In un libro da me curato e in parte scritto, Sergio Bertelli, il maggior esperto di Niccolò Machiavelli, ha sostenuto che il Segretario fiorentino è soprattutto un «freddo esaminatore di quel che sta accadendo… e narra con freddezza e distacco il suo nuovo mondo…»[1], Certamente quindi un esponente del “realismo” politico, se non il suo fondatore moderno. Concludevo le considerazioni sulla metodologia da lui adottata nella sua opera maggiore, i Discorsi[2], parlando della tendenza a voler trovare “leggi generali” a partire da episodi noti, tratti dalla storia: «In definitiva, sembrerebbe che in Machiavelli si possa rintracciare una sorta di articolato, quanto particolarissimo, metodo sperimentale “storico”[3] (Walker), basato, a monte, su una teoria della società di stampo aristotelico (Skinner), cui vanno aggiunti, tra gli altri, non occasionali apporti lucreziani. Il risultato finale è la scoperta di un corpus di “leggi” della politica[4]».
In questo breve saggio cercherò di estrarre da un episodio famoso della storia antica −le “Forche Caudine”, narrato da Tito Livio nel IX libro di Ab Urbe Condita− di cui furono protagonisti i Romani nel quarantennale confronto con i Sanniti per il controllo del Sud dell’Italia continentale, alcuni aspetti sia della metodologia che delle idee portanti dell’opera.
Come premessa vanno ricordati alcuni concetti che stanno alla base dell’intera impalcatura teorica dei Discorsi, il primo dei quali è sicuramente il richiamo alla libertà, quale aspirazione fondamentale dei popoli. Ma perché i popoli aspirano ad essa e in quale misura riescono a mantenerla? Nel cap. XVI del I libro Machiavelli ricorda, per quanto riguarda i Romani:
«Quanta difficultà sia a uno popolo, uso a vivere sotto uno principe, preservare dipoi la libertà, se per alcuno accidente l’acquista, come l’acquistò Roma dopo la cacciata de’ Tarquinii… E tale difficultà è ragionevole; perché quel popolo è non altrimenti che un animale bruto, il quale, ancora che di natura feroce e silvestre, sia stato nutrito sempre in carcere ed in servitù; che dipoi lasciato a sorte in una campagna libero, non essendo uso a pascersi, né sappiendo i luoghi dove si abbia a rifuggire, diventa preda del primo che cerca rincatenarlo».
Nel caso dei Romani fu possibile riacquistare la libertà perché il Popolo non era stato intaccato in modo troppo profondo dalla «corruzione». Uno dei presupposti per combatterla efficacemente va ricercato nella Religione, pertanto è questione decisiva come essa è strutturata e come supporta la vita civile e militare. Qui aggiungo solo che Machiavelli ammirò la religione degli antichi in confronto alla “nostra religione”, che se è pur vero che mostrò “la verità e la vera via” non pose il “sommo bene” nello “stimare l’onore del mondo” ma nella “umiltà, abiezione e dispregio delle cose umane”. Uno dei capisaldi della religione degli antichi stava nel rispetto della parola data e dei trattati, alla stipula dei quali era obbligatorio il richiamo a Giove, il garante soprannaturale, colui che avrebbe punito duramente chi non li avesse rispettati. Il timore degli antichi per le punizioni divine era così forte che nessun generale avrebbe iniziato la battaglia se non ci fossero stati segnali inequivocabili del favore della divinità a proprio vantaggio. L’escamotage, diciamo così, per averli a disposizione a richiesta immediata, fu trovato nel sacralizzare alcuni animali –i polli sacri, ecc. – il cui comportamento avrebbe dato le rassicurazioni necessarie per infondere coraggio e sicurezza ai combattenti oppure, in assenza, nel rinunciarvi.
Nel corso della II guerra sannitica i due consoli romani con il loro esercito decisero di spostarsi dalla parte ovest a quella est del territorio sannitico per raggiungere le schiere nemiche che –così concordavano le testimonianze− stavano già sotto le mura di Luceria, alleata dei Romani. Temendo la caduta della città, che avrebbe portato alla probabile defezione in blocco dell’Apulia, i consoli decisero di imboccare la strada più breve, una strada stretta tra montagne, con due gole all’inizio e alla fine e una radura nel mezzo. Così nel racconto di Tito Livio:
«due gole profonde, strette, ricoperte di boschi, congiunte l’una all’altra da monti che non offrono passaggi, delimitano una radura abbastanza estesa, a praterie irrigate, nel mezzo della quale si apre la strada; ma per arrivare a quella radura bisogna prima passare attraverso la prima gola; e quando tu l’abbia raggiunta, per uscirne, o bisogna ripercorrere lo stesso cammino o –qualora si voglia procedere− superare l’altra gola, più stretta e irta di ostacoli».
È una trappola, i Romani se ne rendono conto e arrivano alla conclusione di non avere scampo, quindi rinunciano alla battaglia con i nemici appostati sui dirupi circostanti.
Accasciati, non sanno che pesci prendere, ma neppure i Sanniti sono sicuri sul da farsi. Vediamo come Machiavelli tratta l’intera faccenda nel cap. cap. XXIII, Libro II, dei Discorsi. Le vicende della guerra sannitica fanno da sfondo per mettere in evidenza il suo giudizio sulle «terze vie». Il titolo del capitolo è inequivocabile: «Quanto i Romani nel giudicare i sudditi per alcuno accidente che necessitasse tale giudizio fuggivano la via del mezzo».
«… quando si ha a giudicare cittadi potenti e che sono use a vivere libere, conviene o spegnerle o carezzarle; altrimenti, ogni giudizio è vano. E debbesi fuggire al tutto la via del mezzo, la quale è dannosa, come la fu ai Sanniti quando avevano rinchiusi i Romani alle Forche Gaudine; quando non vollero seguire il parere di quel vecchio, che consigliò che i Romani si lasciassero andare onorati, o che si ammazzassero tutti; ma pigliando una via di mezzo, disarmandogli e mettendogli sotto il giogo, gli lasciarono andare pieni d’ignominia e di sdegno. Talché poco dipoi conobbono con loro danno la sentenza di quel vecchio essere stata utile, e la loro diliberazione dannosa: come nel suo luogo più a pieno si discorrerà ».
Solo per rinfrescare la memoria, ricordo che “quel vecchio” era Erennio Ponzio, padre del comandante sannita, Gaio Ponzio. Una persona anziana e malata, ma ancora lucida e di grande prestigio. Val la pena ricostruire il dettaglio del “responso”. Il primo consiglio che aveva dato al messaggero inviato dal fronte a interrogarlo era stato perentorio, “lasciarli andare” liberi e con le proprie armi. Ma a Gaio e ai suoi consiglieri parve una generosità eccessiva. Inviato di nuovo il messaggero per avere ulteriori delucidazioni, il vecchio rispose secco, “uccideteli tutti”.
A questo punto Gaio decise di farlo parlare davanti a tutti. Portato sul posto argomentò che se i Sanniti volevano “una pace duratura e l’amicizia con un popolo potentissimo” dovevano lasciare andare i Romani, senza umiliarli. Nell’altro caso, nella ricostruzione di Livio, “si sarebbe evitata la guerra per molti anni, perché dopo la perdita di quei due eserciti per i Romani non sarebbe stato di nuovo facile raggiungere di nuovo la potenza di un tempo”.
Una “terza via non esisteva”.
Il figlio invece voleva un “compromesso”, lasciar andare i Romani sani e salvi, ma imporre loro, in quanto vinti, il diritto di guerra. Il padre rispose:
«Questa soluzione è tale che non vi acquisterà degli amici né vi libererà dai nemici. Salvate pure la vita a uomini che avete esasperato con un trattamento umiliante: la caratteristica del popolo romano è quella di non sapersi rassegnare alla condizione di vinto. Nei loro cuori sarà sempre vivo il marchio di infamia del caso presente, e questo non darà loro pace fino a quando non vi avranno ripagato con pene molte volte più dure».
Entrambe le proposte vennero respinte.
I Consoli romani chiesero una pace a parità di condizioni. Se non l’avessero ottenuta avrebbero sfidato il nemico in battaglia.
Ma Ponzio rispose che la battaglia era inutile, perché l’esito era già deciso. Visto che neppure da sconfitti ammettevano la propria sorte, li avrebbe fatti passare “sotto il giogo e privi di armi e con una sola veste per ciascuno”. Quanto al resto se i Romani avessero lasciato il territorio sannita e consentito che vivessero secondo le proprie leggi, vi sarebbe stato un “Patto di alleanza tra pari”.
Nella ricostruzione di Machiavelli:
«Era, come di sopra si è detto, il Consolo e lo esercito romano assediato da’ Sanniti: i quali avendo posto ai Romani condizioni ignominiosissime (come era volergli mettere sotto il giogo, e disarmati rimandargli a Roma), e per questo stando i Consoli come attoniti, e tutto lo esercito disperato; Lucio Lentolo, legato romano, disse che non gli pareva che fosse da fuggire qualunque partito per salvare la patria: perché, consistendo la vita di Roma nella vita di quello esercito, gli pareva da salvarlo in ogni modo; e che la patria è bene difesa in qualunque modo la si difende, o con ignominia o con gloria: perché, salvandosi quello esercito, Roma era a tempo a cancellare la ignominia; non si salvando, ancora che gloriosamente morisse, era perduto Roma e la libertà sua. E così fu seguitato il suo consiglio».
Tralasciando i discorsi riportati da Livio e i dettagli di quanto successo dopo, alla fine i Consoli e tutti gli ufficiali firmarono il trattato di pace, così come richiesto dai Sanniti –con la religione che lo consacrò– e abbandonarono il territorio mortificati per tornare a Roma, non senza aver lasciato a garanzia una folta rappresentanza di ostaggi, seicento cavalieri. Ma sentiamo Machiavelli:
«Tornati i Consoli con lo esercito disarmato e con la ricevuta ignominia a Roma, il primo che in Senato disse che la pace fatta a Caudio non si doveva osservare, fu il consolo Spurio Postumio; dicendo, come il popolo romano non era obligato, ma ch’egli era bene obligato esso e gli altri che avevano promessa la pace: e però il popolo, volendosi liberare da ogni obligo, aveva a dare prigioni nelle mani de’ Sanniti lui e tutti gli altri che l’avevano promessa. E con tanta ostinazione tenne questa conclusione, che il Senato ne fu contento; e mandando prigioni lui e gli altri in Sannio, protestarono ai Sanniti la pace non valere.
E tanto fu in questo caso, a Postumio, favorevole la fortuna, che i Sanniti non lo ritennono; e ritornato in Roma, fu Postumio appresso ai Romani più glorioso per avere perduto, che non fu Ponzio appresso ai Sanniti per avere vinto».
Ed ecco l’insegnamento da trarre da questi fatti:
«Dove sono da notare due cose: l’una, che in qualunque azione si può acquistare gloria, perché nella vittoria si acquista ordinariamente; nella perdita si acquista o col mostrare tale perdita non essere venuta per tua colpa, o per fare subito qualche azione virtuosa che la cancelli: l’altra è, che non è vergognoso non osservare quelle promesse che ti sono state fatte promettere per forza; e sempre le promesse forzate che riguardano il publico, quando e’ manchi la forza, si romperanno, e fia sanza vergogna di chi le rompe».
La risposta del Senato dunque è secca, nessun Patto è valido se sottoscritto in una situazione senza base giuridica (non spettava ai consoli trattare questo tipo di atto) e per maggiore definizione della materia –i Romani avevano una assoluta fiducia nell’atto giuridico– stabilirono che “Injussu populi nihil sanciri posset quod populo teneat” [5], facendolo adottare dalle tribù, in modo da applicarlo alla situazione venutasi a creare coi Sanniti.
Il “realismo” di Machiavelli lo porta quindi a condividere le alternative secche e non, come forse ci si potrebbe aspettare, le “vie di mezzo”, e a giustificare un certo tipo di “fraude”, come quella dei Sanniti quando questa non inficia la “virtù” sostanziale e non delegittima la Religione. Ma della “fraude” discuteremo in altra occasione.
In cima ai pensieri del Segretario c’è sempre la libertà di un popolo, che va difesa con la “virtù” e la partecipazione di tutti, pena diventare “servo”.
Luciano Priori Friggi
[1] AA.VV., Machiavelli teorico delle crisi, (a cura, e introduzione, di L. Priori Friggi), Microinet, 2013, (“Conversazione con Sergio Bertelli”, p. 209). Le citazioni sono tratte da un mio saggio, “La cultura di Machiavelli”, contenuto nel volume collettaneo (filosofi e scienziati politici) “La filosofia politica di Machiavelli”, a cura di M. Chiodi e R. Gatti, Franco Angeli, 2014.
[2] N. Machiavelli, Il Principe e Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, a cura di S. Bertelli, Feltrinelli, 1960.
[3] Per quel che riguarda la storia, Machiavelli ricorre essenzialmente a due fonti: la romana, grazie agli autori classici, e la contemporanea, frutto dell’esperienza diretta, personale, o indiretta, e tuttavia ben conosciuta.
[4] L’analisi aristotelica richiama ovviamente il succedersi delle forme costituzionali. Per un approfondimento dell’argomento rinvio alla mia introduzione al libro su Machiavelli (cit.), dove vi è un tentativo di messa a punto, insieme ad altri temi, del pensiero sistematico del Fiorentino. In lui è rintracciabile una teoria generale di tipo ciclico con evidenti addentellati con la tradizione antica, affinata da Platone e Aristotele, e che ha il suo momento di maggiore compiutezza in Polibio (che tuttavia Machiavelli supera con apporti innovativi).
[5] “Senza l’autorizzazione del popolo non è possibile sancire alcun atto”.

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