
Terzo appuntamento del Comitato Promotore delle Celebrazioni Pucciniane a Lucca: dopo il concerto di luglio con l’orchestra del Teatro Carlo Felice di Genova e le voci della soprano Carmen Giannattasio, del tenore Marco Berti e del baritono lucchese Massimo Cavalletti diretto da Beatrice Venezi, quello di settembre della Filarmonica della Scala diretta dal M° Zubin Meta, stavolta è stata la prestigiosa Budapest Festival Orchestra diretta da Iván Fisher ad incantare il pubblico del teatro del Giglio in due serate indimenticabili.
Che Lucca dovesse essere, sempre ma in particolare in questa vigilia di un centenario importante com’è quello del 2024 legato alla morte di Giacomo Puccini, centro delle attenzioni di coloro che, in diverso modo, sono legati alla figura del compositore lucchese, ci era sembrato scontato.
Lucca, la sua città natale, luogo nel quale il Maestro ha le sue radici più antiche (i Puccini sono stati da sempre punti di riferimento per la musica lucchese: cinque generazioni di cui fu capostipite quel Giacomo, o Jacopo, Puccini che vide la luce il 26 gennaio del 1712 a cui seguirono Antonio, Domenico e Michele, padre di Giacomo e ultimo Puccini musicista in Lucca) non poteva mancare ad un appuntamento epocale e, a quanto pare, ha raccolto la sfida mettendo in gioco non solo le iniziative previste dal suo teatro, ma ospitando quelle del Comitato e, ci auguriamo, molte altre che potranno essere messe a disposizione in Italia e all’estero.
Un secolo è lungo, specie se è quello che traghetta la società da un XX secolo ancora in parte ancorato ad un passato e alle sue tradizioni, ad un XXI secolo che, con accelerazione impressionante, ne prende le distanze in ogni settore, musica e cultura comprese.
Puccini nasce a cavallo tra il XIX e il XX secolo e per molti versi sembra legarsi più all’800 che al ‘900 anche se di questo coglie, artisticamente, i mutamenti e le sollecitazioni: interrogarci sul perché, in un mutato scenario socio-culturale, le sue opere riscuotano ancora tanto successo in ogni parte del mondo penso possa essere la chiave di accesso per approfondirne lo studio e andare oltre un certo tipo di cliché che gli sono stati anche erroneamente attribuiti.
Bohème, Tosca, Manon (e tutte le altre) conservano intatte il loro valore musicale e la straordinaria attualità delle tematiche proposte: sono incredibilmente “moderne” pur avendo ambientazioni ben contestualizzate (che, a mio avviso, merita rispettare) e parlano, oggi come ieri, al cuore del pubblico di ogni età che assiste, sempre numeroso, alle rappresentazioni.
Boomers, Millennials e generazione Z trovano in quelle musiche e in quelle storie argomenti che li conquistano portandoli, senza incertezze, alle biglietterie dei teatri. Certo, si può dire la stessa cosa di Verdi o Rossini, ma Puccini credo resti un “caso da studiare” visto che molto di lui ancora ci è sconosciuto.
L’appuntamento del 11 e 12 novembre ci ha offerto il privilegio di ascoltare, nella prima parte, alcuni dei “brani giovanili” di Puccini, quelli realizzati negli anni del conservatorio: l’Adagetto in fa maggiore per orchestra piccola e lo Scherzo per archi (che contiene in nuce elementi della Manon Lescaut), composizioni scritte tra 1881 e 1883, e il Preludio a Orchestra che risale addirittura all’adolescenza del compositore. Hanno fatto seguito “Amici fiori”, aria tratta da Suor Angelica, interpretata con dal soprano Afag Abbassova, e la romanza “Ad una morta”, cantata da Nicola Alaimo.
Ivan Fischer mostra nella direzione di questi brani tutto il suo amore per Puccini regalando momenti di intensa emozione, preparando il pubblico al momento clou della serata, un superbo Gianni Schicchi.
Giacomo Puccini non si era mai misurato con l’opera comica: lo fa con Gianni Schicchi incastonato in quel “Trittico” che gli vede a fianco la disperazione de Il Tabarro e la speranza di salvezza di Suor Angelica. A forgiare questo brillante atto unico tratto dal XXX Canto dell’Inferno, due penne toscane: il fiorentino (di Borgo san Lorenzo) Giovacchino Forzano e il lucchese Giacomo Puccini; ciò che ne viene fuori è un arguto divertissement nel quale entrambi mostrano chiaramente di stare dalla parte della “gente nuova”, quella che una certa aristocrazia e alta borghesia (del XIII secolo, ma non solo…) vede come il fumo negli occhi: “Un Donati sposare la figlia d’un villano! D’uno sceso a Firenze dal contado! Imparentarsi colla gente nova! … Io non voglio che venga! Non voglio!” dice Zita alla notizia che il nipote ha convocato Gianni Schicchi per cercare di trovare una soluzione al testamento che vede i Donati defraudati dell’eredità a vantaggio dei frati dell’Opera di Santa Reparata. Il gioco sottile che sta dentro questa gustosissima opera è duplice: da un lato il contrasto tra due “caste”, una delle quali, quella appunto dello Schicchi, porta con sé, per necessità o solo per vocazione, idee nuove, freschezza, intraprendenza.“Avete torto! È fine! astuto… Ogni malizia di leggi e codici conosce e sa. Motteggiatore!… Beffeggiatore!… C’è da fare una beffa nuova e rara? È Gianni Schicchi che la prepara! Gli occhi furbi gli illuminan di riso lo strano viso, ombreggiato da quel suo gran nasone che pare un torrachione per così! Vien dal contado? Ebbene? Che vuol dire? Basta con queste ubbie… grette e piccine! (…) Basta con gli odi gretti e coi ripicchi! Viva la gente nova e Gianni Schicchi!” canta Rinuccio, nipote della Zita, certamente interessato all’eredità che le permetterebbe di sposare l’amata figlia dello Schicchi, Lauretta, ma anche, in buona fede, stufo di queste ormai vecchie discriminazioni: “Firenze è come un albero fiorito che in piazza dei Signori ha tronco e fronde, ma le radici forze nuove apportano dalle convalli limpide e feconde!”. Dall’altro, un benevolo giudizio nei confronti di un reo confesso che si sostituisce ad altri “in testamenti e lasciti” quando i motivi che conducono a questa scelta sono dettati dall’amore per la figlia che vuole felice accanto a Rinuccio e da un senso di giustizia nei confronti dei parenti del defunto che altro non vogliono che godere della cospicua eredità familiare: “Ditemi voi, signori, se i quattrini di Buoso potevan finir meglio di così! Per questa bizzarria m’han cacciato all’inferno… e così sia; ma con licenza del gran padre Dante, se stasera vi siete divertiti, concedetemi voi… l’attenuante!” dice Schicchi a conclusione dell’opera.Un’apparente “morale libera” che in realtà nasconde valori ben più profondi: L’egoismo e l’avidità dei Donati emerge chiarissima nella prima parte dell’opera, come pure il dispregio per gli altri parenti e la ricerca di un proprio vantaggio anche a scapito degli altri è il corpus della parte centrale, quella che precede la scena della redazione del testamento da parte dello Schicchi-Buoso Donati: “Gianni, se tu mi lasci questa casa, la mula ed i mulini di Signa, ti gonfio di quattrini!” dice Betto; “Se mi lasci la mula, questa casa, i mulini di Signa, ti do trenta fiorini!” dice Zita; “Se lasci a noi la mula, i mulini di Signa e questa casa, a furia di fiorini ti s’intasa!” dice Nella… In contrapposizione, lo Schicchi ritaglia dalla ricca eredità (dopo aver assicurato ad ognuno degli eredi denaro e beni a sufficienza) una porzione per i due giovani promessi sposi augurandosi che quella nuova generazione possa essere migliore di quella che l’ha preceduta.Insomma, “castigat ridendo mores”.
Pur se in forma semiscenica, abbiamo assistito, grazie al Comitato Promotore delle Celebrazioni Pucciniane e alla organizzazione del teatro del Giglio, ad un eccellente produzione dello Schicchi che ha visto uno spettacolare Nicola Alaimo protagonista indiscusso per voce e interpretazione artistica. Ha perfettamente pennellato il suo personaggio mostrando di lui tutte le sfaccettature che compositore e librettista gli avevano regalato: mai sopra le righe anche nei momenti in cui la parte attoriale quasi prevale su quella vocale, offre momenti di intesa poesia insieme ad altri nei quali la vocalità potente esplode in tutta la sua bellezza.
Grande interpretazione è stata anche quella di Anna Maria Chiuri, una Zita quasi perfetta; la Lauretta di Benedetta Torre, che ci regala una “O mio babbino caro” di grande suggestione, è più che convincente in quell’indispensabile mix di malizia e ingenuità che Puccini ha voluto sottolineare con la sua musica. Non sempre “sul pezzo” il tenore cinese Wang Chuan, Rinuccio, ma quando lo è stato ha messo in luce una grande musicalità ed una padronanza del registro acuto. Ma l’intero cast ha mostrato di aver affrontato questo appuntamento con grande professionalità e consapevolezza dando vita ad uno spettacolo di altissimo livello: Giacomo Prestia, Simone, Antonino Giacobbe, Betto di Signa, Nicola Farnesi, Marco, Roberto Martelli, Gherardo, Anna Maria Sarra, Nella, e Donatella De Luca, La Ciesca.
Qualche perplessità, ma solo per la scelta del regista Grischa Asagaroff di sottolineare forse in modo troppo marcato la provenienza geografica, per il Maestro Spinelloccio decisamente molto molto bolognese e per il “troppo siculo” Notaio Messer Amantio Di Nicolao affidati ad Andrea Porta. Gradevoli il Pinellino di Han Xing e il Guccio di Alan Freiles Magnatta.
Impeccabile, a nostro avviso, la direzione del M° Fisher capace d restituire la tensione narrativa indicata dalla partitura e le annesse sfumature ironiche e grottesche pur in un contesto non facile come il (piccolo) palcoscenico del Giglio affollato dall’orchestra. Del resto, la fama del direttore e compositore ungherese, tra l’altro fondatore dell’Orchestra Festival di Budapest (OFB) nel 1983, è confermata dei numerosi incarichi assunti negli anni come direttore ospite, direttore principale, direttore musicale, di importanti Orchestre nel mondo. Peraltro, nel 2011 Fischer ha ricevuto il Royal Music Award della Royal Philharmonic Society e il Dutch Ovatie Prize. Nel 2013 è stato nominato Membro Onorario della Royal Academy of Music di Londra.
Stefano Mecenate













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