
Karl Marx ha costruito una teoria destinata a cambiare il mondo senza avere mai gestito un’impresa, rischiato capitale proprio, pagato stipendi, affrontato clienti, banche, fornitori, concorrenza o fallimenti. Studiò, scrisse, fece giornalismo e politica, ma il mondo dell’impresa reale lo osservò dall’esterno. Il capitale lo analizzò molto, rischiarlo personalmente decisamente meno.
Il paradosso diventa quasi comico quando entra in scena Friedrich Engels, amico, collaboratore e soprattutto sostegno economico di Marx. Engels proveniva da una famiglia di industriali tessili e lavorava nell’azienda di famiglia. In pratica, una parte importante del lavoro teorico contro il capitalismo fu resa possibile proprio dai profitti prodotti dal capitalismo. Marx scriveva contro il capitale, Engels provvedeva a farlo arrivare a fine mese. Una specie di socialismo con sponsor industriale.
Persino alla madre di Marx viene attribuita una battuta diventata celebre: avrebbe preferito che il figlio facesse del capitale invece di limitarsi a scriverne. Vera nella formulazione esatta o tramandata nel tempo, resta una sintesi perfetta del problema.
Marx aveva certamente individuato problemi reali del capitalismo ottocentesco, sfruttamento, condizioni di lavoro durissime, enormi disuguaglianze. Il punto è che la soluzione proposta nasceva da una visione profondamente incompleta dell’economia. L’imprenditore veniva ridotto soprattutto a proprietario del capitale e beneficiario del lavoro altrui, dimenticando un dettaglio poco romantico ma fondamentale: qualcuno quel capitale deve crearlo, investirlo e rischiare di perderlo.
Poi la teoria è uscita dalle biblioteche ed è entrata nella storia. E lì il conto è diventato pesante. Unione Sovietica, maoismo cinese, Cambogia dei Khmer rossi e molti altri esperimenti comunisti hanno prodotto repressione, povertà, carestie, violenza politica e milioni di vittime. La promessa era abolire le classi. Il risultato, molto spesso, è stato sostituire il padrone privato con uno Stato padrone di tutto.
Il comunismo resta così uno degli aborti ideologici più costosi della storia moderna: prende un problema reale e pretende di risolverlo distruggendo il meccanismo che produce ricchezza. Prima elimina chi investe, poi si stupisce quando non c’è più nulla da distribuire.
E in Italia questa mentalità ha trovato una sua variante quasi folkloristica: lo Stato visto come una vacca da mungere all’infinito. Pensioni, bonus, sussidi, posti pubblici, agevolazioni, spesa corrente e nuovi diritti economici vengono spesso trattati come se il denaro pubblico non appartenesse a nessuno. Tanto paga lo Stato. E se lo Stato non ha i soldi, fa debito. Chi lo ripagherà? Qualcun altro, possibilmente più avanti. È una forma di comunismo contabile molto comoda: privatizzare i benefici e socializzare il conto.
Una parte dell’opposizione italiana continua infatti a ragionare come un Robin Hood fiscale permanente: tassare chi possiede, colpire patrimoni, aumentare redistribuzione e spesa pubblica, come se la ricchezza comparisse ogni mattina sul tavolo dello Stato pronta per essere spartita.
Peccato che Robin Hood rubasse monete già esistenti; un Paese, invece, deve anche produrle.
Ed è qui che due secoli dopo Marx continua involontariamente a insegnare qualcosa: parlare di capitale è facile, tassarlo ancora di più. Crearlo, investirlo, rischiarlo e magari perderlo è tutta un’altra faccenda.
Engels, almeno, questo lo aveva capito benissimo. Era lui che pagava il conto.
Forse, se Marx avesse passato qualche serata in più al bar, con una vodka davanti e una partita a scopetta sul tavolo, invece di progettare la società perfetta per conto degli altri, avrebbe fatto meno danni. E noi oggi, con ogni probabilità, vivremmo un po’ meglio e avremmo almeno il vantaggio di non dover ascoltare, due secoli dopo, le granitiche e spesso ridicole sicurezze di una certa sinistra che continua a spiegare agli altri come produrre, spendere e distribuire soldi che quasi sempre appartengono a qualcun altro.
Piero Terracina

Un po’ troppa superficialità, anche per chi non condivide le analisi marxiste, che costarono a Marx anni di studi e fatiche che secoli dopo qualcuno avrebbe “distrutto” con un articoletto un po’ banale e molto ideologico.
Engels fu ad ogni modo un imprenditore e sicuramente non una stampella di Marx.
Da dire che il marxismo, come il cristianesimo, può piacere o meno ma influenzò profondamente la Storia e la cultura, oltre che diede al movimento operaio un input per emanciparsi.
Da dire anche che oggi la quasi prima potenza mondiale al mondo, la Cina, rimane marxista, ovvero alle analisi marxiste si rifà, modernozzandole.
Liquidare il marxismo in modo banale, anche per me che sono mazziniano, mi sembra davvero un modo per scrivere qualcosa, senza avere contezza di ciò di cui si scrive.