In politica, come a carte, a volte è utile sparigliare. Quando si tratta di rompere vecchi equilibri un po’ consunti o che ragionevolmente hanno un futuro incerto, quando è necessario superare il gioco delle parti, quando nel pubblico di riferimento si manifesta non tanto una domanda, ma un’attesa diversa, può accadere che irrompa sulla scena un soggetto nuovo che di quest’attesa in qualche modo si fa interprete. Così mi viene in mente che a suo tempo sparigliò Bettino Craxi superando lo sterile dualismo De Martino-Mancini e, nei tempi attuali e sulla scena mondiale, lo ha fatto Barack Obama uscendo dall’impasse, prima delle vecchie logiche del partito democratico, poi delle logiche della politica americana nel mondo. Almeno nei propositi, ma sono questi che contano all’inizio per crearsi un consenso. Così come nelle rispettive occasioni hanno sparigliato Blair, Zapatero, Sarkozy, lo stesso Putin nella loro ascesa al potere. Queste esperienze però ci dimostrano che tutto ciò non basta, se intorno non si costruisce un consenso, fatto di idee, di numeri e, perché no, anche di uomini.
Venendo alla dimensione fiorentina non c’è dubbio che anche Matteo Renzi ha sparigliato. Non perché si è candidato, cosa che era nota da parecchio tempo, ma perché lo ha fatto andando al di là degli schemi e degli equilibri che reggono da anni la politica fiorentina, quelli della sua maggioranza, ma anche quelli derivanti dalle compiacenze della minoranza. Riguardo alla sua maggioranza è riuscito nell’intento di cogliere i limiti e la crisi degli apparati, delle provenienze, delle componenti storiche; al tempo stesso ha tentato di individuare alcuni punti critici della vita politica cittadina come gestiti dall’amministrazione uscente, tagliando un po’ d’erba sotto i piedi delle opposizioni, finora poco interessate ad elaborare progetti che non fossero fatti soltanto di no.
Tuttavia, pur dando atto che occorre un po’ di tempo per raccogliere le idee, l’impressione è che la preparazione alla competizione elettorale non sia ancora così viva ed incisiva come lo era stata la fase delle primarie; e le uscite successive alla designazione guardano ancora allo spettacolo, ma non sono per il momento all’altezza di ciò che la cittadinanza fiorentina chiede affinché venga marcata una svolta rispetto alle precedenti gestioni.
Questa città ha bisogno di risolvere tanti nodi strutturali, tra cui quello originario riguarda la perdita d’importanza della Firenze vera e propria. Il fenomeno non ha riguardato solo la trasformazione della sua fisionomia e la scomparsa dei suoi caratteri “popolari”, che fino a non molto tempo fa erano il vero connettivo della vita economica e sociale, ma anche la rinuncia volontaria a riferimenti importanti, come per il passato è accaduto con l’Università, succede per il presente con gli uffici giudiziari, avverrà per il futuro con le banche, che ormai più fiorentine non sono. Solo facendo riferimento alle risposte che si sapranno dare a questo problema, potranno essere affrontati i problemi della mobilità, dello sviluppo e del raccordo economico e sociale con la realtà circostante, di cui la città è compartecipe illustre ma non protagonista assoluta, e magari potrà anche essere spippolato il futuro per capire quale sarà il posizionamento culturale della nostra comunità, anche in rapporto all’importanza di Firenze nel mondo.
Per Renzi il pezzo forte delle primarie fu costituito dai cento punti con cui si è proposto all’attenzione, ma oggi, passata l’occasione per cui furono elaborati, essi possono esser considerati piuttosto un metodo di governo [e sarebbe già abbastanza] che non un programma, senza di che finiscono per diventare un elenco coordinato di buone intenzioni.
Oggi perciò c’è necessità di conoscere il programma. La situazione attuale della sinistra fiorentina e soprattutto quella interna al partito democratico, riferimenti esterni compresi, non autorizzano ad essere troppo ottimisti sulla possibilità che Renzi riesca a percorrere una strada tutta in discesa. Eppure è una strada obbligata, anche perché l’emergere dall’altra parte di un candidato non forte, ma oggetto di curiosità e popolare rischia di ridurre l’evento elettorale ad un confronto tra due personalità, dove contenuti e programmi possono passare in secondo piano. Questo rischio deve essere in ogni modo evitato ed è bene che lo stesso Renzi cominci a rendersene conto, altrimenti il nuovo conclamato sarà un bluff e lui avrà sparigliato invano.
Silla Cellino

Una volta si chiamava integralismo cattolico, oggi sparigliare. Ma la tattica – non è strategia! – è molto, molto vecchia e per di più in un 34enne. L’unico gioco di Renzi sindaco sarà questo, stare a galla con simpatiche impennate e il concreto ascolto dei problemi quotidiani. Sarà un oculato amministratore, cioè, come detto, un buon sindaco per Pontedera o Figline, ma Firenze?Il nuovo della politica nazionale e locale rassomiglia a un moscone chiuso in bottiglia. M.S.
…”un confronto tra due personalità, dove contenuti e programmi possono passare in secondo piano” :è appunto questo il vero pericolo .Aggravato dal fatto che le resistenze proprie dell’ “ordine costituito” , il fatto di aver sempre (per motivi di “obbedienza fideistica”)”approvato” una politica rispondente agli interessi non della città ,ma degli uomini “della sua maggioranza”, nonchè derivanti ” dalle compiacenze della minoranza”,tutto questo ,temiamo,costituirà una forte rèmora( magari interna al suo stesso schieramento) all’annunciato progetto di discontinuità enunciato da Renzi , e che pure costituisce il doveroso life motiv della maggior parte dei candidati ( a parte ,naturalmente ,i duri e puri ,rovinosa genìa).
Probabilmente ,al di là di programmi consimili nella affermazione di sparigliamento ,sarà fondamentale la caratteristica di ” credibilità ” posseduta o dimostrabile da ciascuno .Ed effettivamente sarà un gioco di “persone” : speriamo non debba andare a discapito dei concrerti programmi di rilancio….