
La letteratura sullo storicismo finora è stata scritta, prevalentemente, dai suoi critici e detrattori. Ho individuato cinque cause fondamentali per spiegarne le ragioni. La prima è di natura storico-politica. La tradizione dello storicismo è soprattutto tedesca e italiana: da Herder a Meinecke, da Vico a Croce. La Germania è stata sconfitta sia nella prima guerra mondiale, sia nella seconda. L’Italia è stata sconfitta nella seconda guerra mondiale.
Gli autori dello storicismo viventi nella prima metà del ventesimo secolo erano portatori di un mondo di valori culturali antitetico rispetto a quello proprio dei fascisti e dei nazisti; eppure, la sconfitta non poteva non riguardarli. Proprio in relazione a tale pregiudizio storico-politico, va registrata una estesa e radicata diffidenza dei Paesi di cultura anglosassone nei confronti dello storicismo. Molto significativo, in tal senso, il pamphlet di Karl R. Popper, titolato Miseria dello storicismo.
Il libro mi ha offerto l’occasione di dare il mio piccolo contributo per ribadire quale importanza abbia il pensiero di autori tedeschi quali Johann Gottfried Herder, Wilhelm Humboldt, Friedrich Daniel Ernst Schleiermacher, Leopold Ranke, per il periodico romantico; Wilhelm Dilthey, Georg Simmel, Max Weber, Ernst Troeltsch, per il periodo che va dalla seconda metà del diciannovesimo secolo alla fine della prima guerra mondiale; Heinrich Rickert, Ernst Cassirer, e, soprattutto, Friedrich Meinecke, già attivi nel precedente periodo, ma che fecero pure esperienza personale del regime nazista. Considero una fortuna ed un privilegio avere incontrato, per l’esigenza di studiare lo storicismo, il pensiero di personalità come quelle citate.
Naturalmente, il mio primo debito di riconoscenza è nei confronti di autori italiani, i quali mi hanno abituato a considerare in modo positivo lo storicismo e a riconoscerne il valore: penso, in primo luogo, a Benedetto Croce e a Adolfo Omodeo; ma, risalendo nel tempo, si incontra la rilevante personalità di Giambattista Vico. Così come ci sono altri autori significativi, come Vincenzo Cuoco.
Per rispondere alle critiche e smontare i pregiudizi, ho cercato di dimostrare tre assunti: 1) il concetto di storicismo va tenuto distinto dalle varie filosofie della storia; 2) lo storicismo non tende a consacrare il successo dei vincitori; quindi, non è una forma di giustificazionismo storico; 3) lo storicismo non avvalora il relativismo morale.
La conoscenza storica è compatibile con ogni fede soggettiva in ideali di emancipazione umana. Soltanto che tali fedi soggettive si spiegano ed hanno fondamento in relazione a certe caratteristiche del mondo umano. Quando le predette caratteristiche mutino significativamente, qualunque ideale, qualunque visione del dover-essere, vanno necessariamente ripensati. Non c’è un’unica strada da seguire. Non c’è un pensiero “politicamente corretto” da applicare sempre e dovunque. Secondo il mio giudizio, il maggior problema storico del 21° secolo è la sovrappopolazione mondiale: un pianeta di dimensioni finite non ha le risorse necessarie per soddisfare le aspettative di masse crescenti di persone, alle quali tutte si promettono standard di vita elevati sotto forma di diritti umani universali. Il dovere della procreazione responsabile e il governo dei flussi dell’immigrazione sono due fra le principali problematiche strettamente connesse con la realtà della sovrappopolazione mondiale.
Se concepito come concezione filosofica generale, a me sembra che lo storicismo costituisca oggi il più saldo fondamento per un indirizzo politico-ideale conservatore; ma intendo riferirmi a un conservatorismo nutrito di intelligenza e di cultura, che risolva in sé il metodo critico e alcune delle esigenze basilari del pensiero liberale. Che significa oggi essere conservatori? Significa voler conservare le condizioni ambientali, climatiche, sociali, affinché il pianeta Terra continui ad essere un habitat favorevole per il genere umano; affinché questo possa vivere ovunque in condizioni dignitose e mantenga le sue caratteristiche di soggetto plurale, risultato di una felice e bella varietà. Lo storicismo, appunto, afferma il valore della “varietà”, della diversità, in tedesco “Verschiedenheit“.
I non storicisti immaginano che un’unica regola perfettamente razionale, “illuminista”, debba affermarsi ovunque nel mondo umano. Uno storicista ribadisce, invece, che non va bene un’unica regola per gli esseri umani, mentre è preferibile che per loro sussistano regole plurali, differenziate per aree geografiche e per culture, secondo le specifiche caratteristiche di ogni macro-area geografica. L’unica regola porterebbe alla negazione delle differenze, all’uniformità, al livellamento; ad un modello unico di comportamenti sociali, imposto autoritativamente dall’alto.
Pure dal punto di vista strettamente politico sussiste una rilevante differenza tra un liberale di orientamento conservatore, il quale, sempre un po’ malvolentieri in cuor suo, accetta, come male minore, il metodo democratico, ed un democratico puro, il quale non ha argini culturali contro il populismo e la demagogia. Ci sono fenomeni come il livellamento, la massificazione, il conformismo, l’involgarimento dei costumi, che un liberale “ideologico” riesce ancora a distinguere e di cui avverte tutta la pericolosità.
Livio Ghersi

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