
Nelle democrazie mature, la libertà non è un regalo della storia, ma il risultato di un’architettura di diffidenza scientificamente progettata. Il potere, per sua natura espansivo e potenzialmente autoriferito, deve incontrare dei limiti invalicabili non perché chi lo detiene sia necessariamente mosso da oscuri disegni o cattive intenzioni, ma perché le istituzioni devono essere a “prova di errore”, capaci di funzionare e proteggere i cittadini anche nel caso peggiore. È la lezione fondamentale della teoria politica moderna: in assenza di forti contrappesi, qualunque attore con ascendenze o preferenze autoritarie tenderà statisticamente a usare la propria posizione per erodere i vincoli futuri, blindando il proprio comando. Oggi, l’Italia si avvicina a un bivio referendario che molti, con un sottile esercizio di minimizzazione, tentano di derubricare a semplice manutenzione tecnica o procedurale. Ma la realtà è ben più profonda: sotto la patina dei commi e degli articoli, batte il cuore di una scelta politica radicale che ridefinisce radicalmente il rapporto tra lo Stato e il cittadino, spostando il baricentro della nostra democrazia.
Il popolo italiano soffre spesso di una cronica amnesia, una sorta di nebbia cognitiva che avvolge sia il passato remoto che quello più prossimo. Eppure, per analizzare la traiettoria attuale, non si può ignorare la genetica politica della classe dirigente oggi al potere, che appare visceralmente legata a un’eredità fascista mai del tutto rinnegata né elaborata. Non si tratta di un mero giudizio morale su singole figure, ma di una constatazione di fatti documentati: dal culto dei busti nelle stanze delle alte cariche dello Stato alle ambiguità sistematiche sulle commemorazioni di Acca Laurentia o della Repubblica di Salò. Questa eredità non rimane confinata nel folklore o nel simbolismo nostalgico, ma si traduce in una prassi di governo quotidiana caratterizzata da un palese doppismo nell’ordine pubblico. Vediamo, da un lato, il pugno duro e scenografico contro i centri sociali e, dall’altro, una tolleranza decennale verso le occupazioni di estrema destra come quella di Casa Pound, considerata quasi un porto franco. A ciò si aggiunge un assedio costante ai corpi intermedi, con una magistratura dipinta come nemico da abbattere e una stampa non allineata costantemente messa alla gogna mediatica.
La consultazione popolare che si profila non è figlia di un consenso parlamentare largo e condiviso, ma nasce esclusivamente dalla mancanza della maggioranza dei due terzi. È, dunque, un appello al popolo nato da una forzatura istituzionale, un tentativo di legittimare quello che spesso appare come un “millantato agire in nome del popolo” che l’altissima astensione dal voto rende ormai una favola priva di sostanza. In questo contesto, il referendum non può che assumere un valore sintetico e profondamente simbolico: Meloni sì o Meloni no. Non si tratta di un plebiscito riduttivo sulla simpatia personale della Premier, ma di una conferma o di una decisa avversione verso una traiettoria che propone un esecutivo “forte” a scapito della Corte dei Conti, della magistratura e di tutti quegli organi di garanzia che bilanciano il potere centrale. Ogni riforma che sposta i pesi tra i poteri non è mai neutrale; essa ridisegna gli incentivi, modifica gli equilibri di forza e costruisce il terreno, spesso scivoloso, su cui saranno costretti ad agire i governi di domani.
Chi sceglierà il “Sì” lo farà probabilmente inseguendo il miraggio della governabilità assoluta e della stabilità decisionale, sperando che un potere più concentrato si traduca in uno Stato più veloce ed efficiente. Tuttavia, questa è una speranza che i primi tre anni di legislatura hanno già ampiamente deluso e mortificato nei fatti. Abbiamo assistito non a una modernizzazione dei processi, ma a un potere che si arrocca nella difesa di sé stesso, alimentando familismo, “amichettismo” e l’occupazione sistematica di ogni casella strategica. In questa prospettiva, rafforzare gli strumenti dell’esecutivo o ridefinire i ruoli istituzionali non serve a superare i blocchi storici del Paese, ma diventa la premessa per un comando che cerca di proteggersi dai controlli. La scommessa che la concentrazione del potere produca efficienza senza compromettere le garanzie democratiche è una chimera pericolosa che rischia di far risorgere un passato autoritario dalle sue stesse ceneri.
Chi sceglierà il “No” partirà invece da una valutazione rigorosa del rischio istituzionale. È il voto di chi riconosce che ogni riduzione dei vincoli apre la strada a un progressivo e inarrestabile accumulo di autorità nelle mani di pochi. La storia delle nazioni insegna che le democrazie raramente crollano per una rottura violenta e improvvisa; più spesso si spengono lentamente attraverso modifiche graduali e impercettibili che, sommate nel tempo, svuotano le istituzioni della loro anima liberale fino a trasformarle in dittature di fatto. È la scelta di chi considera prioritaria la difesa dei contrappesi e preferisce la vigilanza democratica alla delega in bianco, specialmente quando chi governa si professa “a-fascista” ma si rifiuta ostinatamente di dichiararsi “anti-fascista”. È il rifiuto di chi non accetta che la Costituzione venga riscritta per consumare una rivincita storica su una guerra partigiana persa da chi, ottant’anni fa, cercò di fuggire travestito da soldato straniero.
In gioco non c’è solo l’assetto dei prossimi anni, ma il perimetro democratico entro cui agiranno tutti i governi che verranno, di qualunque colore essi siano. Il referendum trasforma quella che viene presentata come una riforma tecnica in una scelta di civiltà e di orientamento sul futuro dell’intera nazione. Votare significa assumersi la responsabilità collettiva di decidere quale grado di rischio siamo disposti ad accettare nel fidarci di un potere che dà segni di insofferenza verso ogni limite. Una vittoria del “Sì” consoliderebbe la tendenza verso un esecutivo autoritario e privo di argini, mentre una vittoria del “No” certificherebbe una preferenza diffusa per la cautela istituzionale e per la sacralità della nostra Carta Costituzionale. In ultima analisi, ogni voto nell’urna contribuirà a definire se l’Italia debba restare una democrazia plurale fondata sul controllo del potere o se debba rassegnarsi a una deriva dove il comando prevale sul diritto.
Antonio Laraia

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