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Mafia e appalti: mai fatto un bilancio dei danni arrecati allo Stato

Conversazione di Marco Mayer con il Generale Mario Mori già Capo ROS CC e Direttore Sisde. “Ricostruire ulteriori segmenti di verità sugli intrecci malati tra politica, imprenditoria e criminalità, appare ormai impresa difficile, stante il tempo trascorso, ma soprattutto per le nette frammentazioni ideologiche che negli anni si sono venute  formando rispetto a questa problematica, così da renderne complicato un riesame sereno e distaccato. Solo quando saranno scomparsi tutti i protagonisti diretti ed indiretti di queste vicende, ritengo sarà possibile tentare di giungere ad una verità storica accettabile”.  

di Marco Mayer | 13 Luglio 2025

Mafia Appalti. Conversazione di Marco Mayer con il Generale Mario Mori già Capo ROS CC e Direttore Sisde.

In base alla sua esperienza ritiene ancora  possibile   ricostruire qualche pezzo di verità storica sull’ intreccio tra appalti, mafia, amministrazioni pubbliche e partiti che ha caratterizzato la Sicilia degli anni ottanta? 

Ricostruire ulteriori segmenti di verità sugli intrecci malati tra politica, imprenditoria e criminalità, appare ormai impresa difficile, stante il tempo trascorso, ma soprattutto per le nette frammentazioni ideologiche che negli anni si sono venute  formando rispetto a questa problematica, così da renderne complicato un riesame sereno e distaccato. Solo quando saranno scomparsi tutti i protagonisti diretti ed indiretti di queste vicende, ritengo sarà possibile tentare di giungere ad una verità storica accettabile.  

Esiste una stima – almeno approssimativa –  di quanto possano aver inciso in quegli anni appalti e pubbliche forniture sul fatturato e sulla crescita patrimoniale  di Cosa Nostra? 

Penso che una stima sui significativi danni economici provocati ai bilanci statali dall’illecito condizionamento degli appalti pubblici, non sia mai stata fatta specificatamente, peraltro la ritengo difficile, per i troppi parametri da considerare e non tutti facilmente quantificabili. Certo è che “Cosa nostra”, passando dal “pizzo” al contesto imprenditoriale, con i proventi che gli sono derivati dagli anni ottanta del secolo scorso in poi, ha potuto sostenere adeguatamente la sua azione criminale, infliggendo contestualmente danni rilevanti all’economia sana della nazione.

Gli storici dell’economia possono avvalersi degli archivi delle banche e delle grandi imprese che operavano in Sicilia. Un collega ed amico Luciano Segreto ha appena pubblicato uno studio sul gruppo Ferruzzi. Lei vedrebbe con favore un progetto di ricerca ad hoc promosso da alcuni dipartimenti universitari di storia contemporanea?

ll problema della criminalità mafiosa è stato gestito sin qui da politici, magistrati e investigatori con ottiche professionali specialistiche, che per lo più escludevano ogni aspetto non direttamente mirato al settoriale contrasto del fenomeno criminale. Direi che sarebbe estremamente opportuno sviluppare uno studio complessivo e scientificamente serio a riguardo. Anche perché in questo ambito permangono consistenti attività criminali che provocano tuttora consistenti danni alla nostra economia, così che nuove idee potrebbero individuare più moderne metodologie di contrasto da cui trarre indirizzi legislativi e operativi più aderenti ed efficaci.

Quali sono le sue impressioni sull’omicidio del Generale Carlo Alberto della Chiesa con cui Lei ha collaborato in più occasioni ?  Si può affermare che la Sua uccisione   costituisca l’ inizio di una nuova fase nell’ azione di Cosa Nostra contro lo Stato ? Cosa ha imparato dal Generale Dalla Chiesa e vorrebbe trasmettere alle nuove generazioni?

L’omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa nel settembre 1982 segna anche emblematicamente la conquista del potere mafioso da parte dei “viddani” corleonesi rispetto alle “famiglie” cittadine di Palermo. Esito raggiunto nella primavera del precedente 1981, in particolare con l’eliminazione di Stefano Bontate e Vincenzo Inzerillo. Si passò così da una mafia rispettosa di certe “regole” consolidate nei rapporti con le istituzioni, all’attacco diretto ai simboli dello Stato. Fatto questo, che, nel successivo medio periodo, segnò la fine di “Cosa nostra” cosiddetta “operativa”, spazzata via nel corso dei successivi anni novanta dalla reazione degli organismi di sicurezza. Il rapporto professionale col generale Dalla Chiesa mi ha consentito, una volta assegnato a Palermo, di potere applicare quel “metodo” che già proficuamente era stato adottato per combattere le organizzazioni  terroristiche. Sistema questo, consistente essenzialmente nel contrastare il fenomeno con personale esclusivamente dedicato, che il generale, tornato in Sicilia come prefetto, non ebbe né il tempo né la possibilità di mettere in atto nel nuovo incarico. Metodo che per la sua onerosità, sottraendo unità organiche qualificate e mezzi ingenti all’azione di contrasto ordinaria, può essere usato solo per fatti e circostanze particolari, quali il contrasto ai grandi fenomeni di criminalità organizzata. Nel contesto generale, il compito per l’organizzazione di sicurezza consiste anche nel mantenere, nei momenti di riflusso dei fenomeni, un’attenzione costante all’evolversi delle grandi espressioni criminali. Per non farsi trovare impreparati, come è  avvenuto in altri periodi storici, necessita in particolare che un’adeguata aliquota delle Forze di Polizia sia specificatamente destinata al monitoraggio dei potenziali grandi pericoli emergenti così che, all’evenienza, possano essere immediatamente contrastati.

 Negli anni settanta e nei primi anni ottanta in diverse famiglie mafiose si sono sviluppate rotture generazionali. In che misura prese di coscienza e di distanza (a favore della legalità)    fanno favorito il lavoro di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino  e dei loro collaboratori?

 Non ritengo che le rotture generazionali nel contesto dell’universo mafioso siano state realmente significative. Nella maggioranza dei casi più che di prese di coscienza e approcci diversi, si è trattato di modalità operative differenziate, necessitate dal doversi adeguare all’evoluzione della società. Questo, in particolare, nelle aree dove era più radicato l’insediamento delle organizzazioni criminali. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono stati due professionisti che hanno modificato coraggiosamente un modo di sviluppare l’azione inquirente, che ora si pone come una prassi pacificamente acquisita, ma che, all’epoca, provocò, anche nel loro ambiente, forti ostacoli e drammatiche lacerazioni.

 A suo giudizio il modello (o se vuole il metodo) di Vito Ciancimino a Palermo  si può considerare’ un esempio paradigmatico del funzionamento delle  organizzazioni criminali o viceversa é stato caratterizzato, invece, da  specifiche peculiarità

Vito Ciancimino era un criminale intellettualmente evoluto, convinto che  la parte attiva della società nazionale, quella cioè  espressione di politica ed economia, non potesse sopravvivere se non lucrando sul condizionamento illecito e sistematico dei grandi appalti pubblici. La sua azione e quella dei suoi correi, perché non  dimentichiamo  mai che l’ex sindaco di Palermo era solo la punta di un iceberg di grandi dimensioni, era costituita da condotte con finalità strategiche definite che si adeguavano tatticamente a esigenze e  modalità in sintonia con i tempi, pronte cioè a cambiare e aggiornarsi a fronte di nuove emergenze. Il tutto basato sul principio, sempre rispettato, di un adeguato e proporzionato ritorno economico per tutte le parti coinvolte nell’illecito. Le più recenti cronache che evidenziano come la corruzione in campo economico continui a manifestarsi ampiamente, sembrano dare in qualche modo ragione alla tesi sostenuta dal Ciancimino.   

Lei ha diretto per diversi anni i servizi interni. Non le chiedo informazioni specifiche, ma in linea generale a Suo giudizio per l’intelligence era più difficile operare in Sicilia che nelle altre regioni d’ Italia? 

Per le tecniche proprie di un servizio d’intelligence, in cui una parte significativa delle attività è rivolta a conoscere indirizzi e modalità operative degli avversari, da un punto di vista teorico, l’azione di contrasto ai gruppi criminali che operavano nel settore degli appalti, costituiva  un campo d’azione tecnicamente non insormontabile. Si tenga conto in particolare che, per operare negli appalti, “Cosa nostra” era costretta a venire meno alla tradizionale riservatezza ed impermeabilità caratteristiche della sua organizzazione, dovendo,  per raggiungere i propri scopi, rapportarsi con politici, imprenditori e tecnici; persone queste tutte estranee all’organizzazione, ma indispensabili per realizzare le intese necessarie al condizionamento illecito di incanti e concessioni. Questo rapporto costituiva un elemento di potenziale debolezza pienamente sfruttabile. Nel periodo della mia gestione del Servizio interno nazionale fu tentata un operazione volta a penetrare nel sistema economico gestito da Matteo   Messina Denaro, attuata attraverso l’azione di un elemento indotto a stabilire un contatto epistolare col latitante. L’operazione, che si prospettava molto interessante, fallì per incomprensioni tra magistratura, polizia giudiziaria e intelligence.

Contro il terrorismo e contro la criminalità organizzata c’ è stata in passato, almeno nelle fasi più importanti ,  una fattiva collaborazione tra le forze di maggioranza e di opposizione. Può indicare con   qualche esempio in cui ha vissuto in prima persona questo  spirito di unità nazionale?  Non crede che sia in corso una eccessivo grado di   politicizzazione – da una parte e dall’ altra delle vicende collegate alle stragi di Capaci e via D’ Amelio? 

Di fronte a eventi che mettevano in serio pericolo l’esistenza dello Stato democratico, come  in certe fasi è avvenuto per le manifestazioni più eclatanti del terrorismo interno prima, e della criminalità organizzata poi, le forze trainanti del paese, facendo riferimento ai principi dell’interesse nazionale,  sono riuscite a trovare quell’unità di intenti che ha consentito loro di sconfiggere i due fenomeni. Ho assistito personalmente, e in più circostanze,  a queste espressioni di convinta unità d’intenti. A riguardo mi piace ricordare l’ episodio  in cui, nel giorno del ritrovamento del cadavere dell’on. Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse, vidi operare in perfetta intesa il ministro dell’interno in carica, Francesco Cossiga, e quello “ombra” del Partito comunista italiano, Ugo Pecchioli. Tutti noi presenti, nella drammatica circostanza, capimmo che i due uomini politici in quel momento, nel loro agire, non rappresentavano uno schieramento, ma erano lì in quanto espressione materiale della coesione delle Istituzioni nazionali.  Come può ritenersi scontato per tutti i periodi di riflusso dei grandi fenomeni, oggigiorno stiamo attraversando quel periodo storico in cui le componenti significative della società hanno ripreso a privilegiare gli interessi di parte. In questo contesto, uno dei terreni di scontro più significativi è rappresentato dall’analisi di cause ed effetti  delle grandi stragi di mafia dei primi anni novanta del secolo scorso. La diversa valutazione dei fatti, su cui la magistratura non è ancora riuscita a fornire una risposta definitiva, ha dato luogo a contrastanti interpretazioni sostenute dalle diverse parti politiche. Ritengo che solo attraverso un lungo periodo di decantazione queste diverse interpretazioni potranno trovare una sintesi accettabile, sufficientemente vicina al reale svolgimento dei fatti. E questo avverrà a conclusione dell’analisi storica dei fatti, sempre più facilmente raggiungibile di quella giudiziaria.       

Marco Mayer         

(da “Il Riformista”)

Pubblicato in : Editoriale

Info Marco Mayer

Nell’arco degli ultimi trenta anni Marco Mayer ha svolto un’ intensa attività in campo internazionale, ricoprendo una molteplicità di ruoli : dalle relazioni commerciali alla promozione del Made in Italy, dalle operazioni civili e militari di pace alle attività di ricostruzione e riconciliazione post/conflitto; dall’emergenza umanitaria alla cooperazione allo sviluppo . Nell’ultimo decennio Marco Mayer, a lungo negli anni Ottanta Assessore alla Cultura della Regione Toscana, ha messo a frutto la sua esperienza sul campo, dedicandosi prevalentemente alla ricerca ed all’insegnamento universitario presso l’Università di Firenze dove insegna “Politica Internazionale” Dal 2003 insegna, inoltre, “Responsibility to Protect” and Post Conflict Management al Master “Human Rights and Genocide Studies” , promosso dall’Università di Siena, Kingston University – Londra , Collegium Civitas – Varsavia, Universität Viadrina – Francoforte. . Dal 2011 partecipa, infine, al programma di ricerca “Global Governance Programme” promosso dal Robert Schuman Centre for Advanced Studies dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole.

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