
Non solo Los Angeles. Si è estesa a macchia d’olio la protesta contro i raid dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice) in corso da venerdì scorso nella città californiana. Manifestazioni sono state indette tra le altre a New York, Boston, Atlanta, Chicago, Austin, Dallas, San Francisco e Philadelphia nel corso della settimana e nel weekend, quando a Washington è prevista anche una grande parata militare in onore del 250° anniversario dell’esercito. A infiammare il dissenso è stata la decisione del presidente Donald Trump di scavalcare le autorità californiane ordinando l’invio di 4mila agenti della Guardia Nazionale e 700 marines per le strade della città dove – per prevenire incidenti – la sindaca Karen Bass, ha emanato un coprifuoco serale. Alla più significativa ondata di proteste dall’inizio del suo secondo mandato, infatti, il presidente degli Stati Uniti ha risposto alzando ancora più il tiro e alimentando tensioni che rischiano di sfociare in violenze e disordini fuori controllo. Non a caso il governatore della California Gavin Newsom –principale interlocutore e sfidante di Trump – ha invitato a più riprese i manifestanti a non prestare il fianco a “provocazioni” che innescherebbero la dura delle forze dell’ordine. La posizione della Casa Bianca sulla crisi intanto, resta durissima: se il presidente ha parlato apertamente di “animali” che avrebbero messo a ferro e fuoco la città, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt ha insinuato che tutti coloro che vengono presi di mira dagli agenti dell’Ice sono “assassini, stupratori e immigrati clandestini pedofili” precisando che la loro minaccia di “un’invasione” non avrà successo.

Immigrazione: caposaldo dell’agenda trumpiana?
Le questioni relative all’immigrazione sono un cavallo di battaglia di Trump fin dal primo mandato e in passato hanno spesso giocato in suo favore. Non c’è dubbio che gli elettori repubblicani rispondano alle sollecitazioni del presidente riguardo il ‘peso’ degli immigrati sulla sicurezza e il sistema sociale americano e che durante la campagna elettorale, la retorica più violenta, relativa alla “più grande deportazione di massa” che la storia americana abbia visto, sia stata accolta con applausi scroscianti. Anche i funzionari della Casa Bianca ritengono che le politiche più intransigenti contro migranti e in materia di confini abbiano conquistato un’ampia schiera di elettori. “L’America ha votato per le deportazioni di massa” ha scritto su X il principale consigliere di Trump, Stephen Miller, considerato l’architetto della sua politica in fatto di immigrazione. Ma con il passare dei giorni il rischio è che la crisi in atto, prima a Los Angeles e ora in varie città americane, stia fomentando una tensione che potrebbe sfuggire al controllo. Anche dal punto di vista politico, il dividendo che il presidente punta ad incassare non è poi così certo. Il punto di rottura potrebbe arrivare se le espulsioni si ampliassero. I sondaggi hanno dimostrato che, sebbene gli americani appoggino le espulsioni e una politica di confine più severa, non sono necessariamente d’accordo quando amici, vicini e membri della comunità che pur da irregolari vivono negli Usa da decenni, pagano le tasse, lavorano e sono rispettosi della legge vengono deportati.
I Dem su un terreno scivoloso?
I Democratici si trovano ad affrontare una situazione politica straordinariamente complessa in un momento profondamento complicato e mentre il partito è privo di una leadership forte a livello nazionale. Contrastare la retorica trumpiana di immigrati che “avvelenano il sangue dell’America” e vogliono “invaderla” sarebbe già difficile per un partito di opposizione a pieno regime, figurarsi quando si trova in piena crisi di identità. “Tutto ciò che il governatore Gavin Newsom dice e fa sarà smentito dalla diffusa convinzione che intenda candidarsi alla presidenza” osserva la CNN, secondo cui “per lui e per altri governatori democratici che stanno valutando una candidatura, questa crisi offre opportunità e pericoli”. Se infatti una decisa resistenza a Trump potrebbe favorire a Newsom la benevolenza degli elettori in vista di una probabile candidatura per il 2028, dall’altra si tratta di un terreno scivoloso che rischia di alienare il sostegno di centristi, indipendenti e repubblicani moderati che desiderano ancora politiche di confine restrittive. I sondaggi indicano da tempo l’immigrazione e la criminalità come aree di vulnerabilità per i Democratici e pur avendo condannato le azioni di Trump, i contendenti in lizza per la guida del partito temono di apparire deboli su temi prioritari tra le preoccupazioni dell’elettorato. Se riusciranno a trovare il giusto equilibrio e una posizione convincente su un tema profondamente divisivo otterranno un risultato che quasi nessun politico di centro-sinistra nel mondo occidentale è stato finora capace di raggiungere.
Sabato è il No kings day?
Mentre le tensioni non accennano a stemperarsi, una nuova potenziale polveriera si profila all’orizzonte per il fine settimana a Washington, dove Trump ha organizzato una parata militare per celebrare il 250° anniversario dell’esercito, che coincide con il suo 79° compleanno. “Chiunque voglia protestare sarà accolto con una forza enorme” ha avvertito . Eppure, con ogni probabilità questo sabato per le strade degli Stati Uniti sfileranno, a tinte vivaci, due visioni contrastanti dell’America. Il confronto non mancherà di alimentare le divisioni, con alcuni americani che applaudono al pugno di ferro di Trump e altri che condannano quella che considerano la sua crescente adesione a tattiche autoritarie. Lo stesso Newsom, invocando il ‘No Kings Day’ di sabato ha citato la parata come parte della svolta autoritaria del presidente. “Sappiamo tutti che questo sabato sta ordinando ai nostri eroi americani, l’esercito degli Stati Uniti, e li sta costringendo a mettere in scena una volgare esibizione per festeggiare il suo compleanno, proprio come hanno fatto altri dittatori falliti in passato”, ha detto il governatore, ribadendo il rischio di una deriva autocratica: “Se alcuni di noi possono essere rapiti dalla strada senza mandato – basandosi solo sul sospetto o sul colore della pelle – allora nessuno di noi è al sicuro. I regimi autoritari iniziano prendendo di mira le persone meno in grado di difendersi. Ma non si fermano qui”. La California – ha chiarito – potrebbe essere la prima, ma non sarà l’ultima, e ha aggiunto: “Toccherà ad altri stati. Toccherà alla democrazia”.
Alessia De Luca

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