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I negoziati sulla tregua sono in totale stallo. Il premier israeliano spinge per il ritorno alle armi, mentre il Presidente USA avverte sui social: “Il tempo scorre rapido, per loro rimarrà ben poco”.
La fragile tregua in Medio Oriente è a un passo dal collasso definitivo. Nelle ultime ore, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha esercitato una pressione diplomatica senza precedenti sul Presidente statunitense Donald Trump, dichiarando apertamente che la Casa Bianca deve “prendere una decisione definitiva” in merito al conflitto con la Repubblica Islamica.
La pressione di Gerusalemme giunge al termine di un colloquio telefonico cruciale durato oltre trenta minuti, svoltosi subito prima della riunione del gabinetto di sicurezza israeliano. Al centro del confronto, la reale possibilità di riprendere massicciamente le operazioni militari terrestri e aeree contro Teheran, dopo che i tentativi di mediazione diplomatica internazionale sono naufragati.
La nuova escalation verbale e strategica è scaturita dal netto rifiuto da parte dell’Iran della proposta di pace in 14 punti presentata dall’amministrazione Trump. Teheran ha risposto rispedendo al mittente le condizioni statunitensi, che esigevano il trasferimento dell’intero stock di uranio arricchito negli Stati Uniti e lo smantellamento quasi totale dei siti nucleari. Il regime degli Ayatollah ha invece rilanciato pretendendo la sovranità esclusiva sullo Stretto di Hormuz, il blocco navale immediato dei propri porti e pesanti riparazioni finanziarie per i danni di guerra accumulati dall’inizio dei bombardamenti congiunti dello scorso 28 febbraio.
“L’Iran ha dimostrato per l’ennesima volta di non essere un interlocutore serio e di voler solo guadagnare tempo”, ha commentato Netanyahu a margine del Consiglio dei ministri a Gerusalemme. Il premier israeliano ha ribadito che gli obiettivi di sicurezza nazionale non cambieranno: “La guerra non è finita. C’è materiale nucleare che deve essere rimosso e infrastrutture che devono essere smantellate. Se necessario, andremo a prenderlo direttamente”.
Donald Trump si trova davanti a un bivio geopolitico drammatico, stretto tra l’ala dura dei suoi alleati internazionali e il timore del Pentagono di rimanere impantanato in una guerra di logoramento a lungo termine. Di ritorno da un cruciale viaggio diplomatico a Pechino – dove ha discusso del dossier mediorientale con il presidente cinese Xi Jinping senza però ottenere concessioni reali – il tycoon ha affidato, come di consueto, la sua linea strategica ai social network.
Sul suo profilo Truth Social, Trump ha pubblicato un post dal tono inequivocabile: “Il tempo scorre in fretta (The Clock is Ticking). Farebbero meglio a muoversi rapidamente, o non rimarrà più nulla di loro”. Ad accompagnare le minacce, il Presidente ha condiviso un grafico comparativo sulla durata storica dei conflitti militari statunitensi, corredato da una didascalia provocatoria: “Iran: 6 settimane. La più breve”.
Le intelligence occidentali e i principali analisti temono che l’ordine per la ripresa dei raid aerei su larga scala possa scattare già entro le prossime 24 ore. Israele, nel frattempo, ha già fatto sapere di essere pronto a espandere parallelamente le proprie operazioni di terra nel sud del Libano per neutralizzare definitivamente le sacche di resistenza dei proxy iraniani.
Nonostante la Casa Bianca continui a dichiarare pubblicamente che qualsiasi decisione sul destino del conflitto sarà “mutua” e presa di comune accordo con l’alleato israeliano, l’opposizione interna e diversi osservatori internazionali denunciano il fortissimo condizionamento politico esercitato da Netanyahu sulle scelte strategiche di Washington. La finestra per la diplomazia appare ormai definitivamente sbarrata.
Giuseppe Basilico

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