
di Paola Morselli*
Da anni, nelle acque al largo della zona economica esclusiva della Malaysia, sostano numerose petroliere riconducibili alla cosiddetta “shadow fleet”, una rete di navi che opera al di fuori dei circuiti commerciali tradizionali. Queste imbarcazioni effettuano frequentemente trasferimenti di petrolio da nave a nave (ship-to-ship, STS), permettendo ai carichi di cambiare più volte l’origine dichiarata prima di raggiungere i mercati finali. Le navi che compongono questa flotta sono spesso vecchie, battenti bandiere di comodo e navigano con i sistemi di tracciamento disattivati, rendendo estremamente complesso ricostruire la provenienza del greggio trasportato. È proprio attraverso questi meccanismi di trasporto marittimo e intermediazione commerciale che il greggio iraniano – insieme a quello proveniente da altri Paesi soggetti a sanzioni, come Russia e Venezuela – continua a raggiungere il mercato cinese.
Alla luce dell’attuale escalation in Medio Oriente, da cui transita e deriva larga parte delle importazioni di greggio cinesi, analizzare questi canali meno trasparenti del commercio energetico permette di valutare con maggiore accuratezza quali potrebbero essere le reali implicazioni del conflitto per la sicurezza energetica di Pechino. Tuttavia, l’impatto immediato di eventuali interruzioni di questi flussi sull’economia cinese potrebbe rimanere limitato. Pechino dispone infatti di ampie riserve strategiche di greggio, stimate intorno ai 900 milioni di barili e accumulate proprio per assorbire eventuali shock geopolitici. Inoltre, il rallentamento della crescita economica e della domanda energetica negli ultimi anni contribuirebbe a ridurre, almeno nel breve periodo, la pressione sul sistema energetico nazionale.
L’importanza di Hormuz per la Cina e il ruolo del petrolio malaysiano
L’attacco condotto da Stati Uniti e Israele contro l’Iran è destinato ad avere ripercussioni sul mercato energetico globale, e la Cina difficilmente potrà rimanerne immune. L’escalation militare in Medio Oriente ha infatti già iniziato a incidere sulla sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz, uno dei principali colli di bottiglia del commercio internazionale. Da questo passaggio marittimo transita circa il 17% dell’offerta mondiale di petrolio, circa 15 milioni di barili di greggio al giorno, e oltre due terzi di questi flussi sono destinati ai mercati asiatici. In questo contesto la Cina risulta particolarmente esposta: Pechino è oggi il maggiore importatore di petrolio al mondo, con oltre 11 milioni di barili al giorno di greggio importati dall’estero nel 2025, e una quota significativa di queste forniture proviene proprio dai Paesi del Golfo. Le interruzioni del traffico nello Stretto di Hormuz rischiano quindi di tradursi rapidamente in prezzi più alti, ritardi logistici e maggiore volatilità per il sistema energetico cinese.
Tuttavia, un’analisi più attenta dei flussi di importazione di Pechino rivela alcune anomalie che rendono la Cina potenzialmente ancora più esposta alle conseguenze del conflitto in Iran di quanto suggeriscano i dati ufficiali. Sebbene le statistiche doganali cinesi indichino che dal 2022 Pechino non importa formalmente petrolio dall’Iran, le forniture non si sono effettivamente interrotte. Piuttosto, osservatori suggeriscono che una parte significativa di questi flussi continui ad avvenire attraverso canali commerciali indiretti, più difficili da ricondurre a flussi bilaterali tra Teheran e Pechino. Secondo stime recenti, oltre l’80% delle esportazioni petrolifere iraniane continua a essere assorbito dalla Cina. Un ruolo centrale nel commercio del petrolio iraniano verso la Cina è svolto dalla Malaysia, le cui acque sono diventate negli ultimi anni uno dei principali punti di transito del greggio diretto verso il mercato cinese. Il 5% del petrolio importato dalla Cina viene dalla Malaysia, ma i volumi registrati superano ampiamente la capacità produttiva del Paese del Sud-est asiatico: nel 2025 Pechino avrebbe importato circa 1,3 milioni di barili al giorno di greggio registrato come malese, mentre la produzione petrolifera della Malaysia si aggira intorno ai 535mila barili al giorno.
Questa discrepanza suggerisce che una parte del petrolio registrato come malese provenga in realtà da altri produttori. Una quota significativa sarebbe dunque greggio iraniano, trasferito tra petroliere in mare aperto – come registrato anche dall’analisi satellitare di Bloomberg nel 2024 e dai tracciamenti di Kpler – e successivamente rietichettato come “Malaysian mixed oil”, prima di essere esportato verso le raffinerie cinesi. In questo modo il petrolio iraniano può continuare a entrare nel mercato cinese aggirando formalmente il regime sanzionatorio internazionale che colpisce le esportazioni energetiche di Teheran.
Il governo malese ha più volte promesso di intervenire per limitare le attività di trasferimento di petrolio sospette al largo delle proprie coste, soprattutto nell’area della East Outer Ports Limits (EOPL) – un’area vicino allo Stretto di Singapore che negli ultimi anni era diventata uno dei principali punti di transito per questi scambi. Nonostante le misure prese per limitare gli scambi illeciti di greggio, il fenomeno rimane però difficile da contenere. Le navi coinvolte in queste operazioni pagano tariffe e servizi logistici a intermediari e società locali, creando una fonte di entrate economiche per diversi attori presenti nel Paese. Inoltre, il peso della Cina nel sistema commerciale regionale rende la questione particolarmente delicata anche sul piano politico: un’applicazione troppo rigorosa delle restrizioni rischierebbe di avere ripercussioni diplomatiche o commerciali con Pechino, principale destinatario finale di questi flussi energetici.
Le altre vie
Negli ultimi anni, inoltre, la Malaysia non rappresenta più l’unico snodo di transito per questo tipo di operazioni. Se in passato gran parte del petrolio iraniano destinato alla Repubblica popolare veniva registrato come proveniente da Kuala Lumpur, oggi i flussi risultano più diversificati, anche in seguito ai tentativi del governo malese di rafforzare i controlli sulle operazioni di trasferimento illecito nelle proprie acque.
Secondo alcune stime, le esportazioni di petrolio dalla Malaysia verso la Cina sono diminuite del 7,9%, mentre la crescita delle importazioni cinesi di greggio negli ultimi mesi è stata assorbita quasi interamente da altri fornitori. In particolare, Indonesia e Brasile compaiono sempre più frequentemente nelle statistiche doganali cinesi come Paesi di origine del greggio. Le esportazioni di petrolio dall’Indonesia verso la Cina mostrano un aumento anomalo: secondo i dati doganali cinesi, sono passate da meno di 100mila tonnellate nel 2024 a circa 9,81 milioni di tonnellate da gennaio a ottobre 2025, pari a circa 235mila barili al giorno. Questa discrepanza ha portato diversi analisti a ipotizzare che parte del greggio iraniano venga rietichettato anche come petrolio indonesiano, in seguito al maggiore scrutinio in Malaysia.
Gli USA mettono pressione
Allo stesso tempo, l’inasprimento della pressione statunitense sulle esportazioni energetiche di Paesi sottoposti a sanzioni sta colpendo indirettamente alcune delle fonti di approvvigionamento della Cina. La strategia dell’amministrazione Trump nei confronti dell’Iran – insieme alle misure adottate contro altri esportatori sanzionati, come il Venezuela – ha di fatto ridotto lo spazio operativo per una parte dei fornitori di petrolio su cui Pechino ha fatto affidamento negli ultimi anni. Il peso di questi due Paesi nel mix energetico cinese, tuttavia, non è equivalente: il Venezuela rappresenta una quota relativamente limitata delle importazioni cinesi, ovvero circa il 4% delle importazioni di greggio; al contrario, il petrolio iraniano ha un peso decisamente maggiore per Pechino, pari a circa il 13% delle sue importazioni totali di petrolio l’anno scorso. Per questo motivo, mentre la riduzione dei flussi venezuelani rappresenta soprattutto un contraccolpo politico e simbolico per le relazioni di Pechino in America Latina, interruzioni delle forniture iraniane avrebbero conseguenze ben più rilevanti. In questo contesto Pechino potrebbe essere spinta a rafforzare ulteriormente i propri legami energetici con la Russia, che è già oggi il principale fornitore di greggio della Cina, coprendo circa il 20% delle importazioni complessive di Pechino.
Nonostante ciò, la Cina continua a disporre di ampie riserve strategiche e commerciali di greggio. Secondo le stime più recenti, le scorte cinesi coprirebbero circa tre mesi di importazioni. Nel breve periodo, dunque, Pechino sembra avere margini sufficienti per assorbire eventuali turbolenze. Nel medio termine, tuttavia, l’escalation militare tra Iran, Stati Uniti e Israele e l’instabilità crescente nel Golfo Persico potrebbero aumentare la vulnerabilità strutturale della sicurezza energetica cinese, soprattutto nel caso in cui le rotte di approvvigionamento dal Medio Oriente dovessero subire interruzioni più prolungate.
Paola Morselli
*Istituto Ispi

Lascia un commento