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L’unico vero piano casa sarebbe la deregolamentazione

La casa è il motore immobile della politica italiana. Il Consiglio dei ministri ha approvato due provvedimenti che affrontano il problema secondo logiche opposte: uno punta alle forze del mercato, l’altro alla spesa pubblica. Il primo è forse impopolare ma potrebbe essere efficace; l’altro incontra un plauso ampio ma è tutto da vedere che dia risultati. La questione abitativa, in un paese in declino demografico come l’Italia, riguarda principalmente le grandi città (a partire da Milano) e i poli più attrattivi. Può avere una sola risposta: favorire gli aumenti dell’offerta, sia consentendo la realizzazione di nuovi immobili, sia incoraggiando i proprietari a mettere sul mercato quelli esistenti.

di Istituto Bruno Leoni | 10 Maggio 2026

La casa è il motore immobile della politica italiana. Il Consiglio dei ministri ha approvato due provvedimenti che affrontano il problema secondo logiche opposte: uno punta alle forze del mercato, l’altro alla spesa pubblica. Il primo è forse impopolare ma potrebbe essere efficace; l’altro incontra un plauso ampio ma è tutto da vedere che dia risultati.

La questione abitativa, in un paese in declino demografico come l’Italia, riguarda principalmente le grandi città (a partire da Milano) e i poli più attrattivi. Può avere una sola risposta: favorire gli aumenti dell’offerta, sia consentendo la realizzazione di nuovi immobili, sia incoraggiando i proprietari a mettere sul mercato quelli esistenti. Il cosiddetto “ddl sgomberi” interviene proprio su questo aspetto, velocizzando i meccanismi per liberare gli immobili al termine dei contratti di locazione, con sanzioni per i ritardi e limiti alla possibilità di sanare le irregolarità. Non è scontato, naturalmente, che queste norme – se approvate – siano efficaci, perché un conto è scolpire nell’ordinamento un principio, altra cosa renderlo concretamente fruibile. Ma non c’è dubbio che, riconoscendo il pieno diritto dei proprietari a rientrare in possesso delle loro unità abitative, si crei anche un incentivo a renderle disponibili, senza temere che poi sarà impossibile (o molto lungo e costoso) riprenderne il controllo quando necessario, per ragioni personali o per la morosità dei locatari. 

Parallelamente, l’esecutivo ha varato un decreto che mette a disposizione 10 miliardi di euro in dieci anni per realizzare 100 mila alloggi di edilizia popolare o a prezzi calmierati. Il governo fa bene a considerare la costruzione di nuove case come l’unico modo per affrontare strutturalmente la scarsità di alloggi. E può avere un senso guardare alle case popolari come uno strumento per intervenire sulla fascia più critica del fabbisogno abitativo. Ma, in ultima analisi, l’idea di vincolare la realizzazione di spazi aggiuntivi all’uso di fondi pubblici o al ricorso a canoni calmierati manca un punto essenziale: sarebbe meglio allargare le maglie della burocrazia e consentire lo sviluppo immobiliare (anche in altezza) a condizioni di mercato. La letteratura economica ha ampiamente dimostrato che questo genera benefici sia per i più benestanti, che spesso sono gli acquirenti dei nuovi immobili, sia per chi ha redditi inferiori, perché ciò che realmente conta è l’incremento complessivo dell’offerta. Quindi, va bene un intervento pubblico moderato, ma l’effetto moltiplicatore della deregulation è ben maggiore della spesa pubblica. Basterebbe intervenire su aspetti quali il rilascio dei permessi a costruire o il cambio di destinazione d’uso degli immobili per sbloccare un enorme potenziale. 

Sotto questo profilo, è significativo che il governo deleghi la spesa pubblica a un decreto, le deregolamentazioni a un disegno di legge, che ha un iter ben più lungo e incerto. Il Piano Casa ha alcuni elementi positivi che meritano di essere riconosciuti ed è incomparabilmente più razionale rispetto ai bonus edilizi che finora hanno dominato il dibattito sul tema (e scassato il bilancio pubblico, come nel caso del Superbonus). Ma nasconde un tic culturale da cui la politica italiana non riesce a emanciparsi nonostante le mille evidenze del contrario: che non ci sia problema a cui non si possa rispondere con nuove spese.

Istituto Bruno Leoni

Pubblicato in : Editoriale

Info Istituto Bruno Leoni

L’Istituto Bruno Leoni è nato nel 2003 per promuovere le “idee per il libero mercato”.
L’IBL vuole dare il suo contributo alla cultura politica italiana, affinché siano meglio compresi il ruolo della libertà e dell’iniziativa privata, fondamentali per una società davvero prospera e aperta.

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