
In un Paese che ha pagato il conto della legalità con il sangue e il tritolo, le parole non sono mai solo suoni: sono pietre che rotolano e trascinano con sé il peso della storia. Quando il Guardasigilli Carlo Nordio sceglie di definire l’attuale assetto della magistratura come “para-mafioso”, non sta semplicemente esercitando il diritto di critica politica; sta scagliando un macigno contro le fondamenta stesse di via Arenula. È un’accusa che sibila tra i corridoi dei tribunali, arrivando non da un oppositore di strada, ma dall’uomo che siede sulla poltrona che fu di giganti della democrazia. Il paradosso è atroce e quasi surreale: il vertice del dicastero della Giustizia che accusa i suoi stessi uffici, i suoi stessi funzionari, di adottare logiche e metodi simili a quelli dei clan che lo Stato, per missione costituzionale, dovrebbe eradicare.
Parlare di “para-mafiosità” all’interno della magistratura significa, inevitabilmente, calpestare una memoria che in Italia è ancora una ferita aperta, sanguinante e mai del tutto rimarginata. Significa ignorare, con una leggerezza che spaventa, i nomi di chi quel sistema lo ha onorato fino all’ultimo respiro, pagando il prezzo massimo. Significa oscurare il sacrificio di Giovanni Falcone, polverizzato da 500 chili di tritolo sulla A29; di Paolo Borsellino, travolto dall’onda d’urto in via D’Amelio solo 57 giorni dopo; di Rosario Livatino, il “giudice ragazzino” inseguito e giustiziato tra le vigne di Agrigento come un animale al macello. E con loro Terranova, Chinnici, Scopelliti, Costa, Montalto: una lista che non è un freddo elenco burocratico, ma il martirologio laico di un’istituzione che ha fatto da scudo umano alla Repubblica. Definire quel corpo professionale “para-mafioso” è un’offesa che scavalca la dialettica tra poteri per sfociare in un insulto istituzionale che ferisce chiunque creda ancora nel valore della toga.
Il bersaglio delle critiche più feroci del Ministro è stato, in tempi recenti, Nicola Gratteri, un uomo che Nordio ha accusato di aver “superato i limiti della decenza”. Eppure, la “decenza” di Gratteri si misura in oltre trent’anni di esistenza blindata, trascorsa tra le pareti di un ufficio-bunker e il sedile di un’auto corazzata. È la decenza di un uomo che ha rinunciato alla libertà più elementare — come quella di accompagnare i propri figli a scuola — per smantellare le rotte internazionali della ‘ndrangheta e del narcotraffico. Accusare di indecenza chi vive con un mirino puntato sulla fronte, chi ha sacrificato ogni barlume di normalità familiare per servire la legge, rappresenta un esercizio di cinismo che lascia attoniti. È la negazione del riconoscimento dovuto a chi ha scelto la solitudine del dovere contro la prepotenza del crimine organizzato.
Se il sistema è davvero “para-mafioso”, allora lo Stato italiano è ufficialmente in guerra con se stesso, in un cortocircuito schizofrenico che mina la fiducia dei cittadini. Ma il sospetto che serpeggia tra gli osservatori è che questa retorica incendiaria e iperbolica non sia un fine, bensì un mezzo: il terreno preparatorio per riforme strutturali mirate a ridimensionare drasticamente l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Si brandisce lo spettro del “sistema malato” per giustificare interventi che rischiano di silenziare le voci scomode, confondendo deliberatamente il problema reale delle correnti interne — che esiste e va affrontato — con i metodi della criminalità mafiosa. Due mondi che non hanno, e non devono avere, nulla a che spartire.
Il livello dello scontro ha ormai raggiunto un punto di non ritorno, dove la forma diventa sostanza e la parola diventa arma di delegittimazione. Quando il Ministro della Giustizia mutua il linguaggio della malavita per descrivere i servitori dello Stato, non sta riformando il sistema: lo sta smantellando simbolicamente agli occhi della pubblica opinione. Questo è il tempo di Carlo Nordio, un’era in cui la distinzione tra chi combatte il crimine e chi lo commette sembra farsi, proprio nelle dichiarazioni di chi dovrebbe esserne il massimo garante, pericolosamente opaca. Resta da chiedersi quanto potrà reggere un’architettura democratica dove il Guardasigilli guarda ai suoi giudici con lo stesso sospetto con cui si guarda a un clan rivale.
Antonio Lariaia

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