
Il film, in base al titolo, potrebbe sembrare un biopic su Joseph Manckiewicz, lo sceneggiatore che a Hollywood tutti chiamavano Mank, incaricato da Orson Welles di scrivere “Quarto Potere”. Il titolo Mank, è solo un omaggio che il regista tributa al padre, autore della sceneggiatura, risalente agli anni’90.
Il progetto era rimasto per anni chiuso in un cassetto, perché nonostante il fatto che Fincher sia considerato, fra gli attuali registi uno dei più talentuosi, nessun produttore era disposto a rischiare, fino a quando Netflix ha fatto sì che il sogno del regista David Fincher potesse finalmente essere realizzato.
Il film è denso di riferimenti e riflessioni, forse è difficile per i tanti temi che affronta ma sono sicura che piacerà a quelli che, come me, hanno amato i film in bianco e nero degli anni d’oro di Hollywood.
Girato in un sontuoso bianco e nero il film si apre con un quadro nero su cui scorre una didascalia. Poi, sopra un cielo grigio, costellato di nuvole bianche, cominciano a scorrere i titoli di testa primo fra tutti Oldman , attorniato da un cast di grande calibro.
Raccontare la storia della Hollywood negli anni trenta/quaranta, e contemporaneamente farci conoscere la genesi della sceneggiatura che Manckiewicz, geniale sceneggiatore dipendente dall’alcol (che lo porterà all’autodistruzione) scrive è un’impesa che Fincher risolve mettendo il passato e il presente su due piani paralleli, destinati a sfiorarsi e incrociarsi senza che l’uno prevarichi sull’altro.
Due macchine corrono lungo una strada statale dirette verso una casa privata, dove Mank, costretto a letto da causa di un incidente, trascorrerà la sua convalescenza assistito da una infermiera e una dattilografa, ma soprattutto lontano dall’alcol. Ha 90 giorni di tempo, ridotti poi a 60, per scrivere quella sceneggiatura che gli procurerà l’Oscar
C’è un tempo per i ricordi del passato. Con una serie di flashback vediamo un Manchiewicz in carriera prima alla Paramount, poi alla MGM, il rapporto con il ricco William Hearst, l’amicizia con la di lui compagna Marion Davies, gli incontri con Louis Mayer che spiega a Manchiewicz e suo fratello come funzioni la sua MGM in particolare, ma anche lo studio system più in generale, affermando che lo spettatore, comprando con i suoi soldi un biglietto, compra solo un ricordo, perché ciò che ha comprato appartiene sempre a chi gli ha venduto il biglietto. “In questa attività si determina la vera magia del cinema”, conclude Mayer parlando a Mank e al fratello che diventerà a sua volta sceneggiatore e regista famoso.
Tutto concorre nel film a ricostruire le atmosfere degli anni ‘30/’40, attraverso i flashback di Manckiewicz, le musiche, la scenografia, la fotografia, l’uso sapiente del bianco e nero e, a ennesima dimostrazione della sua bravura, Fincher restituisce allo spettatore tutte le emozioni della pellicola, anche se il film è girato in digitale.
Un inno agli anni 30 e 40, ma anche una riflessione sul potere, sui mezzi di cui si serve per ottenere quello che vuole (i cinegiornali della MGM , entrano prepotentemente nella corsa alla nomina di governatore della California, e con fake news sul candidato democratico Sinclair, determinano la vittoria del repubblicano Merriam nel 1934.
Fincher guarda al passato che ci parla, però, del nostro presente.
Film assolutamente da vedere. Oscar per la fotografia e per la sceneggiatura, ma, a mio parere, meritava di più.
Maria Rita Monaco

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