
Trovo del tutto paradossale che ci possano esistere opinioni discordi circa il divieto di Burqa e Nijab a scuola.
Non si tratta di una semplice usanza culturale.
Ma di un preciso precetto del Corano.
Che, letteralmente, lo impone alle donne (sin da bambine), perchè non costituiscano una tentazione per gli uomini che vada a insidiarne la virtù.
La quint’essenza del patriarcato più arcaico e retrivo.
Non è l’uomo che deve rispettare la donna e, conseguentemente, saper moderare le sue pulsioni.
Ma è la donna a dover nascondere le sue fattezze (viso e capelli compresi) per non provocarlo.
Questa è sottomissione.
E uno stato democratico non può in aluna maniera consentirne la pratica in vigenza delle sue leggi e della sua costituzione.
Trovo, poi, alquanto peloso il riferimento al solo obbligo di essere riconoscibili. Il che escluderebbe dal divieto il velo islamico che coprei soli capelli.
Che invece andrebbe vietato esattamente come gli altri due retaggi medioevali.
In Iran migliaia di giovani coraggiose si sono fatte ammazzare, picchiare, incarcerare e torturare per essere libere di mostrare i capelli.
In una classe scolastica, poi, andrebbe a definire un appartenenza religiosa che implica, anche, un giudizio morale.
Quelle col velo sarebbero (per i musulmani) le ragazze virtuose.
Le altre le occidentali dissolute.
Mentre, a scuola, le alunne devono essere tutte uguali.
Non è questione di islamofobia (che palle…). Ma di civiltà.
Stefano Pillitteri

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