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Marco Aurelio di Saluzzo, un “uomo dello stato” meritevole di memoria

Marco Aurelio di Saluzzo rimane un modello della dirigenza nazionale tra Risorgimento e avvento del regime: formata da persone di grande competenza, rettitudine e dedizione allo Stato.

di Aldo A. Mola | 12 Novembre 2017

La classe dirigente di un grande Paese non è frutto di improvvisazione. Gli “uomini di Stato” non nascono per germinazione spontanea. La loro formazione richiede tempi lunghi: intere generazioni. La nuova legge elettorale propizia la discesa in campo di valori veri (spesso avanti negli anni, come si vide in Italia nel 1943-1948) anziché meri procacciatori di voti. I primi durano nel lungo periodo, sono i pilastri portanti della politica perché nutriti di solida cultura (ne fu esempio Sergio Paronetto, biografato da Tiziano Torresi in un robusto saggio edito da il Mulino e candidato al Premio Acqui Storia 2017). Gli altri sono randagi. Vagano con i loro pacchi di consensi, sempre più inaffidabili e a rischio di putrefazione. Nel frattempo, per quanto aleatori, contagiano chi li ha presi in carico, nell’illusione di trarne beneficio durevole.

La libertà di scelta del rappresentante non è affatto incompatibile con la qualità dell’eletto. Tutt’altro. La marea di chiacchiere quotidiane sulle supposte metamorfosi della democrazia in corso in Italia nasconde una sola verità: il Parlamento non ha ripristinato appieno i collegi uninominali, unico modulo generatore di una classe dirigente capace, meritevole e non autoreferenziale, come tanta parte dell’attuale.

I collegi uninominali mostrarono la loro validità dal 1848 e la confermarono nel 1913 con le prime elezioni a suffragio universale maschile (in nessun paese europeo vigeva il voto politico femminile). I conservatori erano convinti che il balzo degli elettori da meno di tre milioni a otto milioni e mezzo avrebbe scatenato una “rivoluzione parlamentare” e squassato le istituzioni. Invece non avvenne nulla di traumatico. I neo-deputati furono 146 su 508: in linea con le elezioni precedenti. Si registrò, anzi, un rafforzamento della qualità dei parlamentari. I migliori furono confermati, gli altri caddero.

Il  ricambio della Camera venne propiziato dal presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti, che propose al re, Vittorio Emanuele III, la nomina a senatori di molti deputati da tre o più legislature. Fra il 3 giugno 1911 e il 24 novembre 1913 si susseguirono quattro “infornate” per un insieme di 103 nuovi “patres”, con l’aggiunta dell’ammiraglio Enrico Millo. Particolarmente folte furono le nomine del 16 ottobre e del 24 novembre 1913, comprendenti, fra altri, Alfredo Frassati, proprietario e direttore di “La Stampa”, Gerolamo Gatti (poi sul punto di essere eletto gran maestro del Grande Oriente d’Italia), Eugenio Rebaudengo, il 33° Giovanni Francica Nava, Maggiorino Ferraris…

In quelle elezioni l’area liguro-piemontese confermò alla Camera deputati di lungo corso, accreditati dal consenso dell’elettorato che li conosceva “inctus et in cute”. Recentemente Alessandro Mella ha bene documentato il caso di Giovanni Rastelli, deputato del collegio di Lanzo Torinese. Analoga, e per molti aspetti anche più emblematica, fu la vicenda di Marco Aurelio di Saluzzo (Torino, 9 aprile 1866-Saluzzo, 19 ottobre 1928), marchese di Saluzzo e di Paesana, discendente della Casa che nei secoli aveva creato uno Stato, il Marchesato di Saluzzo, esteso dalla Valle Po alle porte di Cuneo, con domini nelle Langhe (Dogliani, Castiglion Falletto…) e nell’Astigiano. Nel 1548 i francesi di Enrico II imprigionarono e avvelenarono Gabriele, ultimo marchese, e soggiogarono il marchesato, poi strappato loro da Carlo Emanuele I di Savoia, che lo ottenne definitivamente con il Trattato di Lione(1601).

La Casa dei Saluzzo continuò per rami collaterali, sino, appunto a Marco Aurelio di Paesana. Re Umberto I gli restituì il titolo di marchese di Saluzzo. Avviato alla carriera delle armi (Scuola Militare e Accademia di Torino), raggiunse il grado di maggiore di artiglieria. Scelse poi di dedicarsi all’amministrazione della sua terra. Dal 1900 consigliere provinciale per il mandamento di Paesana, ricoprì numerosi uffici. Prestigioso e ascoltato membro della commissione bilancio, nel 1920-1925 affiancò come vicepresidente Giolitti, alla sua guida dal 1905 al 1925. All’amministrazione locale unì il mandato nazionale. Nelle elezioni politiche del 6 novembre 1904 fu eletto deputato del collegio di Saluzzo, nel clima di convergenza tra liberali e cattolici moderati: profonde riforme sociali ed efficienza dello Stato per consolidare le istituzioni. Confermato il 7 marzo 1909, il 26 ottobre 1913, dopo l’introduzione del suffragio universale maschile e l’aumento degli elettori del collegio da 6585 a 14031, ottenne 5622 preferenze contro i 2017 voti andati al radicale e massone Achille Dogliotti, mentre il radicale Federico Milano vinse nel collegio di Savigliano. Come ufficiale di Stato Maggiore, con i gradi di capitano e di colonnello, Marco di Saluzzo fu tra i primi a sbarcare a Tripoli per affermare la sovranità dell’Italia sulla Libia (ottobre 1911), liberata dal secolare dominio turco-ottomano, come poi Rodi e il Dodecanneso. Al termine della Grande Guerra Marco di Saluzzo fu nominato sottosegretario di Stato per l’assistenza militare e le pensioni di guerra nel secondo governo presieduto da Francesco Saverio Nitti (marzo-maggio 1919) e agli Esteri nel V e ultimo governo Giolitti, accanto a Carlo Sforza (giugno 1920-luglio1921). Il 6 ottobre 1919 fu creato senatore del regno.

Quando Giolitti nel dicembre 1925 si dimise da presidente del consiglio provinciale, per non cedere al ricatto di Mussolini (chiedere la tessera del Partito nazionale fascista contro la concessione di un milione di lire per opere pubbliche), Marco di Saluzzo fu tra quanti, per elementare dignità, rassegnarono le dimissioni, come Marcello Soleri, Giovanni Battista Fillia, Michele Gullino, Domenico Dotta, Andrea Miraglio e Paolo Enrico, da quarant’anni rappresentante del mandamento di Saluzzo. Con gli esponenti della tradizione liberaldemocratica si dimisero anche i socialisti, a cominciare da Domenico Chiaramello, eletto nel mandamento di Cavallermaggiore (dicembre 1925-gennaio 1926).

Alla morte Marco di Saluzzo fu ricordato in Senato dal presidente, Tommaso Tittoni, che ne elogiò l’opera di parlamentare ma insisté soprattutto su quella di militare e di amministratore locale. Visse e attualizzò l’ideale del “civis romanus”, al servizio dello Stato in armi e negli uffici pubblici, sulla scia degli antenati, come mostra il busto di Giuseppe Angelo di Saluzzo, conte di Monesiglio e fondatore dell’Accademia delle Scienze, nella chiesa di San Bernardino a Saluzzo, ove è raffigurato nei panni di antico romano, contornato dalle lapidi dei figli, i generali Alessandro, Cesare, Annibale, e della figlia, Diodata, autrice del poema Ipazia e così celebre che il suo busto figura nella Protomoteca del Campidoglio a Roma.

Marco Aurelio di Saluzzo rimane un modello della dirigenza nazionale tra Risorgimento e avvento del regime: formata da persone di grande competenza, rettitudine e dedizione allo Stato. All’occorrenza sapeva usare il tono giusto. In una interrogazione chiese al governo di assicurare un servizio “almeno decente” sulla linea ferroviaria Saluzzo-Savigliano (recentemente smantellata nel quadro del depauperamento dei servizi di pubblica utilità). Manca una sua biografia, non certo la documentazione per scriverla. La doverosa intitolazione al suo nome di uno spazio pubblico in Saluzzo potrebbe indurre a colmare la lacuna. Riscoprire la statura nazionale ed europea della classe dirigente postunitaria può essere valido integratore per quella ventura.

 

Aldo A. Mola

Pubblicato in : Cultura ed eventiTag: amministrazione, anni, campidoglio, chiesa, classe dirigente, collegi uninominali, commissione, consenso, democrazia, dimissioni, elezioni, elezioni politiche, governo, grande guerra, grande oriente, grande oriente d'italia, italia, legge elettorale, Liberali, libia, milano, mussolini, nuova legge, parlamento, pensioni

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

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