
Insomma, masticando qualcosa facendo zapping tra i vari TG, quello che si evince è che Trump si è convinto di aver vinto una guerra lampo che, nei fatti, non ha mai controllato fino in fondo, guarda i danni inflitti e li scambia per risultato strategico, classico errore di chi confonde il colpo con la partita.
Parla di vittoria, si immagina già seduto al tavolino con degli sconfitti, ma la realtà è un’altra, la partita è ancora aperta e lo Stretto di Hormuz resta una leva decisiva, usata in modo lucido, economico e militare, non è un dettaglio, è il centro del gioco, da lì passa una quota enorme del petrolio mondiale, e chi ne condiziona il traffico tiene in mano una pressione che va ben oltre il campo di battaglia. Quella che viene raccontata come una vittoria è in realtà una tensione geopolitica che si è solo spostata di livello, meno visibile ma più incisiva, fatta di rotte controllate, flussi rallentati, equilibrio instabile, non è una resa, è una stretta progressiva che lavora sul tempo e sugli equilibri globali.
Direi a questo punto che Il problema è tutto qui; ragiona come se fosse una trattativa immobiliare, entra, colpisce, annuncia la vittoria e si aspetta che l’altro si sieda e firmi, ma qui non sei a Manhattan, sei in uno snodo strategico del pianeta, e chi controlla il passaggio non è quello che proclama la vittoria, è quello che decide chi passa e chi resta fermo.
E alla fine il conto non lo paga chi alza la voce o annuncia vittorie, lo paga il mondo intero, tra mercati in tensione, energia trasformata in arma e instabilità diffusa, perché quando le decisioni vengono prese con la logica della forzatura e della mossa a effetto il sistema si irrigidisce e scarica il costo su tutti; insomma più che una strategia sembra la traiettoria di uno squilibrato afflitto da deliri di onnipotenza, lasciando agli altri il prezzo da pagare.
Va tolto di mezzo prima che trascini il mondo intero nelle partite di Risiko che gioca nelle toilettes della Casa Bianca, tra un pannolone per l’ incontinenza e un assopimento improvviso, sulla scrivania dello studio ovale.
Piero Terracina

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