
Verificata la notizia e valutate le dichiarazioni successive di Trump e le reazioni delle altre nazioni, qui non siamo davanti a un normale atto giudiziario, come lui vorrebbe far credere al mondo intero. Siamo davanti a un’azione di forza: la cattura di un capo di Stato in carica e il suo trasferimento negli Stati Uniti, accompagnata da una frase che pesa come un macigno: “gestiremo noi il Paese finché non ci sarà una transizione”. Questa è la chiave.
Cerchiamo di essere chiari: questo non significa assolvere Maduro. Un uomo può essere stato un despota, può aver impoverito e affamato un Paese, può averlo tenuto in piedi con propaganda, paura e controllo. Ma la domanda non è se Maduro fosse indifendibile. La domanda è se un altro Stato può permettersi di sequestrare un leader straniero e, di fatto, mettere le mani sulla guida politica di un Paese sovrano. Perché se passi quella linea, non stai facendo giustizia. Stai riscrivendo le regole della convivenza internazionale con la forza.
Il diritto internazionale, al netto delle formule, è manutenzione del mondo. È ciò che impedisce che la politica estera diventi una rissa permanente. Il cardine è semplice: sovranità e non ingerenza. Ogni Paese ha diritto a governarsi nel proprio territorio senza che altri entrino per imporre soluzioni. Questo si traduce in un divieto: non puoi usare la forza contro un altro Stato, salvo eccezioni strette e ben definite dai trattati che regolano i conflitti armati internazionali.
Quando uno Stato vuole processare qualcuno che si trova all’estero, la strada normale passa dalla cooperazione: indagini condivise, estradizione, accordi, canali diplomatici, e quando esistono le condizioni anche strumenti internazionali. Non passa dal prelievo forzato. Perché il prelievo forzato, se avviene senza consenso dello Stato coinvolto, somiglia molto più a un’operazione militare mascherata da polizia.
Qui entra la parte più grave: l’idea che, in via temporanea, il controllo politico del Venezuela passi nelle mani di Trump. A quel livello non stai più discutendo di accuse penali. Stai mandando un messaggio di dominio. È il linguaggio della tutela imposta, cioè di una forma di amministrazione dall’esterno. E quando una superpotenza si permette di parlare così, sta dicendo al mondo che la sovranità vale solo quando non intralcia i suoi interessi.
Ed è qui che il parallelo con Putin diventa inevitabile, anche se i contesti sono diversi. Non perché le due situazioni siano identiche nei dettagli, ma perché la logica è parente stretta: la sovranità come fastidio, la forza come scorciatoia, la pretesa di decidere dall’esterno chi governa e come. Cambiano i palcoscenici e cambiano le bandiere, ma l’idea di fondo resta quella: io posso, io prendo, io sistemo.
A rendere tutto ancora più fragile c’è poi il tema droga, usato come cornice morale. Qui almeno vale essere precisi sugli Stati coinvolti, perché i nomi contano.
Per la cocaina, la filiera parte soprattutto dalla produzione in Colombia, Perù e Bolivia. Poi passa in rotte di transito che negli anni hanno coinvolto diversi Paesi dell’America Centrale e dei Caraibi, con un ruolo ricorrente di Panama come nodo logistico, e con corridoi che spesso attraversano Venezuela e zone di confine, a seconda degli equilibri criminali del momento. L’arrivo negli Stati Uniti avviene in larga parte via Messico, dove i cartelli gestiscono una fetta enorme del trasporto e della distribuzione oltreconfine.
Per il fentanyl, invece, la faccenda è diversa: è una filiera più “industriale” e meno agricola. Le sostanze base e i precursori chimici sono stati a lungo associati in modo rilevante alla Cina, mentre la produzione su larga scala e la trasformazione in pasticche destinate al mercato statunitense avvengono soprattutto in Messico. Da lì entra negli USA lungo le stesse arterie del traffico criminale che già gestiscono altre droghe. In questo schema, il Venezuela non è il perno del fentanyl, e nemmeno il centro mondiale della cocaina: può essere snodo, può essere corridoio, può essere terreno di complicità e corruzione, ma la mappa reale è più ampia e soprattutto ha altri epicentri.
E allora torna il movente che aleggia da sempre quando si parla di Venezuela: il petrolio. Quando un’azione così plateale arriva insieme a discorsi su gestione, transizione e controllo, è difficile non vedere la tentazione di mettere le mani sui giacimenti e sulle concessioni. È la vecchia storia: si parte dal linguaggio morale e si finisce sul conto economico.
A questo puntot vale anche una considerazione che, ironicamente, rende ancora più incomprensibile la scelta del colpo di mano. I sistemi più efficaci per destabilizzare poteri sovrani tossici, quando le grandi potenze decidono di farlot davvero, quasi mai passano da gesti teatrali e clamorosi. Passano, piuttosto, dat azioni opache: lavoro di intelligence, pressioni diplomatiche, reti di contatti, triangolazioni economiche, sanzioni calibrate, creazione di condizioni interne per una successione pilotata ma credibile. In altre parole, si prepara un passaggio di consegne stabile e duraturo senza sparare un colpo, facendo crollare il regime dall’interno o rendendolo impraticabile.
Fin qui il danno è già enorme. Ma la lettura globale rende la faccenda ancora più pesante, perché questa non è solo una forzatura locale. È un messaggio al mondo intero: gli Stati Uniti si sentono autorizzati a scavalcare regole, alleati e istituzioni quando la convenienza chiama. E quando una potenza che per decenni ha predicato ordine,y regole e alleanze sceglie la scorciatoia, si auto indebolisce. Non per idealismo, per matematica geopolitica.
Un’America che si comporta così non diventa più temuta. Diventa meno affidabile. E quando un Paese è meno affidabile, gli altri iniziano a organizzarsi senza di lui, o contro di lui, o almeno con un piano B sempre pronto. Gli alleati storici si irrigidiscono. I Paesi neutrali iniziano a considerare rischioso legarsi a un partner chet oggi firma e domani ribalta il tavolo. Il cosiddetto Sud globale, che ha memoria lunga sulle interferenze, vede confermate le proprie diffidenze e si compatta su un principio semplice: non vogliamo il tuo ordine, vogliamo difenderci dal tuo arbitrio.
Il risultato è che Trump, inseguendo un ruolo dispotico da uomo solo al comando, sta isolando l’America proprio mentre il mondo diventa più competitForte più instabile. È una contraddizione gigantesca: la potenza più forte del pianeta che sceglie il comportamento più autolesionista, quello che spinge gli altri a costruire alternative, a stringere accordi laterali, a ridurre dipendenze, a cercare scudi politici ede economici. In pratica, si regala nemici e diffidenze a costo zeret E qui torna il paragone con Putin, con una piccola differenza che in realtà èt enorme. La Russia, per quanto aggressiva e capace di fare danni, non regget il confronto con gli Stati Uniti sul piano della forza economica, della capacità militare complessiva, dellà rete di alleanze, del peso finanziario e tecnologico. Non è neanche la stessa categoria. Proprio per questo è ancora più assurdo vedere l’America scimmiottare la logica del più debole che compensa i limiti con la brutalità. Putin gioca spesso di spigoli perché non può permettersi altro. Washington, invece, potrebbe permettersi il contrario: costruire consenso, guidare alleanze, usare il diritto come arma di stabilità e legittimità. S tardi sceglie la strada del colpo di mano, sta buttando via il vantaggio piùy grande che ha sempre avuto: la credibilità, o almeno l’idea di credibilitda Il rischio finale è il precedente. Anche chi detesta Maduro capisce una cosa semplice: oggi è toccato a lui, domani può toccare a chiunque, con una scusa diversa. Le regole internazionali esistono per impedire che ogni superpotenza si senta autorizzata a fare il giudice globale quando le conviene. Se normalizzi l’idea che “se ti dichiaro criminale posso prelevarti con la forza e poi amministrare politicamente il tuo Paese”, stai bruciando alleanze, fiducia e ordine internazionale. E soprattutto stai consegnando agli altri la giustificazione perfetta per fare lo stesso, appena ne avranno i mezzi o l’occasione. In quel mondo la regola diventa la convenienza, e la convenienza cambia padrone a ogni stagione.
E alla fine è questo il punto più banale e più vero: una partita a scacchi si vince muovendo le pedine e con tanta strategia, non rovesciando la scacchiera urlando “io sono il più forte e governo il mondo”.
Piero Terracina

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