Da Repubblicano e Mazziniano non mi sono passate inosservate le dichiarazioni rese sulla pubblica stampa dal regista e da un attore del film “noi credevamo”, presentato nei giorni scorsi a Venezia. E ne sono indignato!
Sebbene non abbia ancora visto la pellicola, ma abbia compreso che con essa si sia inteso “scuotere le coscienze” con una forte provocazione, non credo che questa, come dice Martone, possa essere evocata e stimolata paragonando la figura di Giuseppe Mazzini ad un fondamentalista islamico. Posso concepire che l’epiteto affibbiato trovi “fiato” nella tirannide austriaca, che intese così sbarazzarsi di un tenace propugnatore dell’indipendenza dei popoli e dell’Unità della nostra Nazione, ma non da chi si sente e si ritiene Italiano. L’accostamento storico infatti non potrebbe che consegnare alle future generazioni ed ai desiderosi di conoscere la storia patria, una immagine superficiale e distorta di uno degli uomini che paesi come l’Inghilterra e l’America hanno definito di alto spessore democratico e che ha profondamente segnato il percorso della nascita dell’Italia Una e Indivisibile. Porre sullo stesso piano l’agitarsi di quell’animo umano votato alla lotta per l’’idea di unità e di libertà con la cieca follia sanguinaria, priva di ogni umanità, di un drappello criminale che dietro un dogmatismo pseudo religioso, propugna una visione antidemocratica che neppure riconosce dignità alla “Donna” (ma è questo che il senso comune percepisce) non pare davvero possa definirsi un servizio alla nostra Patria.
Il ridurre la dialettica tra Marx ed Engels da un lato e Mazzini dall’altro ad una disputa su quale “rivoluzione” (di popolo o di pochi) fosse meglio teorizzare, non solo è inappropriato ma svuota e rende banale il profondo ed attuale significato storico che essa ha avuto. Ma ciò per il fatto che Mazzini è stato il primo uomo politico che, con coraggio e lungimiranza, ha avuto l’intuizione di comprendere che la “società dei bisogni” avrebbe portato nei fatti verso una realtà dittatoriale.
Mi piace ricordare che il “terrorista” Mazzini ha avuto la lungimiranza di esprimere un’idea di Europa concepita come insieme ed unità di popoli liberi in una più alta e vasta società sovranazionale. Verso la fratellanza universale.
Ho amore nel ricordare che il “terrorista” Mazzini abbia sempre anteposto l’adempimento del “doveri”, per e nei confronti della società, come precondizione e presupposto di esistenza stessa dei diritti.
Ho amore di ricordare che il “terrorista” Mazzini fu tra i primi a combattere per consegnare alla “Donna” dignità e valore a dispetto di una società che la voleva sottomessa e priva di indipendenza.
Ho amore nel ricordare che il “terrorista” Mazzini ha professato l’”Educazione” come strumento capace di dare dignità all’ Uomo, liberandolo dalle catene e dal dell’ignoranza e dell’oppressione.
Ho amore di ricordare il profondo sentire spirituale, civile e religioso, che animava chi era capace di immaginare il concilio universale delle religioni nel rispetto di ogni libero sentire umano.
Ho amore di ricordare che il “terrorista” Mazzini ha gettato le basi delle prime forme associative del lavoro con la creazione delle “Fratellanze Artigiane” ed alle associazioni di mutuo soccorso.
Ma ho ancora più amore nel ricordare che il “terrorista” Mazzini si rese principale attore nella stesura di quella Carta Costituzionale, forgiata nel periodo della “Repubblica Romana” del 1849, che costituisce l’impianto su cui è sorta la Carta Costituzionale della Repubblica Italiana di cui oggi ci si prende gioco e che con coraggio molti intendono difendere; segnando il cammino, apprezzato anche dal mondo Cattolico, verso uno Stato laico in cui il Papa è il “Capo della religione Cattolica”.
Sebbene l’accostamento del regista sia storicamente e politicamente inappropriato, lo è di più, nel significato attribuitogli, quello proposto dall’attore Barbareschi che avvicina la figura di Mazzini a quella di Toni Negri. Quello accusato di essere l’ideologo delle Brigate Rosse, mandante morale dell’omicidio di Aldo Moro, e processato per i reati di “associazione sovversiva” e “insurrezione armata contro i poteri dello Stato. Finanche appellandolo come un vigliacco che mandava a morire i giovani in sua vece. Il fatto è che l’attore nel proseguire l’intervista si lascia andare ad un commento sulla vicenda “Fini”, paventando il rischio di una deriva populista, augurandosi di crescere ancora nel rispetto delle Istituzioni. Non si avvede tuttavia che le nostre Istituzioni democratiche sono quelle che Mazzini ed altri già teorizzarono e disegnarono in quel lontano 1849. E non comprende che Mazzini non è mai insorto contro i poteri dello Stato, piuttosto volendo consegnare al popolo italiano una Patria ed uno Stato “Uno” e “Libero”. Ma forse Barbareschi pensa che, in Italia, nella metà dell’800 vi fosse uno Stato austriaco unitario e democratico. Non conosco le doti politiche di Barbareschi ma ne riconosco la contraddizione e la profonda ignoranza ed approssimazione storica.
Se l’intento del Film è quello di rappresentare il Risorgimento italiano ebbene occorre dare ciò che Gesù andava dicendo: “a Cesare quel che è di Cesare”. E se la pellicola è servita per mostrare come ha detto Lo Cascio che questa “Italia è nata male”, non possiamo pensare che lo sfascio etico, morale e politico che come un macigno da anni opprime il nostro Paese possa trovare una sua ragione o giustificazione in un Risorgimento “mancato” fatto da terroristi e sognatori visionari. Non solo non si rende giustizia alla verità, ma diventa un espediente per trasfigurare la nostra storia e consegnare ad altri le gravi responsabilità del nostro tempo.
Non è giusto che ai nostri giovani siano tramandate le immagini dei Padri fondatori della Patria come dei sovversivi antidemocratici, perché sarebbe come negare la nostra stessa dignità di italiani.
Nel giustificare la produzione del film, il regista, afferma che i nostri alunni conoscono meglio la storia americana e francese piuttosto che quella italiana, dovendo al contrario risvegliare un interesse per le nostre radici storiche.
Beh se è questa la nostra storia, preferisco studiare quella americana, pensando che il Presidente John Adams nel condurre la battaglia processuale dinanzi alla Corte Suprema contro lo schiavismo, ebbe ad evocare con dignità ed orgoglio la forza spirituale dei Padri Fondatori della Democrazia. A noi, semmai, quando vorremo lottare contro gli insulti al Capo dello Stato per cui “si sa da che parte sta”, alla Corte Costituzionale (covo di rossi), alla Magistratura (congerie politicizzata e comunista) ed al Presidente della Camera, non resterà che evocare Martone e Barbareschi.
Accetto la provocazione ma ne nego la verità storica.
Sarebbe stato reso un servizio più utile se avessimo raccontato i nostri Padri, insegnando ai giovani le loro idee, le prospettive, le passioni ed i propositi che li avevano così mirabilmente guidati, guardando, a dispetto dell’odierna politica, ben oltre il loro naso e la storia stessa. Sempre nel profondo senso di libertà e di democrazia che portavano in seno. Hanno fatto di diversità Unità e di dialetti una Lingua.
Ancora oggi quelle idee e quei pensieri sono così attuali e moderni da rendersi purtroppo invisibili ai miopi.
Mi auguro che la volontà di Martone non sia quella degli austriaci. Liquidare un pensiero ed un’azione che, ancora oggi, seppur moderno ed attuale, fa paura a chi intende conservare intatta la gattopardesca società italiana.
Simone Aiazzi
segretario provinciale fiorentino
Movimento Repubblicani Europei

Mazzini è morto latitante rispetto all’Italia, mi sembra che il revisionismo storico lo faccia chi lo nega.
Mazzini fu incarcerato a 15 anni la prima volta.
Fu membro dei carbonari, altro che P 2 o P3.
Ebbe figli clandestini che rifiutò di riconoscere morti bambini e la sua noncuranza non li ha certo aiutati.
Per esercitare la politica necessitò sia di una grazia che di una amnistia.
Morì a Pisa poco prima di essere arrestato.
Fu l’ispiratore della fallimentare spedizione di Sapri, con le morti innocenti relative.
Sriveva molto bene, magari scrivessi come Lui.
Questi sono i fatti, quanto alle opinioni ognuno abbia le sue, ma basta con la retorica Rinascimentale, basta con i Piemontesi aprofittatori, basta con Roma ladrona.
Personalmente propugno il ritorno di Roma al papa e di restituire al Sud d’Italia quanto rubato da Piemontesi e Romani: La piena dignità, il lavoro e la ricerca specie aeronautica e spaziale.
Certo appartengo ad una minoranza, ma siamo stanchi di retorica che non porta a nulla.
IL RIFiUTO DEL RISORGIMENTO
Condivido molte delle considerazioni di Simone Aiazzi e non solo perchè si dichiara mazziniano. Sono infatti convinto che la vicenda del film “Noi credevamo” (diviso in quattro episodi) sia grave non tanto per le modalità di sceneggiatura (tratte da un interessante libro semi sconosciuto) quanto perché attorno ci si è voluto montare una versione “revisionista” del Risorgimento all’uso dei tempi. Di questi tempi. Il revisionismo non deve essere demonizzato sul piano del metodo storico, anche perché c’è sempre una potenziale “revisione” capace di “revisionare” il “revisionato”, ma la cosa grave è qualla politica e culturale. In occasione del 150° anniversario dell’unità d’Italia vengono messi a nudo tutte le contraddizioni, anche quelle più piccole, trascurando i grandi meriti e il percorso pur difficile del progresso italiano. E’ vero: i mazziniani possono essere accusati di “apologia” di Mazzini, ma non va dimenticato che essere radicali o estremisti nel Risorgimento non era una “fede islamica”, ma la determinazione di giovani utopisti generosi impregnati dei sacri furori che la cultura di Foscolo e Byron avevano ispirato fin dalle loro origini. Il “terrorismo” praticato da alcuni mazziniani non faceva parte del pensiero di Mazzini che fu sempre ostile al “colpo di mano”, anche se non sempre riuscì ad esprimersi con quella lucidità militare che invece Garibaldi aveva come vocazione ed esperienza sul campo. Soltanto su Carlo Pisacane e su Felice Orsini si può discettare sull’uso della forza. Chi conosce bene i carteggi mazziniani e i suoi scritti sa anche che entrambi ebbero l’ammirazione di Mazzini, ma anche il rude rimprovero. E in ogni caso nell’impossibilità di ripercorrere nel piano delle nostre esistenze di oggi le reali condizioni di allora. Siamo sicuri che nell’Ottocento ci saremmo adeguati senza cospirare e combattere contro gli sgherri del “Papa Re”, contro il dominio dei generali austriaci o borbonici e delle loro corti? Terroristi no, ma rivoluzionari sì. Lo erano i mazziniani antimonarchici, anche i garibaldini in armi. Gli ideali di allora si sono avverati, compiutamente, soltanto 100 anni dopo.
Pietro Caruso
IL RIFiUTO DEL RISORGIMENTO
Condivido molte delle considerazioni di Simone Aiazzi e non solo perchè si dichiara mazziniano. Sono infatti convinto che la vicenda del film “Noi credevamo” (diviso in quattro episodi) sia grave non tanto per le modalità di sceneggiatura (tratte da un interessante libro semi sconosciuto) quanto perché attorno ci si è voluto montare una versione “revisionista” del Risorgimento all’uso dei tempi. Di questi tempi. Il revisionismo non deve essere demonizzato sul piano del metodo storico, anche perché c’è sempre una potenziale “revisione” capace di “revisionare” il “revisionato”, ma la cosa grave è qualla politica e culturale. In occasione del 150° anniversario dell’unità d’Italia vengono messi a nudo tutte le contraddizioni, anche quelle più piccole, trascurando i grandi meriti e il percorso pur difficile del progresso italiano. E’ vero: i mazziniani possono essere accusati di “apologia” di Mazzini, ma non va dimenticato che essere radicali o estremisti nel Risorgimento non era una “fede islamica”, ma la determinazione di giovani utopisti generosi impregnati dei sacri furori che la cultura di Foscolo e Byron avevano ispirato fin dalle loro origini. Il “terrorismo” praticato da alcuni mazziniani non faceva parte del pensiero di Mazzini che fu sempre ostile al “colpo di mano”, anche se non sempre riuscì ad esprimersi con quella lucidità militare che invece Garibaldi aveva come vocazione ed esperienza sul campo. Soltanto su Carlo Pisacane e su Felice Orsini si può discettare sull’uso della forza. Chi conosce bene i carteggi mazziniani e i suoi scritti sa anche che entrambi ebbero l’ammirazione di Mazzini, ma anche il rude rimprovero. E in ogni caso nell’impossibilità di ripercorrere nel piano delle nostre esistenze di oggi le reali condizioni di allora. Siamo sicuri che nell’Ottocento ci saremmo adeguati senza cospirare e combattere contro gli sgherri del “Papa Re”, contro il dominio dei generali austriaci o borbonici e delle loro corti? Terroristi no, ma rivoluzionari sì. Lo erano i mazziniani antimonarchici, anche i garibaldini in armi. Gli ideali di allora si sono avverati, compiutamente, soltanto 100 anni dopo.
Pietro Caruso
IL RIFiUTO DEL RISORGIMENTO
Condivido molte delle considerazioni di Simone Aiazzi e non solo perchè si dichiara mazziniano. Sono infatti convinto che la vicenda del film “Noi credevamo” (diviso in quattro episodi) sia grave non tanto per le modalità di sceneggiatura (tratte da un interessante libro semi sconosciuto) quanto perché attorno ci si è voluto montare una versione “revisionista” del Risorgimento all’uso dei tempi. Di questi tempi. Il revisionismo non deve essere demonizzato sul piano del metodo storico, anche perché c’è sempre una potenziale “revisione” capace di “revisionare” il “revisionato”, ma la cosa grave è qualla politica e culturale. In occasione del 150° anniversario dell’unità d’Italia vengono messi a nudo tutte le contraddizioni, anche quelle più piccole, trascurando i grandi meriti e il percorso pur difficile del progresso italiano. E’ vero: i mazziniani possono essere accusati di “apologia” di Mazzini, ma non va dimenticato che essere radicali o estremisti nel Risorgimento non era una “fede islamica”, ma la determinazione di giovani utopisti generosi impregnati dei sacri furori che la cultura di Foscolo e Byron avevano ispirato fin dalle loro origini. Il “terrorismo” praticato da alcuni mazziniani non faceva parte del pensiero di Mazzini che fu sempre ostile al “colpo di mano”, anche se non sempre riuscì ad esprimersi con quella lucidità militare che invece Garibaldi aveva come vocazione ed esperienza sul campo. Soltanto su Carlo Pisacane e su Felice Orsini si può discettare sull’uso della forza. Chi conosce bene i carteggi mazziniani e i suoi scritti sa anche che entrambi ebbero l’ammirazione di Mazzini, ma anche il rude rimprovero. E in ogni caso nell’impossibilità di ripercorrere nel piano delle nostre esistenze di oggi le reali condizioni di allora. Siamo sicuri che nell’Ottocento ci saremmo adeguati senza cospirare e combattere contro gli sgherri del “Papa Re”, contro il dominio dei generali austriaci o borbonici e delle loro corti? Terroristi no, ma rivoluzionari sì. Lo erano i mazziniani antimonarchici, anche i garibaldini in armi. Gli ideali di allora si sono avverati, compiutamente, soltanto 100 anni dopo.
Pietro Caruso