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Magnifica Humanitas: l’Intelligenza Artificiale come responsabilità condivisa

Il 25 maggio 2026, mentre il G7 è in stallo sulle regole internazionali dell’intelligenza artificiale e il Congresso degli Stati Uniti fatica a produrre una legislazione federale organica sull’IA, è la Santa Sede a rompere il silenzio. Con l’Enciclica Magnifica Humanitas, Leone XIV interviene nel vuoto politico e antropologico che oggi caratterizza la governance globale dell’intelligenza artificiale. Non con un appello nostalgico né con un rifiuto dell’innovazione, ma con un’analisi precisa e una domanda scomoda: a quali condizioni costruire la tecnologia? Il punto di partenza è che indietro non si torna: l’intelligenza artificiale è già un’infrastruttura della produzione, delle relazioni sociali e del lavoro. La domanda, allora, non è se adottarla, ma se farlo in modo che generi valore duraturo e non solo vantaggio di breve periodo.

di Istituto Ispi | 31 Maggio 2026

di Marco Bani e Enzo Maria Le Fevre Cervini*

Il 25 maggio 2026, mentre il G7 è in stallo sulle regole internazionali dell’intelligenza artificiale e il Congresso degli Stati Uniti fatica a produrre una legislazione federale organica sull’IA, è la Santa Sede a rompere il silenzio. Con l’Enciclica Magnifica Humanitas, Leone XIV interviene nel vuoto politico e antropologico che oggi caratterizza la governance globale dell’intelligenza artificiale. Non con un appello nostalgico né con un rifiuto dell’innovazione, ma con un’analisi precisa e una domanda scomoda: a quali condizioni costruire la tecnologia? Il punto di partenza è che indietro non si torna: l’intelligenza artificiale è già un’infrastruttura della produzione, delle relazioni sociali e del lavoro. La domanda, allora, non è se adottarla, ma se farlo in modo che generi valore duraturo e non solo vantaggio di breve periodo.

È un’enciclica che parla ai governi che si muovono in ritardo, alle imprese che possono scegliere se subire la complessità tecnica o governarla, alle università che faticano a fare sistema, alla società civile che stenta a farsi sentire dove le leggi non arrivano, e agli individui che smettono di chiedersi se ciò che «il sistema dice» sia anche ciò che è giusto. Per questi motivi, la sua rilevanza trascende le questioni dottrinali, filosofiche, morali e teologiche e diventa fondamentale per tutti, specialmente chi si deve occupare di politiche pubbliche.

Chi detiene oggi il potere tecnologico

«Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali.»  — Magnifica Humanitas

Già nei primi paragrafi, l’enciclica colpisce duramente. Le piattaforme algoritmiche non distribuiscono soltanto efficienza: strutturano l’accesso all’informazione, la visibilità sociale, la reputazione, le opportunità economiche e persino le categorie attraverso cui gli individui si percepiscono come soggetti capaci di agire. Quando sistemi di scoring, ranking e ottimizzazione comportamentale diventano infrastrutture permanenti della vita quotidiana, il potere tecnologico smette di essere semplicemente economico e diventa cognitivo.

In questo contesto, lo scenario geopolitico non potrebbe essere più frammentato. Negli Stati Uniti, una parte rilevante del settore tecnologico ha sposato apertamente una visione in cui la tecnologia è anzitutto strumento di potenza: l’enciclica, quando condanna i sistemi d’arma autonomi e ribadisce che ogni decisione con conseguenze letali deve restare sotto controllo umano, risponde a quella stessa visione. La Cina ha invece costruito infrastrutture algoritmiche di controllo sociale in cui la deliberazione del cittadino è progressivamente sostituita da meccanismi di conformità. L’Unione Europea, infine, ha prodotto con l’AI Act il framework regolatorio più avanzato al mondo, ma rischia di restare una potenza normativa incapace di tradurre le regole in capacità tecnologica propria.

Dietro questa frammentazione si confrontano due idee opposte sull’uso l’intelligenza artificiale. Da un lato la visione oggi dominante nelle politiche tecnologiche, secondo cui la potenza tecnica è di per sé prova di avere ragione e il fine ultimo è prevalere sui concorrenti. Dall’altro la posizione dell’enciclica, per cui lo strumento senza una causa che metta al centro la persona non è progresso, ma rischio. Non sono due gradi di entusiasmo sulla stessa scala: sono due risposte alternative alla domanda se la tecnologia debba far primeggiare pochi o far crescere tutti.

Quando l’algoritmo plasma la coscienza

Magnifica Humanitas va oltre la critica alla neutralità tecnica:

«La tecnologia non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa.»  — Magnifica Humanitas

Ogni architettura algoritmica incorpora una visione dell’essere umano: cosa deve essere ottimizzato, cosa deve essere premiato, cosa deve essere considerato affidabile. L’IA non modifica soltanto i processi decisionali: modifica il modo in cui gli individui si percepiscono come soggetti morali. La grande trasformazione contemporanea consiste nel fatto che la deliberazione morale rischia di essere sostituita da meccanismi di conformità algoritmica. L’individuo smette di chiedersi «questa decisione è giusta?» e comincia ad affidarsi ciecamente alle macchine. La differenza è enorme: nel primo caso esiste ancora uno spazio di coscienza e responsabilità personale; nel secondo, la responsabilità viene esternalizzata verso infrastrutture percepite come oggettive, affidabili e inevitabili.

L’enciclica è esplicita nel suo realismo economico: l’IA amplifica il potere di chi già dispone di dati e risorse. A questo squilibrio applica il principio della destinazione universale dei beni: algoritmi, brevetti, piattaforme e dati non sono solo asset aziendali, ma beni con una funzione sociale. È il passaggio più operativo del testo. I dati, scrive l’enciclica, sono frutto del contributo di molti e non possono essere venduti o affidati a pochi: vanno trattati come una risorsa collettiva di cui la collettività decide l’uso. Soprattutto per un’impresa questo non è un vincolo astratto, ma un’indicazione di metodo. Chi tratta i dati dei propri clienti come petrolio privato da estrarre costruisce un vantaggio fragile, esposto alla diffidenza e alla pressione regolatoria; chi li gestisce come una risorsa condivisa, con trasparenza su finalità e benefici, costruisce la fiducia, che è la vera condizione per usare appieno le potenzialità dell’IA. Trasportando la sussidiarietà nel contesto digitale, l’enciclica identifica infine il problema centrale: i grandi attori tecnologici si sono di fatto sostituiti agli Stati come «istanza superiore» dello sviluppo, ma operano senza la trasparenza e l’accountability che quella posizione richiederebbe.

Disarmare l’intelligenza artificiale

L’enciclica introduce poi il concetto più radicale del documento: «disarmare l’IA». Non si tratta di un appello pacifista limitato alle armi autonome. «Disarmare» significa sottrarre l’intelligenza artificiale alla logica della corsa competitiva, quella che spinge ogni azienda, ogni governo, ogni laboratorio a sviluppare più velocemente del concorrente, accettando compromessi etici che in condizioni normali non accetterebbe.

L’enciclica risponde direttamente a questa resa: l’allineamento etico dell’IA deciso da pochi non è sufficiente, e rappresenta un deficit democratico che richiede una presenza politica attiva, non una delega all’autoregolazione industriale. Il punto è sottile ma decisivo: oggi quasi tutte le imprese dichiarano di avere un’IA etica, sicura, allineata, ma resta aperta la domanda su chi abbia scritto quel codice di valori. Non serve un’IA più morale se questa morale è decisa da pochi. E «disarmare» non significa rallentare: il problema non è la velocità dell’innovazione, ma chi ne detta i tempi. Governare il cambiamento, invece di subirlo o di lasciarlo dettare a chi ha un prodotto da vendere e un trimestre da chiudere, è la postura che conviene anche a chi quei prodotti li costruisce, perché è l’unica che rende l’adozione sostenibile nel tempo. È in questo senso che l’enciclica riempie un vuoto: non quello lasciato dalla politica sull’IA in senso stretto, ma quello lasciato da chiunque avrebbe dovuto dire con chiarezza che la logica della corsa ha un costo che i bilanci aziendali non registrano e che le leggi vigenti non catturano ancora.

“A ciascuno il suo tratto di muro”

È qui che Magnifica Humanitas smette di essere un documento di diagnosi e diventa un programma d’azione: distribuito, però, tra attori diversi, ciascuno con la propria quota irriducibile di responsabilità.

I governi sono chiamati a fare qualcosa di più che regolare ex post. L’enciclica indica che la presenza politica nella governance dell’IA non può essere sostituita dall’autoregolazione industriale: gli Stati devono partecipare attivamente alla definizione delle traiettorie tecnologiche, non limitarsi a sanzionare i danni una volta prodotti. In Europa questo implica un cambio di postura, ovvero generare capacità di sviluppare tecnologia e non solo regolazione.

Le imprese si trovano davanti a tre obblighi concreti, che è più utile leggere come tre leve di fiducia. Il primo è la trasparenza: chi sviluppa o adotta sistemi algoritmici non può più nascondersi dietro la complessità tecnica, e chi rende leggibili le proprie scelte trasforma un potenziale sospetto in un fattore di reputazione. Il secondo è la contestabilità: un sistema che non prevede meccanismi di revisione e di obiezione viola la dignità dell’utente e, in un contesto di crescente pressione regolatoria, accumula rischi legali e reputazionali destinati a emergere nel breve periodo. Il terzo è la finalità: un’impresa non può limitarsi a chiedersi «l’IA funziona?», ma deve chiedersi «per chi funziona, e per cosa?». L’enciclica chiama esplicitamente manager, imprenditori e investitori a un impegno di responsabilità pubblica, e rivolge agli sviluppatori un appello diretto alla responsabilità etica del proprio lavoro: nessuna procedura di compliance può sostituire il giudizio professionale di chi costruisce i sistemi. Per chi guida un’azienda il messaggio è che il vantaggio competitivo non nasce dal mettere meno regole degli altri, ma dal costruire prodotti di cui i clienti possano fidarsi. È questa fiducia che permette di sfruttare davvero le potenzialità dell’IA, perché un’adozione che fa crescere clienti, lavoratori e fornitori si dimostra più solida di una che si limita a far crescere chi la vende.

Le università e gli enti di ricerca sono interpellati in modo meno esplicito, ma la logica dell’enciclica è inequivocabile: se l’allineamento etico dell’IA non può essere deciso da pochi, occorre un sapere indipendente, critico e accessibile che funga da contrappeso alla conoscenza proprietaria delle grandi piattaforme. La concentrazione della ricerca sull’IA in laboratori privati, dove i risultati sono pubblicati selettivamente e i modelli raramente ispezionabili, è incompatibile con la governance democratica dell’innovazione.

La società civile trova in Magnifica Humanitas una legittimazione esplicita. L’enciclica, nell’applicare la sussidiarietà al digitale, implica che le organizzazioni civili devono poter esercitare pressione su quegli attori privati transnazionali che si sono sostituiti agli Stati. La capacità di denuncia, di audit indipendente, di rappresentanza degli interessi di chi non ha voce nei processi algoritmici è una funzione democratica che nessuna legge, per quanto ben scritta, può assolvere da sola.

Gli individui, infine, sono al centro della crisi che l’enciclica descrive. Magnifica Humanitas sostiene, e in questo converge con la ricerca più avanzata sull’etica dell’IA, che la coscienza morale non può essere delegata: un sistema può calcolare, prevedere e ottimizzare, ma non può assumere responsabilità al posto dell’essere umano. Quando l’individuo rinuncia alla propria funzione deliberativa perché «lo dice il sistema», la questione etica non scompare, viene neutralizzata. È questo il rischio più profondo della governance algoritmica: non la ribellione delle macchine, da lasciare all’immaginario cinematografico e letterario, ma l’erosione silenziosa della capacità umana di dissentire e di assumersi il peso morale delle decisioni.

Dalla diagnosi all’azione

Magnifica Humanitas non è soltanto un testo di teologia. È un documento politico che parla un linguaggio etico in un momento in cui la politica globale non riesce a produrre un linguaggio coerente sull’intelligenza artificiale. Come Rerum Novarum 135 anni fa, che non risolse la questione operaia ma la nominò con una chiarezza che nessun altro attore aveva saputo produrre, Leone XIV pone una domanda che non può essere ignorata: chi risponde di ciò che l’IA sta diventando?

La risposta non appartiene a un solo attore. È, insieme, dei governi che devono tornare a guidare e non solo a seguire; delle imprese che devono uscire dalla logica della corsa e assumersi responsabilità concrete verso i propri utenti e la società; delle università che devono difendere la propria funzione critica e indipendente; della società civile che deve esercitare il controllo democratico là dove le leggi non arrivano; e degli individui che devono resistere alla tentazione di delegare il giudizio morale a ciò che «il sistema» produce. Resta un’asimmetria che dovrebbe far riflettere: la visione che fa della potenza un fine trova espressione in capitali, contratti e spirito del tempo, e ogni giorno si traduce in prodotti e standard; quella che chiede di subordinare la potenza alla dignità delle persone non ha ancora un mercato che la sostenga. Per questo non basta condividere una diagnosi: serve passare dai discorsi alla concretezza. Un’enciclica può dire con forza perché l’IA senza regole sia un problema, ma gli obblighi di trasparenza, le condizioni per lo sviluppo economico, la titolarità dei dati, le tutele e i limiti possono essere scritti solo da governi e parlamenti, e tradotti in pratica solo da imprese che scelgano la fiducia come strategia.

La vera sfida non è regolare l’intelligenza artificiale. È preservare una civiltà in cui gli esseri umani continuino ad avere la capacità, e il coraggio, di dire «no» quando il sistema smette di essere compatibile con la dignità umana.

Leone XIV ha posto la domanda. E non è una domanda che riguarda i soli governi: ci riguarda tutti, perché tutti, come imprese, ricercatori, cittadini e consumatori, contribuiamo ogni giorno a stabilire quale delle due visioni si traduce in realtà. Ora tocca a ciascuno rispondere.

Marco Bani e Enzo Maria Le Fevre Cervini

*Istituto Ispi

(Le opinioni espresse sono degli autori e non rappresentano la posizione delle istituzioni di appartenenza né dell’ISPI.)

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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