È sempre più chiaro che il grande, vero nodo politico e sociale del nostro tempo sia dare risposta alle aspettative di vita, di reddito e di ruolo di quella grande parte della popolazione in età lavorativa, mediamente scolarizzata, largamente socializzata all’utilizzo delle nuove tecnologie e della rete, profondamente urbana nei modelli di consumo e negli stili di vita – quella classe media – che, per la prima volta dal dopoguerra ad oggi, registra aspettativa di vita e di reddito decrescenti rispetto alle generazioni precedenti.
Una generazione destinata a consumare ricchezza e risparmio piuttosto che crearne, caratterizzata da bassi tassi di fertilità (e non sempre per scelta), instabile nei comportamenti di voto ma pure disponibile alla solidarietà e alle forme di partecipazione collaborativa nello sviluppo delle comunità di riferimento, disponibile alla mobilità territoriale, ricca di competenze e skill del tutto nuove, come abbiamo potuto sperimentare in questi anni anche a Milano.
Per questo la sfida, sia per chi si occupa di politiche pubbliche sia per chi abbia l’ambizione di occuparsi di politica, è immaginare un programma per la creazione di posti di lavoro destinati al ceto medio.
Allo stesso tempo, immaginare che questo sia possibile a partire dalle aree urbane mi sembra rilevante per chi amministra, fa politica, lavora o fa ricerca a Milano, unica area urbana che è nelle condizioni di poter indicare una strada al Paese.
Un’utile traccia di lavoro viene dai ricercatori del Center for an Urban Future di New York che hanno messo al centro di quello che hanno significativamente chiamato “Middle Class Jobs Project” proprio le nuove economie urbane come chiavi per generare nuova occupazione per il ceto medio in crisi di reddito e di status, afflitto da “aspettative decrescenti” e privi di riferimenti politici stabili.
Il contesto milanese può essere area di sperimentazione di “prototipi” che abbiano l’ambizione di rendersi utile a un progetto di sviluppo, dalla forte valenza politica, applicabile “mutatis mutandis” anche altrove.
Una sperimentazione che può avvenire in tre filoni: l’imprenditorialità ad alto impatto sociale, prevalentemente impegnate a fornire servizi di nuova generazione nell’ambito del welfare, della cura della persona, della cultura e della creatività; l’imprenditorialità attiva nell’ambito dell’agricoltura periurbana e del crescente settore del food (trasformazione e distribuzione); le nuove manifatture urbane legate all’artigianato tradizionale ad alto valore aggiunto o a quello digitale.
Sui primi due ambiti molto si è sperimentato in questi anni, sia dal punto di vista del policy making sia dal punto di vista dell’iniziativa privata. Il sostegno alla manifattura urbana come settore potenzialmente in grado di generare anche nuova occupazione va invece sperimentato su larga scala a partire da oggi e va realizzato a partire da quel che abbiamo, ovvero un know how manifatturiero che ancora resiste alla scure della crisi e da un territorio, l’area metropolitana milanese, che più di altre ha mostrato capacità di reazione alla crisi.
Questo è l’obiettivo del programma “Manifattura Milano”, presentato lo scorso aprile dal Comune: rendere Milano un ecosistema abilitante per la nascita, l’insediamento e la crescita di imprese operanti nel campo della manifattura digitale e del nuovo artigianato attraverso un’alleanza tra attori pubblici e privati in una coalizione a guida comunale, integrando nuove iniziative e azioni in corso in un quadro coerente di interventi.
Poiché il tema del reinsediamento produttivo è contiguo a quelli della rigenerazione urbana, il Comune ha intenzione di mettere a disposizione spazi, in prevalenza nelle aree oggetto di intervento nel piano Periferie, insieme a servizi e risorse per favorire la nascita di nuove imprese, la transizione delle imprese esistenti e l’attrazione di nuovi player nell’ecosistema.
Un ulteriore tassello è dato dalla progettazione di adeguati percorsi formativi, a partire dal patrimonio di scuole professionali esistenti, o sperimentando percorsi nuovi così come è stato già fatto nei progetto sui Neet attraverso il coinvolgimento dei Fab Lab quali soggetti erogatori di percorsi di formazione non tradizionali.
È infine necessario sostenere gli investimenti delle imprese tradizionali che intendano innovare i processi attraverso le nuove tecnologie: a questo fine è stato costituito un apposito fondo nel bilancio comunale che sarà disponibile a partire dall’autunno.
Le azioni di sensibilizzazione e trasformazione culturale degli operatori economici, degli attori sociali e dell’opinione pubblica saranno affidate al neo costituito Advisory Board di progetto, creando occasioni di incontro e sperimentazione tra imprese, portatori di competenza (fablab, makerspace, imprese innovative, attori della ricerca) e mondo della creatività e del design.
Cristina Tajani (http://www.mu-me.it)
Assessore a Politiche del lavoro, Attività produttive, Commercio e Risorse umane
del Comune di Milano

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