L’unico che non usa volentieri questo avverbio (o preposizione? Secondo il Treccani tutte e due) è Matteo Renzi, perché lui deve dimostrare di essere già andato oltre da un pezzo.
Nella politica italiana, va ora di moda una paroletta che sembra diventata magica: “oltre”.
Tutti cercano questo “oltre” e la suggestione dell’ignoto supera la vaghezza dell’indicazione. La terra promessa è evidentemente una speranza che va oltre le promesse mancate dell’oggi, e questo aiuta a sentirle meno deludenti.
Landini farà un nuovo partito? Sarà di sinistra? No, sarà “oltre”. Con l’aggiunta della giusta dose di disprezzo per chi ancora si attarda tra destra e sinistra, categorie del passato.
Ad “oltre” aveva pensato anche Pippo Civati, ma poi ha imboccato la strada di un’altra moda, quella spagnola, traducendo in italiano le aspettative di “podemos”. Un modo anch’esso per evocare la potenza futura nell’impotenza di oggi.
A ben guardare ed ascoltare il dibattito, in verità l’”oltre” è un’aspettativa di tanti.
Il berlusconismo deve andare oltre il ventennio delle cose enunciate e non realizzate, la Lega di Salvini va già oltre le vecchie esperienze provinciali e un po’ rozze della fondazione. Oltre diventa anzi anche un’indicazione geografica: oltre il Po, oltre il Nord, ripercorrendo in senso inverso il cammino del vituperato Garibaldi, che fece l’errore imperdonabile di unificare la nazione. Nel frattempo, Passera dipinge un oltre centrista, ovviamente diverso dai centrismi esistenti, Fassina un oltre solitario che vede praterie oltre la siepe del PD riformista.
Ma anche i sindacati hanno capito che così non si può andare avanti, e guardano oltre. Confindustria ha fatto una riforma per non impantanarsi in un burocratico ieri, oggi, domani senza speranza. Il nuovo direttore del Corriere della Sera ha aperto la sua gestione evocando un giornale che sappia andare oltre il cartaceo della tradizione, perché in USA l’80% dei lettori già si informa solo sul web.
L’unico che non usa volentieri questo avverbio (o preposizione? Secondo il Treccani tutte e due) è Matteo Renzi, perché lui deve dimostrare di essere già andato oltre da un pezzo, abbandonando le comode sponde dell’ideologia e ha pragmaticamente rottamato uomini e favole della sinistra d’un tempo. Lui, insomma, è già oltre, e guai a metterlo in dubbio, perché altrimenti casca il castello narrativo, lo storytelling dell’innovazione già operante.
In realtà a noi sembra che questa invocazione generalizzata dell’oltre, sia il segno di conferma dell’impotenza del “qui, adesso”, che sfida un po’ tutto il Paese.
Il “qui” della crisi, intendiamo, che dura da troppi anni e consente solo improbabili paragoni tra come si stava meglio ai tempi berlusconiani della disoccupazione sotto il 10%, come se ciò che è accaduto nel frattempo non fosse un tutto che si tiene, un altroieri che si rovescia sull’ieri e un ieri che si rovescia sull’oggi. Se le cose peggiorano non diventa virtuoso ciò che veniva prima, solo perchè veniva prima.
E allora torna sempre utile la metafora del coniglio di Alice nel Paese delle meraviglie, che corre corre e resta sempre nello stesso posto.
Per il coniglio Italia è insomma comodo sognare di andare oltre, che è il nuovo mantra che ha sostituito l’invocazione generica del “cambiamento”, di moda per tanti anni. Dicendo “oltre” non è neppure necessario spiegare cosa e come si vuole cambiare. Come si dice in inglese, “beyond” è anche una dimensione tridimensionale, un Eden senza sopra e sotto, ma tutto “dentro” una nuova realtà che ci avvolge, e che siamo liberi di pensare sia migliore, perché tanto ancora non c’è.
Resta il problema. Per andar oltre, per andare dentro una nuova dimensione, occorre uscire da quella attuale, altrimenti è una fuga dalla realtà.

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