
Da anni una parte del dibattito occidentale sembra essersi smarrita dentro una contraddizione che prima o poi dovrà affrontare. La questione, in realtà, è molto più semplice di quanto venga raccontato.
Ottant’anni fa l’Occidente, attraverso le istituzioni internazionali nate dopo la Seconda guerra mondiale, contribuì alla legittimazione dello Stato di Israele. Si può discutere all’infinito delle vicende successive, ma questo resta un dato storico. Israele esiste, è riconosciuto dalla comunità internazionale, è membro delle Nazioni Unite ed è parte integrante dell’assetto politico costruito dal mondo occidentale nel dopoguerra.
Se questo principio viene accettato per ogni altra nazione, non si comprende perché debba diventare negoziabile soltanto nel caso di Israele.
Qui nasce il cortocircuito logico che caratterizza una parte dell’opinione pubblica occidentale. Da un lato si difendono i valori della democrazia liberale, del diritto internazionale, della sovranità degli Stati e delle istituzioni rappresentative. Dall’altro si finisce per giustificare, minimizzare o addirittura sostenere organizzazioni che non propongono la convivenza con Israele, ma la sua eliminazione.
Il problema non è la critica verso un governo israeliano, che in democrazia è sempre legittima. Il problema nasce quando si smette di distinguere tra la critica politica e la negazione del diritto all’esistenza di uno Stato.
Molti dei movimenti che una certa narrativa continua a descrivere come resistenza o rivoluzione non nascondono affatto i propri obiettivi. Parlano apertamente della distruzione di Israele e trovano sostegno politico, militare ed economico in un sistema di alleanze che fa riferimento alla Repubblica Islamica dell’Iran, un regime teocratico che non rappresenta certo un modello di pluralismo, libertà politica o democrazia parlamentare.
Esiste poi un altro aspetto che l’Occidente continua ostinatamente a ignorare. Non è possibile mettere sullo stesso piano uno Stato riconosciuto dalla comunità internazionale e organizzazioni armate che fanno della lotta permanente il proprio strumento politico. Hamas, Hezbollah e gli Houthi non sono Stati, non sono democrazie, non sono interlocutori istituzionali paragonabili a una nazione dotata di un ordinamento giuridico, di un governo, di tribunali, di una struttura amministrativa e di responsabilità internazionali.
Sono organizzazioni terroristiche o movimenti armati che utilizzano sistematicamente la violenza come strumento politico e militare. Chiamarli “resistenza” non modifica la natura delle loro azioni. Chiamarli “combattenti” non cancella decenni di attentati, lanci di missili contro civili, sequestri, stragi e utilizzo della popolazione come scudo umano.
Una delle più gravi deformazioni culturali degli ultimi anni consiste proprio nell’aver accettato l’idea che tali organizzazioni possano essere considerate interlocutori equivalenti a uno Stato sovrano. Non lo sono. Non lo sono giuridicamente, non lo sono politicamente e non lo sono sul piano della legittimità internazionale. Se accettiamo questo principio, allora qualsiasi gruppo armato che impugna un fucile e proclama una causa ideologica dovrebbe godere della stessa legittimità di una nazione riconosciuta. È un’assurdità logica prima ancora che politica.
Le parole hanno un significato preciso. Quando si parla di Hamas, Hezbollah e Houthi, il termine corretto non è “movimenti rivoluzionari”, ma terroristi. Chiamarli con il proprio nome è il primo passo per tornare ad analizzare la realtà senza filtri ideologici.
La contraddizione diventa allora evidente. Non si può difendere l’ordine democratico occidentale e contemporaneamente sostenere progetti politici che mirano a demolirne i principi fondamentali. Non si può invocare il diritto internazionale e allo stesso tempo considerare legittimo l’obiettivo di cancellare uno Stato riconosciuto dalla stessa comunità internazionale.
Sono anni che osservo questo fenomeno e sono sempre più convinto che una parte dell’Occidente sia diventata vittima della propria prosperità. Decenni di pace, sicurezza e benessere hanno generato una forma di assuefazione che ha progressivamente indebolito la capacità di distinguere tra libertà e oppressione, tra democrazia e totalitarismo, tra chi difende il proprio diritto ad esistere e chi rivendica apertamente la distruzione dell’avversario.
Quando una società vive troppo a lungo lontana dalle conseguenze della storia, finisce per dimenticare i motivi che hanno portato alla costruzione delle sue stesse istituzioni. È anche per questo che periodicamente gli equilibri vengono travolti da crisi e conflitti. Le guerre sono tragedie e fallimenti della politica, ma hanno spesso l’effetto di costringere intere generazioni a fare i conti con la realtà, spazzando via illusioni, slogan e costruzioni ideologiche che prosperano soltanto quando il costo delle idee viene pagato da qualcun altro.
L’Occidente dovrebbe quindi ritrovare una minima coerenza intellettuale. Se si ritiene che la democrazia, il pluralismo, la rappresentanza politica e la sovranità nazionale siano valori da difendere, allora tali principi devono valere anche quando riguardano Israele. Se invece si ritiene che alcuni Stati possano essere cancellati attraverso la violenza, il terrorismo o la guerra ideologica, allora si sta mettendo in discussione l’intera architettura politica che l’Occidente ha costruito nel corso dei secoli.
La vera domanda non riguarda Israele. Riguarda l’Occidente stesso. Perché una civiltà che pretende di fondarsi sul diritto non può continuare a tollerare l’idea che l’unica democrazia del Medio Oriente debba giustificare ogni giorno il proprio diritto a esistere, mentre chi ne auspica apertamente la distruzione viene troppo spesso presentato come un interlocutore politico qualsiasi.
Prima ancora di scegliere da quale parte stare, l’Occidente dovrebbe semplicemente fare pace con il cervello e con la logica che ha guidato la costruzione delle sue stesse istituzioni.
Piero Terracina

Lascia un commento