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Lo spopolamento? Non  riguarda solo il Mezzogiorno: la desertificazione è  nel destino dell’Occidente, Italia inclusa

La  drammaticità del destino del Mezzogiorno condannato, a leggere i documenti del governo italiano, allo spopolamento irreversibile delle sue aree interne, si intreccia con il destino prossimo venturo di desertificazione dell’intero paese, dell’Europa e di gran parte del Pianeta. Così  almeno dicono, a leggerle, le proiezioni demografiche di primari istituti internazionali, al momento  ignorati dalle tre teste del Cerbero e loro emuli più interessati, tutti,  ad armarsi, azzannare porzioni più o meno vaste del pianeta e alimentare guerre e genocidi in giro per il mondo.

di Antonio Corvino | 9 Luglio 2025

La  drammaticità del destino del Mezzogiorno condannato, a leggere i documenti del governo italiano, allo spopolamento irreversibile delle sue aree interne, si intreccia con il destino prossimo venturo di desertificazione dell’intero paese, dell’Europa e di gran parte del Pianeta.

Così  almeno dicono, a leggerle, le proiezioni demografiche di primari istituti internazionali, al momento  ignorati dalle tre teste del Cerbero e loro emuli più interessati, tutti,  ad armarsi, azzannare porzioni più o meno vaste del pianeta e alimentare guerre e genocidi in giro per il mondo.

Prospettiva invecchiamento ed orizzonte desertificazione potremmo chiamarle.

Entrambe  incombono sull’umanità in uno con il processo di abbandono delle terre di mezzo già in essere da molto tempo.

Gli studi sull’evoluzione demografica del mondo  evidenziano una tendenza che da qui in avanti presenterà, giocoforza, molte ragioni di preoccupazione che dovrebbero  far passare in secondo piano le vocazioni truculente del Cerbero e risvegliare l’interesse dei Paesi coinvolti.

L’indice di fertilità della popolazione femminile è oggi in Occidente fermo a 1,3 contro il 2,1 necessario a mantenere in equilibrio la popolazione.

La stessa Repubblica Popolare Cinese, resasi protagonista in passato di leggi dragoniane contro la natalità, ha abbandonato le politiche di contenimento delle nascite e incentiva la procreazione. La mia amica Juliet, pseudonimo assunto per facilitare la vita a noi ed anche a sé, è una straordinaria artista cinese che ormai vive in Europa. È l’unica figlia di una famiglia piuttosto benestante, in ossequio a quelle leggi che mai i suoi genitori avrebbero potuto infrangere. E lei ha lasciato la Cina e, per sua scelta, a quarant’anni, non ha figli. Si tratta di situazioni molto diffuse e non solo in Cina. Le famiglie unipolari o single sono in crescita ovunque. In Italia esse rappresentano il 33% del totale secondo l’Istat e sono in aumento.

La popolazione mondiale, con l’eccezione della fascia dell’Africa sub sahariana, l’unica in  controtendenza, si avvia a contrarre, nei prossimi decenni, si badi bene, non nei secoli futuri, la sua consistenza numerica con percentuali che oscillano tra il 22 ed il 50%. 

La rivista scientifica The Lancet, tra le più autorevoli del settore a livello internazionale, lo scorso anno lanciò l’allarme.

La Cina dimezzerà la sua popolazione. L’India la contrarrà del 21% ed il Brasile del 22%. Non andrà meglio per la Russia in caduta del 30% mentre il Giappone dimezzerà i propri abitanti. L’Europa viaggia intorno a percentuali del 50%. E l’Italia scenderà a trenta milioni di connazionali.

La seconda metà del secolo sarà drammatica da questo punto di vista e, finalmente, anche il Cerbero che azzanna interi pezzi del pianeta perpetrando genocidi, diffondendo guerre e violentando l’umanità migrante, dovrà fermarsi se nel frattempo non lo avrà bloccato il popolo finalmente rinsavito degli Americani, degli Europei e, perché no, dei Russi e dei Cinesi.

Si tratta ahimè solo di una speranza visto che il mondo oggi, dopo ottant’anni di democrazia, di pace e libertà, pure spesso violate e stuprate dagli imperialismi mai del tutto domi,  sembra essere stato fulminato sulla via di una rinascente deriva suprematista con evidenti venature  razziste-nazionaliste solo maldestramente camuffate dalla narrazione di una democrazia ripiegata su sé stessa e diventata democratura popolare.

Il calo demografico porrà seri problemi di sviluppo economico, di tenuta dei conti pubblici, di identità nazionale e di controllo oltre che di gestione del patrimonio territoriale.

Non vi è aumento di ricchezza senza crescita della popolazione. Questa è una legge che si apprende sui banchi universitari alle prime lezioni.

I miracoli economici europeo ed italiano furono possibili grazie all’enorme disponibilità di braccia pronte a popolare le fabbriche.

Anche la tenuta dei conti pubblici in un’era storica caratterizzata da forti indebitamenti non sarebbe più sostenibile. Anzi, non sarà sostenibile, punto.

Il mondo intero poggia su una montagna di debiti.

Oltre il 337% del Prodotto interno lordo  mondiale nel 2024, secondo gli Istituti di finanza internazionale.

Gli Stati Uniti hanno ormai rotto anch’essi ogni argine e l’attuale  presidente che aspira a diventarne The King con il suo “One Big Beautiful  Bill” licenziato il 4 luglio per la  ricorrenza dell’Indipendence Day, spinge sull’acceleratore del debito destinato a raggiungere la cifra di 50.000 miliardi di dollari vale a dire il doppio del prodotto interno lordo. Al momento lo garantiscono i dollari in quanto moneta di riferimento internazionale anche più  di qualche scricchiolio é ormai evidente.

E per quanto gli Stati Uniti detengano il primato ed anche in molti campi il monopolio della tecnologia più avanzata, per quanto essi ed il mondo intero vogliano e possano alzare il livello tecnologico, in assenza di un adeguato sviluppo demografico non si va da nessuna parte.

Senza contare che il sistema capitalistico nella sua attuale variante iper finanziaria che ha fagocitato il mercato per come era stato codificato dagli economisti classici, sopravvive se spinge produzioni e consumi sempre più in alto.

Esso non può fermarsi. Se si ferma, arretra. E se arretra, crolla.

Trova spiegazione in questo assioma la corsa senza fine agli armamenti e la spinta alla colonizzazione dello spazio in uno con quella per appropriarsi delle risorse del pianeta ovunque si trovino. E si inquadra in tale contesto anche  la riduzione delle spese per l’istruzione e la sanità e il contestuale aumento di sussidi, bonus, rendite, prebende e benefici tutti tesi a sostenere i consumi più che i consumatori.

I consumi, e quindi la produzione, devono infatti correre, correre in ossequio ai riti imposti dal Moloch del Mercato che ha generato i suoi idoli, la sua religione, ed anche i suoi sacerdoti ed i suoi mostri che di norma coincidono. 

Lo Stato sociale, che è, ahi noi, destinato a subire forsennati ridimensionamenti ovunque ed anche in Italia ed Europa, dove pure è stato inventato e sviluppato sino a farlo diventare il pilastro portante delle rispettive impalcature istituzionali, crollerebbe senza rimedio in presenza di fenomeni di desertificazione causati dalla drastica contrazione della popolazione.

É noto infatti che i costi dello Stato sociale ricadono sulla fiscalità generata dal PIL ossia dalla ricchezza nazionale accumulata ogni anno e che, a sua volta, è prodotta  dai lavoratori.

Se si dimezza la popolazione, di sicuro crolla il PIL e implodono prima di tutte le spese sociali.

Il debito pubblico, venendo meno le entrate fiscali che lo tengono sotto controllo, si impennerà quello pure, fino a schiacciare qualsiasi paese ed il mondo intero. Per non parlare del territorio lasciato, gioco forza, al più  totale degrado con  la produzione agricola inevitabilmente pregiudicata in favore di alimenti sintetici a quel punto inevitabili.

Il contrasto alla contrazione demografica dovrebbe quindi  essere già oggi la preoccupazione centrale degli Stati, dei governi, delle stesse popolazioni ed i flussi migratori sono gli unici antidoti, al momento.

È pertanto suicida la violenza con cui in Occidente si tenta di bloccare la mobilità della popolazione mondiale peraltro provocata da guerre, stupri, fame indotti, ovunque, dalle smanie imperialiste del Cerbero, e dalle sevizie perpetrate nei confronti dei popoli oltre che dalla sua ingordigia nell’accaparrarsi le risorse del pianeta.

Attualmente sono 120 milioni le persone in fuga in tutto il mondo. Cinquanta provenienti dall’Africa

Alla luce dei fenomeni di rarefazione in essere e soprattutto della loro proiezione futura, si tratta di altrettanta linfa vitale per quella parte del mondo vecchio stanco ed incattivito, condannato alla desertificazione umana.

Intanto tornano di attualità le vecchie dottrine fisiocratiche dello sviluppo. Esse  fissavano una stretta correlazione tra crescita economica, benessere individuale, ricchezza collettiva ed uso delle  risorse naturali.

Tra il 1600 ed il  1700 queste  coincidevano con la terra e Robert Malthus raccomandava di mantenere un prudente rapporto tra agricoltura e popolazione tenendo a freno benessere e sviluppo che avrebbero rotto quell’equilibrio.

Attualmente la correlazione deve intendersi riferita essenzialmente alla disponibilità e reperibilità dei minerali necessari a sostenere la voracità del consumismo e ad alimentare la corsa delle tecnologie energivore divenute, a loro volta, fondamentali per garantire le dinamiche del sistema economico, sociale e, più in generale, consumistico del mondo.

Ed in effetti è proprio ad una proiezione tecnologica sempre più esasperata che il mondo dovrà affidarsi per fronteggiare il calo demografico che in alcune contrade della terra si manifesterà  addirittura con il dimezzamento della popolazione.

È il caso dei  paesi occidentali, oltre che della Cina e del Giappone che  si avvarranno magari di nugoli di androidi per sostenere la produttività del lavoro orfano di braccia e menti umane.

Ma basterà la digitalizzazione, l’Intelligenza Artificiale e gli androidi prossimi venturi a sostituire gli uomini e sopperire al dimezzamento della popolazione?

Sarà estremamente difficile, almeno nel breve-medio periodo, incentivare le nascite con politiche sociali adeguate. Esse  scontano la carente disponibilità di risorse finanziarie dirottate in grande quantità sugli armamenti assunti a parametro di una sicurezza sempre più sfilacciata e tuttavia divenuta  un totem salvifico nella distorta narrazione di governanti, magnati, oligarchi, iper capitalisti di stato.

Difficile in tali scenari innescare una sostanziale inversione  di tendenza che avrebbe il sapore di una rivoluzione.

Resta in piedi l’alternativa tra difesa della omogeneità nazionale predicata dal cerbero e dai suoi emuli  e integrazione etnica e multiculturale imposta dalla cruda realtà delle cose.

Su tale alternativa si giocherà la sopravvivenza dell’Occidente e dell’Europa in modo particolare  per come l’abbiamo sinora conosciuta.

È l’Africa ancora una volta, come è sempre accaduto sin dall’avvento dei Sapiens, ad essere il crogiolo del futuro del pianeta.

E sarà la fascia sub sahariana del continente nero, oggi abitata da popolazioni con un’età  media bassissima, pari a diciannove anni, a servire le carte del gioco, in termini di minaccia o di opportunità, al mondo occidentale.

La sola Nigeria, un milione di chilometri quadrati di superficie all’incirca e 237 milioni di abitanti, avrà alla fine del secolo una popolazione di oltre 800 milioni. La Cina ne avrà allora 750.

Dall’Africa sub sahariana partiranno le migrazioni bibliche che riscriveranno la storia umana con la forza della realtà e non con l’impostura di una  narrazione distorta.

A fronte del dimezzamento della popolazione europea e della desertificazione di ampie contrade del vecchio continente arriveranno come ondate impetuose i nuovi sapiens e  questa volta nessuno li fermerà.

L’immigrazione è già oggi il vero banco di prova per salvare il futuro dell’Occidente.

Pensare di esorcizzare la questione con l’Intelligenza Artificiale, gli androidi e, in futuro, con le migrazioni planetarie è semplicemente impossibile oltre che irragionevole.

L’immigrazione, se affrontata con spirito aperto e tollerante, è la chiave di volta per restituire prospettiva e dignità, oltre che consistenza quantitativa alle popolazione dell’intero Occidente e, per quanto ci riguarda, infondere nuova linfa vitale alla nazione italiana.

Al contrario la difesa dell’omogeneità identitaria che persegue il blocco dei flussi migratori sarà aberrante e pericolosamente autodistruttiva.

Sarà peraltro problematico ridurre in catene un continente in cui una sola nazione pari ad un trentesimo della sua superficie, conta oltre ottocento milioni di esseri umani.

Le azioni violente che oggi si spingono sino alla deportazione dei migranti si tradurranno in un terribile boomerang che con il tempo potrebbe colpire, questa volta a morte, l’Europa stessa e, per quanto ci riguarda, l’Italia.

I fenomeni migratori hanno la forza irresistibile di un’incontrollabile  massa d’urto in movimento. Non puoi irreggimentarla o, peggio, chiuderla entro muri. Filtrerà sotto di essi e li farà crollare con la sua forza sotterranea quando non li abbatterà con l’impeto del suo urto irresistibile.

È già avvenuto nei tempi passati.

A fronte del crollo dell’impero romano cui seguì, anche allora, spopolamento e desertificazione, intere popolazioni trasmigrarono tra Centro-Nord Europa ed Africa  settentrionale  premendo da tutte le parti sulle terre imperiali, dalla Spagna alla  Francia alla Germania ai Balcani all’Italia  sino ad insediarvisi ed a creare i loro regni spezzando e spazzando via l’autorità di Roma.

Dai Longobardi ai Normanni, dai Goti ai Vandali, popoli interi si mossero in armi.

A distanza di qualche secolo sarebbe stata la volta dei popoli sahariani guidati dai Berberi a muovere verso i territori del vecchio impero, Italia compresa.

Le genti del deserto che, a loro volta, erano stanziate tra la penisola  saudita, l’Egitto ed il Nord-Africa e  che intanto avevano trovato consacrazione identitaria nell’Islam del profeta Maometto, avrebbero a loro volta attraversato il Mediterraneo ed avrebbero occupato le terre europee rompendo definitivamente l’unità costruita da Roma proprio sull’integrazione territoriale, etnica e culturale dei tre continenti che affacciavano sul mare nostrum.

Conquiste e reconquiste, invasioni e guerre caratterizzarono la rottura dell’unità  europea e dell’integrazione tra i tre continenti mediterranei con la conseguente formazione delle identità nazionali giunte sino ad oggi e  che tuttavia mostrano nuovamente i segni del logoramento.

Non comprendere la storia che ci appartiene e chiudersi a riccio nonostante l’evidente e galoppante alternarsi dei corsi e ricorsi di essa esporrà il vecchio continente al rischio di avvicendamenti etnici, come al tempo del crollo dell’impero romano.

È oggi quindi il tempo di affrontare il futuro cercando una nuova sintesi etnica e culturale, accogliendo ed assorbendo i migranti perché non si compia la disgregazione delle vecchie nazioni europee.

In tale prospettiva una corretta gestione del fenomeno migratorio colto con sguardo lungimirante è addirittura indispensabile.

Essa sola, avviata per tempo e con rispetto dell’altrui dignità, potrà rivelarsi vincente per ridare fiato alla identità nazionale, consistenza allo sviluppo economico, tenuta ai conti pubblici, perseguendo al contempo la piena  valorizzazione del territorio in una logica che rispetti anche la Terra e le sue leggi.

In fondo si tratta di ricostruire una sponda razionale in grado di spingere l’umanità verso la sua naturale  dimensione ancestrale.

Quella che Kant identificava con la legge morale scritta nell’anima di ogni uomo come le stelle nel cielo, e che, sola, potrà restituire  al senso del limite e della misura, da sempre patrimonio delle civiltà  mediterranee, la funzione di antidoto contro l’ipertrofia capitalistica che oggi si riflette negli occhi del cerbero e dei suoi emuli e che promette, se non fermata, di distruggere il Pianeta e l’Umanità con esso.

Antonio Corvino

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Antonio Corvino

Di origini pugliesi, napoletano di formazione è un scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica. Già Direttore Generale dell’Osservatorio di Economia e Finanza, ha organizzato, in tale veste, dal 2011 al 2015 il “Sorrento Meeting” che ha affrontato, con il concorso di intellettuali, studiosi, rappresentanti economici e politici, controcorrente, dell’intero Mediterraneo e di altri Paesi asiatici ed americani, con largo anticipo e visioni non scontate, le questioni esplose in maniera virulenta, negli anni più recenti.

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