Quattro parole chiave su cui ragionare: riformismo, Europa, mercati, nuovo.

Per venire subito al punto, dovremmo proporre una moratoria (diciamo fino alle prossime elezioni politiche?) su almeno quattro “parole chiave”: “ riformismo e/o riformista; Europa; mercati”; e, infine e soprattutto, “nuovo”. E, nel contempo, ricominciare a usare, senza complessi, la parola “socialismo e/o socialista” e magari anche “socialdemocrazia e/o socialdemocratico”.
Oggettivamente, non abbiamo niente da dire sulle parole da sottoporre a moratoria, tutt’altro; sono parole che, in tempi normali, potrebbero tranquillamente essere punto di riferimento della nostra azione politica. Ma, in Italia, non viviamo in tempi normali e non solo per la gravità oggettiva della nostra crisi, ma anche e soprattutto per il modo in cui ne discutiamo, mettendo insieme diagnosi perverse e rimedi del tutto irrilevanti.
Siamo in un’atmosfera intellettualmente intossicata in cui le quattro parole che abbiamo ricordate vengono usate in modo del tutto improprio se non perverso.
Cominciamo da”riformismo”, una parola usata da noi nell’intento, più che legittimo, di definire la nostra diversità rispetto ad altre forze di sinistra. Però l’antagonista di un tempo, la sinistra rivoluzionaria, non c’è più. E, al suo posto, c’è una sinistra radicale – con cui misurarsi – e una sinistra parolaia, che non merita alcuna considerazione. Se, poi, l’antagonista, o per meglio dire, la deviazione da contrastare è la cosiddetta ‘foto di Vasto’ bisognerebbe osservare una volta per tutte che la figura da cancellare non è quella di Vendola, ma quella di Di Pietro perché fa parte di un altro film, quello della destra populista.
E sempre in termini di spazio politico da marcare, il nostro compito non è di fare da sensali, oltre tutto non richiesti, di un matrimonio che non si farà mai – quello con Casini, ma piuttosto di costruire, questa sì, una sinistra che sappia parlare anche agli elettori di centro.
C’è infine nel termine riformista un qualcosa di irrimediabilmente generico che lo rende utilizzabile dal primo che passa compresi gli apprendisti stregoni della seconda repubblica, di destra, ma qualche volta anche di sinistra…
Veniamo al termine “Europa” che, come “i mercati”, è diventato sinonimo di un obbligo cui sottostare senza discussione: “ce lo chiede…” eccetera eccetera. E qui, forse non si tratta di bandire il termine o, peggio, di diabolizzarlo (come fanno, insieme, la destra populista e la sinistra parolaia), ma semmai di qualificarlo. Ricordando in primo luogo a noi stessi che l’Europa così com’è non è una realtà immutabile, da accettare o rifiutare in blocco, ma piuttosto uno spazio politico in cui si può agire, per modificarlo. E anche che i mercati non hanno la veste di custodi inflessibili dell’Ortodossia, ma non si riducono nemmeno a quattro finanzieri complottatori essendo, molto più prosaicamente, una massa indistinta e impaurita alla ricerca di certezze politiche.
E veniamo, in conclusione, al “nuovo”. Tra l’altro, vero e proprio fondamento della seconda repubblica e del suo immaginario collettivo e perciò responsabile primo dei disastri che stiamo vivendo. Disastri su cui non è il caso di soffermarsi qui. Limitiamoci, dunque, a sottolineare un punto fondamentale: il bersaglio politico della vulgata nuovista è essenzialmente il socialismo (e i socialisti) e per il semplice fatto di essere “il vecchio”.
Vecchia la tradizionale forma partito, con le sue regole; vecchia la rivendicazione del primato della politica; vecchia la difesa dello stato sociale e il richiamo keynesiano al ruolo dello stato nel promuoverlo e nel difenderlo; vecchia la tradizione e così via. Una visione che non ci appartiene, ma che abbiamo subito e persino interiorizzato e per troppo tempo (vero Veltroni?) forse in nome di un inconfessato “sconfittismo” (“ho perso perché avevo torto”, diventato, piano piano “ho torto e perciò sono destinato a perdere”).
Rivendichiamo, allora, la vittoria di Hollande come vittoria del vecchio. Un segretario poco carismatico, e per dieci anni, di un partito di dinosauri, con un programma tradizionale e poco rispettoso dell’Europa e dei mercati (vedi sopra …) che vince alle primarie e poi sconfigge, in nome della normalità socialista, e in vista di obbiettivi ragionevoli un avversario che era l’emblema del nuovo che avanza. E che oggi rappresenta il punto di riferimento per una strategia europea fondata sul movimento socialista.
Frutto dell’anomalia francese, direbbero i nuovisti. Ma forse anomali, e come cultura politica, siamo noi. E forse, allora, è venuto il momento di fare orgogliosamente riferimento, come obbiettivo politico e non come obbligo formale, alla “casa” (meglio all’area, più aperta verso l’esterno…) socialista. Con quali contenuti e in quale prospettiva? Ci sarà ampio modo per discuterne. A noi socialisti il compito di mantenere ferma la prospettiva e con l’urgenza politica necessaria.

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