Mike Huckabee che due giorni fa ha detto: “Gli iraniani non sono cambiati da 47 anni a questa parte”. I problemi di Hormuz non vengono neppure affrontati, si è passati subito allo strumento militare, riprendendo l’idea, sbandierata un mese fa, cioè che gli iraniani hanno ormai poche armi. Si è giunti anche a sfiorare la provocazione, riprendendo i bombardamenti il giorno antecedente la fine dei funerali di Khamenei. C’è un tentativo di utilizzare lo strumento militare per premere politicamente, ma questo provocherà solo altri disastri materiali e umani.
Trump continua a ripetere che la NATO non ha aiutato gli Stati Uniti nel momento del bisogno. Un bisogno che è stato ricreato tornando alla chiusura dello stretto e alle pressioni sui Paesi dell’Alleanza Atlantica. Per questo il primo ministro spagnolo Sanchez ha dichiarato che non bisogna ripetere quello che è accaduto 25 anni fa, quando fu detto che in Iraq c’erano armi di distruzione di massa, per poi scoprire, dopo la guerra, che non era vero.
Per quanto riguarda Israele, la strategia è abbastanza evidente: un vero genocidio!
Basta guardare a quello che sta avvenendo nel sud del Libano e a Gaza, secondo il modello Rafah (come lo ha definito il ministro della Difesa israeliano Katz), la città sul confine tra la Striscia e l’Egitto che è stata distrutta, così come è stato fatto con 23 villaggi libanesi. Questi comportamenti, insieme ai nuovi bombardamenti a Gaza e alla pressione esercitata attraverso elementi dell’amministrazione USA più vicini a Israele, hanno fatto saltare il memorandum.
Coloro che si erano battuti, vincendo le resistenze della Guida Suprema, sono sotto attacco, accusati di non aver ottenuto risultati. Uno di questi è il presidente Pezeshkian tra i più moderati. Intanto il Gran Muftì di Gerusalemme e della Palestina è stato bandito per una settimana dalla polizia israeliana dalla moschea di Al-Aqsa. Un fatto grave, perché coinvolge le sensibilità religiose, un ulteriore segnale che le forze che si oppongono a una stabilizzazione attraverso il dialogo e il compromesso pensano di tentare un’ulteriore escalation.
Su tutta questa situazione, Bertrand Russell avrebbe parlato di infantilismo politico. Sono stati smarriti gli ideali di rispetto reciproco dei popoli nella diversità etnica e di religione. Sono smarriti i principi di uguaglianza dei diritti umani. Sono stati smarriti i valori della coesistenza pacifica nel mondo che appartiene all’umanità e non certo alla stupidità di chi riconosce soltanto la legge del più forte.
Oggi più che mai c’è bisogno di una cultura che unisca i popoli e non certo dei beceri interessi che dividono e che rendono la vita sempre più difficile alle persone più fragili e bisognose. La Pace e la fratellanza, i valori di giustizia e libertà sono la via maestra da percorrere per costruire un mondo migliore ed un futuro più dignitoso per tutti, dove gli egoismi non abbiano motivo di esistere.
Salvatore Rondello

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