Mi ci sono voluti alcuni giorni di riflessione per cercare di capire la “ Giornata della memoria” del ventisette gennaio scorso, celebrata dal Gabinetto Vieusseux , nel ciclo di presentazione delle sinfonie che il Maggio Musicale fiorentino ha dedicato a Dimitrij Sciostakovic. In particolare sulla sinfonia numero tredici “ Babji Jar” sul testo del poeta russo Evtuschenko. Il tema scottante del genocidio ebraico passa attraverso la musica, colto dal Maggio, giustappunto per l’occasione. L’esposizione dell’argomento trattato lungamente durante il pomeriggio ha sciolto alcuni dubbi e create alcune incomprensioni. Babji Jar era un area depressa, un avvallamento nella periferia di Kiev oggi scomparso. Durante la seconda guerra mondiale furono fucilati in pochi giorni più di trentacinquemila ebrei, in particolare bambini, donne, vecchi, nei primi giorni del settembre 1941. Gli uomini, invece, erano stati richiamati nell’esercito sovietico dopo che la mattina alle ore 4 del 22 giugno 1941, Kiev fu rasa al suolo dai bombardieri della Luftwaffe. La pulizia etnica non terminò che con la fuga dei tedeschi due anni dopo, col tentativo di far sparire le prove di quel massacro che coinvolse in realtà centocinquantamila persone ucraine di varie etnie, disabili malati di mente. Kiev infatti, era una città polietnica capitale di un soviet che prima lungamente aveva combattuto i bolscevichi, ma che di fatto era parte integrante dell’URSS. Il pomeriggio di studio introdotto dal Giovanni Vitali e Cristiano Chiarot, è stato di seguito esposto dalle docenti Antonella Salomoni e Rossana Giaquinta, evidenziando tre aspetti della presentazione sinfonica che coinvolgeva, Storia, poesia e musica. L’elegia ebraica proposta tra parole e musica da Samuel Mazzoni ha ricostruito l’elemento poetico più strettamente attinente, il suo sviluppo espressivo, tra Sciostakovich e il testo di Evtuschenko. Antonella Salomoni, ne ha toccato il cuore storico, rievocando il percorso di quella mattanza. Privati di tutto, nudi, furono fucilati e gettati nel fondo di Babji Jar. In seguito anche il vicino cimitero ebraico fu oggetto di profanazione sia pur esso da tempo abbandonato. Nei due anni che seguirono furono segnati da delazioni e denunce e questo fu vero in parte, perché molti ucraini raccolsero i gemiti di dolore di chi ancora era rimasto vivo sotto quei corpi straziati dalle ogive tedesche, rischiando la vita per salvare quelle anime. La città come tutto il soviet ucraino era occupato dai tedeschi che stavano avanzando verso il Caucaso. L’Ucraina non esisteva come stato indipendente, mai era riuscita ad avere un proprio Stato, quindi un governo, all’infuori della parentesi di Brest Litovsk nel 1917 che si concluse cono la capitolazione dell’esercito bianco nel 1921. Quello che accadde poco prima della ritirata tedesca fu davvero raccapricciante perché cercarono di far sparire le prove della strage bruciando i resti degli uccisi. Le ceneri però si sollevarono nell’aria, comunque tutto non fu nascosto e chi sapeva in parte taceva, ma solo una parte . Il luogo fu visitabile, ma ufficialmente non riconosciuto. In seguito l’Unione Sovietica fece di tutto per nascondere questa tragedia come tutte le altre. La domanda che sarebbe stata da porre alla relatrice è: perché? La risposta è arrivata indiretta da Rossana Giaquinta durate la sua esposizione. L’Unione Sovietica aveva sulla sue spalle una situazione analoga e per giunta peggiore di quella nazista. Prima di quella nazista era stata responsabile di genocidio e inventore dei lager. Nulla doveva trapelare oltre confine. Tutti coloro che rientrarono in patria dall’occidente dopo la guerra volontariamente, o dopo i campi di concentramento, se erano stati a contatto con occidentali furono destinati ai gulag siberiani. Durante la guerra i campi di concentramento erano in tutto il territorio sovietico occupato dai tedeschi come a Bobruisk in Bielorussia. I più, liberati, non videro mai la loro casa. A Sircezch vicino a Kiev dove nei pressi ve ne erano altri, soldati prigionieri, anche ebrei, civili i sopravvissuti ebbero la medesima sorte. Questo è il motivo per cui Babji Jar fu dimenticato. Solo il “disgelo”, dopo la morte di Stalin, nel momento che Nikita Krusciov fu il segretario generale del partito la tragedia di Babij Jar fu raccontata in musica nel 1961. Eppure, Sciostakovich non fu un artista libero. Fu un buon musicista, ma non libero. Più anziano di Evtuschenko, che non visse l’esperienza di alcuni suoi poeti che lo precedettero suicidi o assassinati come Esenin e Majakovskij, Sciostakovich fu un artista eminente sì, ma di regime, premiato ben cinque volte da Stalin, al contrario di Maria Judina, la grande pianista sua coeva, che non si piegò mai al “ piccolo padre”. D’altra parte la musica si ascolta su tre piani separati, come scrive Copland e quello sensitivo è il più comune dove nessun regime dittatoriale ne ha fatto una colpa al compositore. Fu dunque Krusciov il vero poeta di quel breve momento dove la voce del dolore poté risuonare nel cielo? Rosanna Giaquinta lo afferma e dalle ceneri di Babji Jar, Evtuschenko raccolse quella visione che la sua testimonianza impresse nella sua anima quando giunse in quel luogo. Sorprendentemente scrisse delle colpe e delle dimenticanze sovietiche su di una tragedia voluta dai nazisti e di quanti furono al loro fianco evocando Anna Frank come un fuscello di ramo stroncato dal suo albero. Un luogo che oggi non esiste più, Babji Jar, sia pur ricordato in Ucraina dagli anni ‘90 con un monumento. La sinfonia nr. 13, scritta per voce di basso, fu di notevole gestazione, come raccontato dalla professoressa Giaquinta, e non fu facile trovare un cantante; vi rinunciarono i diversi, testimonianza del fatto che tanto disgelo era solo formale. La paura e le delazioni erano ancora all’ordine del giorno e il suo eco non si affievolì poco dopo che ebbe inizio l’era di brezneviana. Fu, forse, per questo motivo che fino ad allora Evtuschenko privo di tessera del partito, vi si iscrisse. La sinfonia Babji Jar non ebbe immediata risonanza mondiale, ancora nel 1966 le migliori enciclopedie della musica non consideravano Sciostakovich se non nell’elenco del loro dizionario. Anche l’edizione Rizzoli del 1979 della “ Breve storia della musica “ di Alfred Einstein, non contempla il compositore russo. Lo scrive come “ eminente”, invece, Giacomo Manzoni nella sua guida all’ascolto della musica sinfonica nell’edizione aggiornata del 1978, fermandosi stranamente alla sinfonia nr 12. E’ ancora Copland, che menziona il musicista ai tempi di Lady Macbeth di Mzensk nell’edizione del 1970 della Garzanti, considerando appunto l’opera del “ giovane compositore sovietico Sciostakovic” cioè “ Un esempio di opera come commento di vita sociale”. Senza espormi troppo al giudizio di natura soggettiva in qualità di ascoltatore, l’evento celebrativo di questa occasione unita alla tragedia, ha trovato un eccellente epilogo con il quartetto in do minore di Dimitrji Sciostakovich, esposto agli astanti dal giovane ensemble “ Quartetto Domino “ che riporta e invita all’ascolto della sinfonia cui il Maggio Musicale fiorentino ha dedicato l’intera opera sinfonica.
Enrico Martelloni

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