
Servirebbe un Molière per descrivere questi tartufi del Consiglio di disciplina. Ricordano a se stessi la bellezza della libertà di espressione, del pluralismo delle idee, si rammentano persino di non avere il potere (non la sensibilità, non hanno proprio il potere) di giudicare le opinioni, si confrontano addirittura col Tribunale dell’Inquisizione e lo sciolgono d’impeto.
L’unica cosa che non ricordano sono le funzioni del Consiglio di disciplina, che stabilmente occupano con le loro imposture.
Ricordo loro un paio di regolette sulla cui eventuale violazione dovrebbero elaborare una filosofia meno quaraquaqua:
1. Verità dei fatti e correttezza dell’informazione
Il giornalista deve:
rispettare la verità sostanziale dei fatti;
verificare le informazioni ottenute;
distinguere fatti, opinioni e commenti;
correggere errori rilevanti.
Non viene richiesta l’infallibilità ma l’aver svolto una diligente attività di verifica.
2. Lealtà e buona fede
Il giornalista deve:
evitare artifici e inganni nell’acquisizione delle notizie;
non manipolare documenti.
Si chiama rispetto della deontologia professionale. Ma con l’osso in bocca del pensiero unico il cane guardiano dei cani da guardia della democrazia non riesce neppure ad abbaiare.
Marco Taradash

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