
C’è qualcosa di irresistibilmente italiano nello spot che, nel 1994, trasformò una condanna a morte in una delle gag più celebri della pubblicità televisiva. Massimo Lopez, bendato davanti al plotone d’esecuzione, chiedeva come ultimo desiderio di poter fare una telefonata. E la telefonata, naturalmente, si allungava. Perché “una telefonata allunga la vita”. Era pubblicità. Era surreale. Era una battuta. Trentadue anni dopo, qualcuno negli Stati Uniti sembra aver letto il copione con una certa attenzione. Lo storico spot SIP è tornato in televisione il 22 febbraio 2026, nell’ambito di una campagna nostalgica e celebrativa di TIM. Il filmato originale è ricomparso sugli schermi come un piccolo pezzo di archeologia pop italiana: il condannato, il plotone, il deserto, il telefono e quella telefonata interminabile che rimanda l’inevitabile. Fin qui, tutto normale. Poi è arrivata l’America. Il Pentagono ha annunciato che l’esecuzione di Nidal Malik Hasan, l’ex maggiore dell’esercito condannato per aver ucciso 13 persone nella strage di Fort Hood del 2009, dovrebbe avvenire il 3 dicembre mediante fucilazione. Ma soprattutto ha annunciato che sarà trasmessa in diretta streaming. Non è una gag. Non è una provocazione da social. È una decisione annunciata ufficialmente. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha spiegato che il pubblico dovrà poter assistere alla punizione, perché bisogna mostrare che certe azioni hanno conseguenze. Trump ha poi confermato di aver approvato la scelta, mentre il vicepresidente JD Vance ha fatto sapere che, nel caso la diretta si tenga davvero, lui non sarà tra gli spettatori. A questo punto il vecchio spot SIP assume un significato quasi profetico. Massimo Lopez chiedeva una telefonata per guadagnare qualche minuto. L’America del 2026 sembra aver risposto: perché limitarsi alla telefonata quando possiamo mettere tutto in streaming? Il salto culturale è notevole. Nel 1994 la tecnologia serviva a rimandare la morte per la durata di una conversazione. Nel 2026 la tecnologia serve a fare esattamente il contrario: prendere la morte, collegarla a Internet e permettere al pubblico di guardarla. La battuta è già pronta. “Come ultimo desiderio?” “Vorrei fare una telefonata.” “Certo.” “E magari andare in diretta.” La cosa interessante è che stavolta non serve nemmeno inventarsi l’America che prende sul serio lo spot di Massimo Lopez. Lo spot era una caricatura della spettacolarizzazione della morte. Adesso qualcuno ha pensato bene di trasformare quella caricatura in una possibilità amministrativa. Naturalmente ci sono differenze sostanziali. Non si tratta di un condannato qualunque e non siamo davanti a una “fucilazione pubblica” nel senso tradizionale del termine: l’esecuzione dovrebbe avvenire all’interno di una struttura militare. Ma la scelta di trasmetterla online introduce comunque un elemento nuovo e difficilmente equivocabile: trasformare un’esecuzione legale in un evento visibile a un pubblico potenzialmente globale. Secondo gli esperti citati da Reuters, sarebbe il primo caso noto di una esecuzione legale trasmessa pubblicamente in streaming. E qui torna utile anche il paragone con Afghanistan e Iran, evocato in questi giorni dagli stessi critici della decisione. Non perché gli Stati Uniti siano diventati improvvisamente l’Afghanistan, naturalmente, ma perché la spettacolarizzazione pubblica della punizione capitale è proprio uno degli aspetti che rendono la decisione americana così controversa. Del resto, la vecchia pubblicità italiana aveva già capito tutto: per trasformare una situazione terribile in spettacolo basta introdurre un telefono. Solo che allora il telefono serviva a prendere tempo. Oggi serve a fare contenuti. È questa, forse, la vera evoluzione dello slogan SIP. Una telefonata può allungare la vita. Internet può allungare qualsiasi cosa: una polemica, una diretta, un video, un processo, una tragedia. E persino una fucilazione. Massimo Lopez, nel 1994, chiedeva semplicemente di poter parlare ancora un po’. Gli americani, nel 2026, hanno avuto un’idea più ambiziosa: “Perché non facciamo vedere tutto?”
Angelo Santoro

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