
Questa volta, tuttavia, l’ipotesi, rilanciata da Rocco Buttiglione su Avvenire e riprese poi da Italo Bocchino e Salvatore Tatarella, entrambi del partito di Fini, era, nelle intenzioni dei promotori, e soprattutto nelle loro speranze, destinata a fare strada. Il chiacchiericcio che aveva preceduto la sortita era stato molto piú insistito rispetto alle volte precedenti. L’annuncio di un evento decisivo e dirompente per la fine della scorsa settimana era giunto anche a chi scrive, uno che ormai si reca nella Capitale al massimo una o due volte al mese. Ma, ancora piú importante e rivelatore della fiducia riposta nel “salvacondotto” per indurre Berlusconi a togliersi di mezzo, è il modo di questa nuova sortita. Nei riti della politica, si manda avanti qualche figura di secondo piano, qualcuno in cerca di notorietá o in debito di riconoscenza, quando non si è sicuri dell’esito di una iniziativa o quando si vuole bruciarla. Al contrario, il prof. Buttiglione e Italo Bocchino sono due politici che hanno un altissima considerazione del proprio ruolo: non difettano di autostima. Ció significa che ci credevano, eccome!
È finita come sapete. Berlusconi li ha mandati a spagliare: ammesso che fosse intenzionato ad accettare, chi potrebbe mai dargli queste garanzie, come, quando e quanto? Il presidente del consiglio sará forse un pó bollito, ma non è scemo. E meno male, viene da aggiungere. Da venti anni si combatte una guerra in Italia. Apparentemente tra Berlusconi e parte della magistratura. In realtá fra contrapposti interessi che non si fanno scrupolo ad usare armi improprie quali le inchieste giudiziarie e la stampa per mettere al tappeto gli avversari, per ricattare, per estorcere privilegi e rendite di posizione dal potere. Concludere a tarallucci e vino questa lunga guerra che ha paralizzato il Paese, lo ha piegato ad interessi opachi, ha lasciato il campo disseminato di vittime innocenti, starebbe bene nel canovaccio di qualche operetta, non nella storia di un popolo. Chi lo ha proposto dá la misura dello spessore di certa classe politica. E ci illumina, se non sulle ragioni delle vittorie di Berlusconi, sui motivi delle sconfitte dei suoi avversari.
Nicola Cariglia

Nello squalificato e sconcertante panorama offerto dalla classe politica italiana, dal capo del governo a quello dell’opposizione, così come dall’ultimo sottosegretario, al capo carismatico dei giustizialisti, dentro e fuori il palazzo, nell’ultimo decennio del secondo millennio e nel primo del terzo, il Partito Repubblicano Italiano rappresenta le uniche pagine di storia che il Paese possa vantare; nel pieno dei festeggiamenti del centocinquantesimo anniversario della sua unità nazionale.
Ci sono voluti centododici anni, dopo la sua unità, affinché il dettato, auspicato da Melchiorre Gioia e da Giuseppe Mazzini, divenisse realtà.
Lo stesso Mazzini aveva, in più di un’occasione, accantonato il suo progetto, anteponendovi l’esigenza unitaria; ancorché perseguitato e condannato dai giudici piemontesi, fiorentini e romani, considerava la riunificazione politica dell’intero stivale il primo e principale obiettivo del risorgimento italiano.
Il generale Garibaldi aveva messo da parte i trascorsi mazziniani pervasi dall’ideologia repubblicana; dovette in seguito ricredersi, però, allorchè si accorse che gli orpelli a lui offerti dalla monarchia e dal governo dell’Italia unita, erano poca cosa, di fronte al muro politico contro il sbatteva ogni qual volta avanzava un progetto di legge, per i suoi soldati, per le donne, l’ambiente,
gli animali domestici, i contadini, gli operai.
Amareggiato e deluso, scontento di quella Italia, a lui estranea, si ritirò a Caprera fino alla morte.
Giuseppe Mazzini era morto, poco prima, sì, nel suolo italiano, ma sotto falso nome e disperatamente isolato.
In pieno 2011, obbligati dalle circostanze ai festeggiamenti unitari nazionali, i rappresentanti istituzionali degli italiani, ad ogni livello, siano stato o regioni, province e comuni, in moltissimi casi hanno optato per concerti, mostre di quadri e foto, rievocazioni suggestive della società contadina e operaia, concerti di bande ed esibizioni di comici e ballerine; cose belle e toccanti quanto si voglia, purchè fosse evitato di toccare tasti spiacevoli, come il connubio della “casta” con gli “affaristi”, o le beghe di campanile degli uomini nordisti in camicia verde, o i tanti malesseri del mezzogiorno.
Pochi, pochissimi, gli esempi di memoria storica; con oltretevere che prima ha tentato di contrastare e sminuire le celebrazioni dello stato laico e democratico, poi, una volta constatata la voglia dei fedeli di non trascurare questa occasione, intervenire a gamba tesa, dichiarando di esserne stata uno tra i principali e positivi protagonisti.
“Vietato parlar male di Garibaldi” era un famoso assioma sostenuto dallo stato tra il 1890 e il 1920.
Con il senno di poi, molti sono stati gli storici che hanno convenuto il diffondersi di questo principio con l’esigenza di evitare di parlarne, poiché l’apparato statale aveva a che fare con il “non possumus”.
Oggi restiamo in molti a sostenere che nei nostri primi centocinquantanni, nonostante la piemontesizzazione della sovranità nazionale, la mancata soluzione dei problemi economici del meridione, lo sfruttamento padronale della classe industriale e alto borghese sugli operai ed i contadini, nonostante il fascismo e due guerre intercontinentali, i periodi politici meglio gestiti siano stati quelli che vanno dal 1900 al 1914 e quello che va dal 1946 al 1962.
Agli albori del ventesimo secolo il governo della cosa pubblica, nazionale e locale, era gestito da partiti politici laici, tendenzialmente di sinistra moderata, i quali, con i cattolici fuori dalla stanza dei bottoni, erano molto più attenti alle cause sociali interne, che alle politiche dei rapporti internazionali, mutati, per nostra fortuna, grazie agli interventisti antimperialisti.
Veniamo ai giorni nostri, dove siamo costretti ad assistere all’indecoroso spettacolo del presidente del consiglio assediato da una opposizione coerente nel volerlo destituire per comportamenti contrari alla pubblica morale e non attraverso democratiche elezioni.
Da sempre le femmine sono state causa della perdita del potere maschile; Salomè, Betsabea, Dalida, Elena, Cleopatra, e tanti altri numerosi esempi di femmine, fatali a generali, imperatori, primi ministri, che su quei letti hanno perso la dignità…. e il potere.
Intanto il tempo delle vacche magre si allunga, il prodotto interno lordo si assottiglia, il deficit pubblico aumenta e il potere di acquisto dei ( tar…) tassati diminuisce.
Mentre molti lombardi rievocano con giubilo la prima crociata e molti siciliani rivogliono i Borbone, i giovani perdono il lavoro e gli anziani passano la giornata guardando stupefatti Magalli e la Venier.
Se la casta politica si confeziona fior di prebende, amministratori di aziende che licenziano gli operai guadagnano fortune da superenalotto al mese.
E tra tutti questi giri di walzer, mentre l’orchestra suona a tutto volume la sua assordante musica, nessuna misura viene intrapresa per porre rimedio a questo……….casino.
Renato Traquandi http://www.sentierirepubblicani.it
Caro lettore ignoto,
il problema non sono quelli che se ne vanno ma quelli che restano a fare danno.
Direttore, dove sei?
L’Italia affonda e Tu sei all’estero?
Trovandomi all’estero, leggo con ritardo la tua importante sollecitazione.
Penso di farne oggetto di un prossimo articolo, al mio rientro. Una riflessione, salvi i punti di vista di ognuno, sul tema sará utilissima.
A presto,
Nicola
Siamo proprio messi bene! E’ la politica del vorrei ma non posso. Berlusconi forse non vede l’ora di andare via. Gli altri ( compresi molti alleati e “amici”) non vedono l’ora di toglierselo dai piedi. Ma perché non lasciare la parola agli elettori?