129 anni dalla prima assoluta al teatro Regio di Torino Manon Lescaut torna, in un momento davvero complesso per il mondo dello spettacolo e più in generale della vita di ognuno causa covid, in un nuovo allestimento al teatro del Giglio di Lucca.
Grande attesa per il ritorno sul palcoscenico lucchese di quest’opera “giovanile” di Giacomo Puccini con una regia che porta la firma di Aldo Tarabella: Manon Lescaut terza tra le opere del Maestro lucchese dopo Le Villi ed Edgard, è ispirata al romanzo dell’abate Antoine Francois Prèvost Storia del cavaliere Des Grieux e di Manon Lescaut (1731); una storia nella quale il giudizio sui sentimenti dei personaggi stenta trovare un giudizio obiettivo e spesso è risolto con una condanna nei confronti di Manon, “rea” di essereuna donna senza scrupoli, avida e sfruttatrice.
Di ben altro avviso il regista di questa produzione: Aldo Tarabella, infatti, a mio avviso molto opportunamente, analizza il libretto e il romanzo con attenzione per cogliere come lo stesso Puccini abbia sentito il bisogno di “riscattare” in qualche modo la ragazza che, pur nei suoi errori, ha amato davvero e profondamente il giovane Des Grieux.
Allo stesso modo, l’occhio attento del regista ha ben delineato il personaggio di De Grieux, un giovane abate di ottima famiglia che si rovinerà, innamorandosi perdutamente della giovane Manon. Renato è uomo mite e di pace: per lei ruberà, ucciderà e vorrà seguire il triste destino della sua donna verso il definitivo declino, sino alla fuga nel deserto, nella speranza di trovare la via per la salvezza. Non è lo sprovveduto che si fa accalappiare dall’arpia né il superficiale che gioca la sua vita nella passione; la loro è una grande storia d’amore, vera e profonda, che li porterà in una landa sterminata ai confini di New Orlean, in quelle “americhe” dove si erano illusi di poter iniziare una nuova vita.
“Terra di pace mi sembrava questa!/ Ah, mia beltà funesta ire novelle accende / strappar da lui mi si volea; or tutto il mio passato orribile risorge,/ e vivo innanzi al guardo mio si posa.” dice Manon all’inizio dell’ultimo atto.
Quella drammatica storia d’amore li conduce al destino ferale, eppure entrambi non sanno che esprimere il profondo sentimento che li ha uniti fin dall’inizio: “O immensa delizia mia, tu fiamma d’amore eterna.” dice Des Grieux, “Le mie colpe travolgerà l’oblio ma l’amor mio non muor.” risponde Manon prima che il sipario si chiuda.
Davvero bravo Aldo Tarabella a mostrarci questo aspetto della storia, come pure bravo nel descrivere tutti gli altri personaggi della vicenda, protagonisti e comprimari, in una regia quasi cinematografica nella quale ogni dettaglio diviene importante quanto le parole e la musica.
Interessante la scenografia di Giuliano Spinelli, un palazzo monumentale che, come ci ha detto Tarabella, “…al pari dei sogni e delle ambizioni della protagonista, subirà crolli e mutazioni. Dal giocoso esterno del palazzo di posta del primo atto, agli interni maestosi del salone di Geronte del secondo, scivolerà nel desolante molo del porto sino alla sua definitiva metamorfosi dell’ultimo atto. Ho pensato che questa storia potesse sopravvivere oltre il tempo, come se fosse stata incisa sulle mura del palazzo per essere poi raccontata in un altro tempo, agli inizia del Novecento, rendendola ancora più vicina a noi, durante un inizio anno a Parigi…”
Coerente quindi la scelta dei costumi di Rosanna Monti che apparentemente possono apparire cronologicamente incoerenti e che invece segnano questo mutare del tempo nella persistenza della memoria.
Avrebbe dovuto avere miglior fortuna la prima del 28 gennaio ma proprio questa “instabile” situazione di salute ha fatto sì che già prima dell’inizio, Saverio Pugliese, Edmondo, ha dovuto dare forfait ottimamente sostituito, seppure al leggio, da Cristiano Olivieri che interpreta i ruoli di Maestro di ballo e Lampionario, mentre a recitare ha pensato il mimo Murat Can Guvem.
Come se ciò non bastasse, anche il tenore Dario Di Vietri, Renato Des Grieux, è entrato in scena in condizioni non perfette e proprio nella sua aria d’esordio “Donna non vidi mai” si è reso conto di non poter continuare lasciando così il posto all’altro tenore, Paolo Lardizzone, che avrebbe dovuto cantare nella pomeridiana domenicale.
Due “colpi di scena” che pure non hanno compromesso l’esito della recita: uscito tra gli applausi Di Vietri, la sostituzione “in corsa” di Lardizzone non lo ha fatto rimpiangere e l’opera ha continuato riservando emozioni che hanno coinvolto il pubblico, generoso e appassionato.
L’esperta bacchetta del M° Roberto Gianola ha guidato l’Orchestra della Fondazione Festival Puccini non sempre capace di trasfondere le suggestioni della partitura pucciniana; buona invece la prova del coro Arché diretto dal Maestro Marco Bargagna.
Applauditissima la soprano Monica Zanettin, Manon, la cui interpretazione vocale e scenica è stata particolarmente apprezzata dal pubblico.
Applausi anche per Paolo Lardizzone, Renato Des Grieux, Marcello Rosiello, Lescaut, e Alberto Mastromarino, Geronte.
Non da meno i comprimari a partire da Alessandro Ceccarini, Il comandante di marina, Sandra Pastrana, un musico, Marco Innamorati, l’oste e il sergente degli arcieri, Cristiano Olivieri che, oltre alla sostituzione di Edmondo, ha interpretato anche il Maestro di ballo e il lampionario, Greta Battistin, un parrucchiere.
Buone le coreografie di Luigi Frattaroli.
L’INTERVISTA
Quasi sempre un’opera lirica, come del resto un film o una piece teatrale viene vista e commentata dalla parte di uno dei protagonisti. Approfittando della cortesia di un amico, il giovane basso Alessandro Ceccarini, proveremo a farlo con gli occhi di un comprimario, in questo caso il comandante di marina, che interpreterà venerdì 28 e domenica 30 nella nuova produzione di Manon Lescaut a Lucca, prima di una serie di tappe che condurrà l’opera in giro per l’Italia.
Come “vede” il comandante di marina quest’opera?
Con il maestro Tarabella abbiamo convenuto che il Comandante di Marina è sicuramente un personaggio oscuro, un po’ come un Caronte in servizio nel regno dei viventi che deporta le anime delle condannate verso l’ignoto (spesso verso la morte, fisica o anche spirituale). Il fatto che ogni volta io valuti al loro passaggio le ragazze è solo un pregustare ciò che sulla nave, nel lungo viaggio, sarebbe certamente successo… Una visione cruda, forte, ma estremamente realistica di un personaggio che spesso non viene purtroppo valorizzato a sufficienza.
E invece come si prepara il basso Alessandro Ceccarini per questo ruolo?
Una volta letto più volte lo spartito, che è la base, il vangelo di ogni artista, cerco di risalire alle fonti storiche e passo in rassegna i miei libri e il web alla ricerca di immagini e scritti che riguardano le varie tematiche espresse nell’opera che sto cantando. Mi sono emozionato guardando foto di marinai dei primi del ‘900, in particolare sul web ho trovato una immagine di un comandante di mercantile (un “collega” quindi) che mi era assai rassomigliante. Ho valutato anche ad esempio la necessità di privarsi degli anelli alle mani, consuetudine marinaresca, per evitare di rimanere incagliati nelle cime o di farsi male in vari modi in contrasti con superfici metalliche. Tendo a non guardare e ascoltare i colleghi che prima di me hanno dato vita al ruolo, non per superbia, ma per non copiare (magari malamente!) le loro interpretazioni. Infatti credo che ognuno di noi è tenuto a ricercare dentro di sé le ragioni e le motivazioni, solo in un secondo tempo magari confrontarsi con il passato.
Manon è un’opera “giovanile” del Maestro Puccini eppure presenta pagine sublimi liriche e “sinfoniche”; come l’hai conosciuta e qual è la tua valutazione su questa opera?
Manon è sicuramente la mia opera preferita di Puccini perché contiene una tale quantità di temi musicali e pagine splendidamente concepite, perfette dal punto di vista teatrale, che è anche difficile contenere ogni volta l’emozione, specie nel finale dell’opera, davanti a questa grande creazione compositiva. La curiosità più bella da citare per quanto mi riguarda è sicuramente legata alla passione di mia madre per quest’opera, che la avvicinò, lei giovane violinista diplomanda, al mondo dell’opera. Infatti prima non aveva avuto il piacere di gradire molto le opere e in particolare i cantanti, ma quando ascoltò per la prima volta Manon e in particolare l’eterna registrazione con la Callas e Di Stefano… beh, le si aprì il cuore. Un amore che mi ha trasferito ben presto, fin da piccolo. Ricordo tanti anni fa che mentre assistevamo alla Turandot a Verona, in cui cantava anche mio padre nel ruolo di Ping, mi diceva sognante: «Amo Turandot perché è bellissima, ma Manon è unica, Alessandro spero un giorno che potrai cantarla…».
Pensate alla mia emozione a trovarmi sul palco ripensando a queste parole…
Preparare un’opera in tempo di covid non deve essere cosa molto facile: ci puoi raccontare qualche episodio interessante di questa produzione?
È senza dubbio una grande impresa, non solo per la difficoltà di avere a che fare con i quotidiani orpelli difensivi (le salvifiche e benedette mascherine) ma anche perché non ci è permesso di socializzare gran che fra di noi. Non possiamo infatti correre il rischio di compromettere il nostro lavoro e quello degli altri, anche spesso il fatto di risultare positivi è legato anche a mera sfortuna! Tuttavia io che sono “veterano della mascherina”, consentitemi questa definizione, in quanto ho partecipato nella duplice veste di Amantio di Nicolao e Maestro Spinelloccionel Gianni Schicchi che ha inaugurato il Festival Puccini nel 2020 con la regia di Valentina Carrasco, prima opera post lock-down interamente effettuata con l’ausilio di mascherine e gel disinfettanti (anche in scena), ormai posso dire senza dubbio di averci fatto l’abitudine. Credo anzi non voglio credere che certe persone che ci criticano per il nostro uso della mascherina in scena vogliono usarci per fare polemiche antigovernative, perché sarebbe rivolgersi alle anime sbagliate, tuttavia voglio inviare un messaggio a costoro: non è una scelta, è una condivisione di regole, un protocollo che se non rispettato può creare problemi di salute a noi stessi, ai colleghi e ai loro familiari. Ne faremmo anche a meno volentieri, ma sappiamo che ancora ci sono cose da definire, ci affidiamo a chi ne sa più di noi con fiducia, altruismo e sacrificio.
Cantante/regista, un rapporto non sempre facile viste le scelte non sempre ortodosse di quest’ultimo: come è stato per te (e per il cast) il rapporto con Aldo Tarabella?
Aldo Tarabella è decisamente un uomo elegante, innamorato del suo lavoro, competente e rispettoso degli artisti e della partitura. Alla Scuola di Musica di Fiesole, durante lo stage per Operastudio, ho potuto lavorare con lui sul movimento, un aspetto fondamentale per ogni artista che intende accingersi a calcare il palcoscenico. Successivamente a Operastudio, che generò La Boheme con capofila il Teatro Goldoni di Livorno, sono stato chiamato a far parte del cast della splendida produzione di Napoli Milionaria di Rota con la regia di Fabio Sparvoli e la direzione di Jonathan Brandani, che ha visto la sua nascita a Lucca. Nello stesso tempo nacque il progetto di Manon Lescaut, che ebbe uno stop a causa della pandemia. Sono felicissimo che dopo due anni, finalmente il progetto possa aver visto la nascita. Ci tenevo a lavorare con il maestro, è stato ed è un grande piacere, che appaga dal punto di vista artistico e umano.
E con il direttore, M°Gianola?
Un direttore che da’ un senso di sicurezza straordinario, un vero piacere lavorare con lui. In sala attento ai dettagli e in buca un braccio affidabile a cui sempre rivolgersi, con una attenzione anche per il respiro dei cantanti. Come si sa il dialogo con il direttore è fondamentale, con lui c’è stata, da parte di tutti devo dire, una intesa perfetta. Spero davvero di poter lavorare presto di nuovo insieme e magari poter preparare ed eseguire con lui ruoli più impegnativi.
Lucca, la città natale di Puccini e il teatro del Giglio dove il Maestro ha portato tutte le sue opere: emozioni?
Il grande Giacomo fa parte della mia vita, anche per ovvie ragioni familiari, da sempre. Ormai è nello stato di famiglia direi al pari di un bisnonno o di uno zio (consentitemi questo ardire). Cantare con la sua anima presente, lì nel suo palco, beh… non è semplice, meglio non pensarci! Anzi, è meglio pensare a fare, se possibile, sempre meglio in casa sua e ovunque si esegua la sua musica, per rendergli il giusto omaggio; la sua musica, meravigliosa ed immortale, viene eseguita ogni giorno in centinaia di teatri e sale da concerto del mondo. Non riusciremo mai a ringraziarlo abbastanza per quanto ci ha dato.
Un breve sguardo indietro a ricordare: quali i momenti più importanti della tua carriera?
Sicuramente la Boheme al Festival Pucciniano con Hui He e J.F. Borras, e poi con Angela Gheorghiu e Stefan Popp, ma anche l’inaugurazione con Fanciulla del West a fianco di Maria Ghuleghina e Alejandro Roy. Sempre con il Festival Pucciniano la bellissima trasferta al Savonlinna Opera Festival dove ho potuto cantare in Tosca a fianco di Svetlana Kasyan, Zoran Todorovich e Alberto Gazale, con la direzione di Alberto Veronesi, una esperienza meravigliosa che mi porterò sempre nel cuore. Luogo incantevole di grande prestigio e bellezza. Non posso dimenticare anche gli anni passati al Teatro Goldoni di Livorno, in cui ho mosso i miei primi passi a fianco di artisti del calibro di Dimitra Theodosiou, per questo ringrazio Alberto Paloscia per essere stato uno dei primi a darmi fiducia e ad aver intravisto in me le qualità necessarie per essere definito un artista.
E guardando invece al futuro: quali le prossime “avventure” e quali i sogni nel cassetto?
Sicuramente non vedo l’ora di dare nuovamente vita al personaggio, insieme tragico ma anche comico, di ‘O mezzo prevete della Napoli Milionaria che andrà in scena a marzo al Teatro Goldoni di Livorno e al Teatro Verdi di Pisa. Sto studiando molto con la mia insegnante Donata D’Annunzio Lombardi, in particolare ruoli verdiani che prima mi erano accessibili ma non potevo realizzare in modo sufficientemente convincente, per questo mi piacerebbe davvero interpretare un grande ruolo sacerdotale come Padre Guardiano, o dare vita nuovamente a Fiesco che ho potuto interpretare solo in parte nella riduzione per le scuole per il Teatro Carlo Felice di Genova nello spettacolo “La Taverna del Doge”. Con l’amico baritono Simone Piazzola ebbi modo l’anno scorso di cantare il duetto dell’ultimo atto. Una grande emozione e un onore. Beh, diciamo che ci ho preso gusto!
Un’ ultima domanda visto che, assieme a tuo padre (il celebre baritono Giancarlo Ceccarini), organizzi eventi musicali: quali sono le cose che, secondo te, aiuterebbero la promozione della lirica anche nella provincia? Quali difficoltà si incontrano quando si decide di proporre la produzione di un’opera o addirittura di una stagione lirica?
Gli Enti e le Fondazioni dovrebbero sicuramente fare di più per aiutare la promozione della lirica anche nei piccoli centri, specie in estate. Tuttavia devo dire che negli ultimi anni sono stati prodotti bandi abbastanza intelligenti indirizzati alla promozione di attività culturali. Bisogna lavorare affinché il pubblico si muova a compartecipare, non solo con la presenza, ma anche con la diffusione degli eventi. Il passaparola di una volta insomma, perché la cosa che osservo ahimè più necessaria adesso è la presenza del pubblico in sala, che impaurito dalla pandemia, latita o comunque non partecipa più come prima agli spettacoli. Una nota di indirizzo infine per i politici. Sappiate dare al Teatro la centralità che merita, la popolazione deve sentire proprio il teatro, uno spazio che è la chiesa laica di tutti, un luogo democratico (a cui si dovrebbe accedere con biglietti a prezzi solidali!) in cui ognuno può trovare cibo per la sua anima, per l’accrescimento delle corde artistiche contenute nel cuore di ognuno di noi.
















Lascia un commento