
Il quadro generale della nuova legge di bilancio che si sta votando in fondo è semplice: una manovra molto prudente sui conti, molto debole su crescita e investimenti, che continua a tagliare lo stato sociale e che non dà nulla o poco ai ceti popolari.
Piena di voci e micro-interventi, certo. Ma, nel complesso, con numeri tali da somigliare più a una collezione di segnali che a un vero piano capace di spostare produttività, equità, benessere.
Piccola, “conservativa”, quasi neutra sul PIL.
La versione iniziale, varata in Consiglio dei ministri il 17 ottobre, valeva poco più di 18,5 miliardi: una dimensione ridotta, tra le più contenute degli ultimi decenni. Non è automaticamente un bene o un male, ma dice molto dell’approccio: tenere la barra dritta sul deficit, senza provare a dare una spinta significativa all’economia. Lo stesso MEF ha certificato che l’impatto sulla crescita nel 2026 sarebbe sostanzialmente nullo: come dire, “questa manovra non cambia la traiettoria del Paese”.
Qui c’è anche un obiettivo politico preciso: uscire dalla procedura europea per deficit eccessivo aperta nel giugno 2024. Per questo Giorgetti punta a un deficit intorno al 3% del PIL nel 2025 e in calo verso il 2,8% l’anno dopo. È una scelta di reputazione: presentarsi ai mercati come “affidabili”, ridurre tensioni sul debito, e recuperare margini. Non a caso, una volta fuori dalla procedura (l’idea è in primavera), il governo intende agganciare strumenti europei come il programma SAFE per la spesa militare: 14,9 miliardi di prestiti a tassi vantaggiosi destinati, nelle intenzioni, a muovere filiere industriali e occupazione.
E questa è veramente l’unica grande scelta politica.
C’è poi c’è un’altra faccia, politica: impostare un 2026 austero può rendere più facile avere margini nel 2027. E il 2027, guarda caso, è l’anno che precede le elezioni.
Comunque, la misura “regina” di questa legge restano i 15 euro al mese (in media).
Il cuore della manovra, la misura più onerosa e più raccontata, è il taglio dell’IRPEF per la fascia 28–50 mila euro. Costa 2,5 miliardi e riguarda, secondo le stime, 13,6 milioni di contribuenti: in media significa 183 euro l’anno, cioè circa 15 euro al mese.
E già qui si vede il problema: è una media. Nei fatti, l’effetto cambia parecchio a seconda del reddito: c’è chi risparmia poche decine di euro e chi supera i 400, i redditi più alti. E viene naturale il confronto: dieci anni fa gli 80 euro al mese (960 l’anno) venivano già liquidati come “mancia”. Qui siamo su un ordine di grandezza molto più piccolo — e con un vantaggio più consistente per chi sta più in alto dentro la fascia.
A voi di giudicare.
Accanto a questo ci sono: la rottamazione delle cartelle (quinta edizione, una sanatoria di fatto), sgravi legati agli aumenti contrattuali, un rifinanziamento del Fondo sanitario nazionale che però non cambia davvero il peso della sanità sul PIL, qualche ritocco all’ISEE (con esclusione della prima casa entro certi limiti). Interventi diffusi, ma di portata contenuta.
L’aggiunta last minute è più soldi alle imprese (e rissa in maggioranza) per acquisire il consenso di Confindustria.
Il vero scossone politico è arrivato con il maxiemendamento di metà dicembre, con cui il governo ha provato a rimettere mano a una manovra che, nella sua versione originaria, era considerata troppo esile sul lato imprese. Il pacchetto aggiunge circa 3,5 miliardi per il mondo produttivo: incentivi e misure per la ZES Sud, un fondo per mitigare i rincari dei materiali negli appalti, rifinanziamenti per Transizione 5.0 e 4.0 (con vincoli più stringenti).
Questo “ritocco” è stato accompagnato da tensioni fortissime, soprattutto nella Lega: nella prima versione delle coperture era emersa l’idea di intervenire sulla previdenza, toccando un nervo scoperto rispetto a promesse identitarie (a partire dall’ossessione anti-Fornero). Alla fine i 3,5 miliardi sono rimasti, ma le coperture sono state risistemate.
Le coperture: tasse mirate, tagli e rinvii
E qui arriviamo al lato meno raccontato, ma decisivo: da dove si prendono i soldi.
Una parte importante arriva da nuove entrate su banche e assicurazioni (circa 12 miliardi nei prossimi tre anni -poco più che una carezza rispetto agli utili di questo comparto-). Un’altra quota viene dal PNRR, modificato per coprire spese che prima gravavano su risorse nazionali (circa 5 miliardi). Poi ci sono tagli e rinvii: riduzioni di spesa nei ministeri, investimenti infrastrutturali rimandati (compresi circa 780 milioni legati al ponte sullo Stretto), tagli per circa 600 milioni su ricerca-istruzione-cultura, e uno spostamento di risorse dai Fondi di sviluppo e coesione.
Ma il colpo più grave e odioso è sul fronte previdenziale: vengono ridotti gli incentivi all’uscita anticipata per alcune categorie, compresi lavori precoci e usuranti. Un colpo a tradimento ai lavoratori che pagano buona parte di questi fondi messi a disposizione delle imprese.
In più entrano o aumentano varie imposte: la tassa da 2 euro sui pacchi fino a 150 euro da paesi extra-UE, il raddoppio della Tobin tax (dallo 0,02 allo 0,04%), aumenti di accise su tabacco (circa 600 milioni) e gasolio, ritocchi sugli affitti brevi.
La cosa più “strana”: una politica che si smentisce da sola.
C’è infatti un tratto che ormai sembra un marchio di fabbrica: una finanziaria che spesso fa e disfa da un anno all’altro. È successo con l’IVA sui prodotti per l’infanzia, con il canone Rai, con la decontribuzione per le lavoratrici. Quest’anno tocca alla previdenza complementare usata come leva per l’uscita anticipata: introdotta nel 2025, viene sostanzialmente cancellata nel 2026.
E qui sta la contraddizione più vistosa: a confezionare una delle manovre più timide degli ultimi decenni è la stessa coalizione che aveva promesso riforme gigantesche (flat tax, superamento della Fornero), cioè cose da decine e decine di miliardi l’anno.
Il risultato finale è una legge di bilancio che serve soprattutto a un obiettivo: stare dentro i paletti, rassicurare Bruxelles e i mercati.
Neoliberismo allo stato puro che fa di questo governo uno dei più avversi allo stato sociale e ai diritti dei lavoratori e dei ceti medi.
Enrico Rossi

Lascia un commento