
di Emiliano Guanella
Il vero trionfatore del vertice che ha deciso lo storico allargamento dei BRICS è stato il presidente brasiliano Lula da Silva, grande mediatore tra l’asse Mosca-Pechino e la naturale ritrosia dell’India a cercarsi rogne con l’Occidente. L’apertura a sei nuovi Paesi è stata vista come una soluzione di compromesso rispetto a chi, come Putin e Xi Jinping, volevano far trasformare il blocco in una super coalizione anti-americana, da contrapporre al G7 ma anche a buona parte dei G20. La scelta dei nuovi membri, la lista d’attesa arrivava a ben 23 nazioni, è stata fatta col cesello e anche qui Lula ha messo in campo le sue doti di negoziatore.
Le mosse di Lula: chi entra nel club
L’entrata dell’Argentina è stata la conditio sine qua non di Brasilia: Buenos Aires è un importante alleato strategico per il Mercosur e per le relazioni sudamericane, oltre che grande produttore di materie prime che finiscono, in gran parte, in Asia e Medio Oriente. L’Iran è un “vecchio amico” della diplomazia brasiliana, basta ricordare gli sforzi fatti durante il primo governo Lula per far accettare al mondo il programma nucleare di Teheran. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi non sono solo grandi produttori di petrolio, ma anche paesi in crescita nelle esportazioni di commodities brasiliane, che Lula ha visitato recentemente. Infine, l’Africa (Egitto e Etiopia le prescelte) che è stata centrale nell’espansione delle rete diplomatica brasiliana tra il 2002 ed il 2012.
Chi resta in attesa
Restano in fila grandi potenze in divenire, come Indonesia e Nigeria, ma anche i paesi di quello che Donald Trump ha più volte considerato l’asse del male latino-americano, cioè Cuba, Venezuela e Bolivia, oltre a una lista che comprende anche Vietnam, Bangladesh,Tailandia, Bielorussia, Senegal, Marocco, Algeria, Honduras, Kazakhstan. Xi Jinping, ma soprattutto Vladimir Putin, volevano di più, il leader indiano Modi frenava, Lula e in parte anche il sudafricano Ramaposa hanno giocato così agli arbitri e costruttori della soluzione di compromesso; dentro sei nazioni oggi, il nuovo “tesseramento” è rimandato al 2024.
La posizione di Brasilia
A Johannesburg Lula ha fatto capire tra le righe che il focus dei Brics dev’essere economico più che politico. Una posizione importante, visto che con le new entry il club conterà sul 36% del Pil mondiale, oltre che quasi la metà della popolazione dell’intero Pianeta. “Sono soddisfatto – ha detto – di come sia andato questo vertice perché abbiamo dimostrato che i BRICS sanno fornire delle soluzioni creative al mondo in cui viviamo. Il mondo – ha poi aggiunto – è più complesso di chi pensa ancora con la mentalità della guerra fredda”. Un pensiero, quello del brasiliano, che abbiamo già visto nei due grandi dossier internazionali che ha dovuto affrontare; la guerra in Ucraina e l’Amazzonia. Lo slogan potrebbe essere “dialogare con tutti, non sposarsi con nessuno”, una posizione che può generare delle perplessità e diffidenze da parte dei suoi interlocutori, ma che gli serve per continuare a navigare come protagonista nelle acque turbolente delle crisi odierne.
Le incognite del futuro
Questo non toglie, però, che a volte si facciano i conti senza l’oste. È il caso dell’Argentina. Il presidente Alberto Fernandez, peronista di sinistra, ha ringraziato Lula e accolto con grande euforia l’ammissione al club, ma dalle opposizioni si è levato un coro di critiche. La candidata di centrodestra alle presidenziali di ottobre Patricia Bullrich ha detto di sentirsi “profondamente a disagio nel vedere l’Argentina a fianco di regimi autoritari come la Cina o l’Iran”. Ancora più duro l’ultra liberale Javier Milei, che ha recentemente detto a Bloomberg di essere pronto, se sarà eletto, a far uscire Buenos Aires dal Mercosur e raffreddare le relazioni politiche con paesi a guida socialista come il Brasile, la Cina o il Venezuela. Se Bullrich o Milei vinceranno le elezioni, quindi, è probabile che l’Argentina desista di far parte del BRICS, ancora prima della data formale di ammissione, nel gennaio 2024. Per Lula, anche di fronte agli altri soci fondatori, non sarebbe decisamente una bella cosa.
Emiliano Guanella*
*Corrispondente da San Paolo (Rsi-Tv Svizzera e La Stampa) analista politico per Istituto Ispi

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