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Lo spauracchio del federalismo fiscale
QUANTO COSTA UNA SIMILE RIFORMA?

La politica affollata da sbandieratori non si muove nell’interesse generale di Davide Giacalone

di Davide Giacalone | 19 Maggio 2009

Un fantasma s’aggira per l’Italia: quello del federalismo fiscale. Contiene un principio giusto: ad esigere tributi sia chi direttamente gestisce la spesa pubblica, l’ente locale campi sempre meno di trasferimenti statali e sempre più con i soldi dei cittadini che amministra. Corretto. Dopo di che, regna il buio, sia contabile che istituzionale.

Tutti i numeri sono ancora da scrivere e nessuno ha idea di quanto costi una simile riforma. Anzi, dirla così è sbagliato, perché, al contrario, sarebbe bene sapere quanto può aiutarci a risparmiare. Avvicinare la riscossione alla spesa, difatti, ha un senso se induce maggiore responsabilità e parsimonia. Insospettisce, invece, la così detta “clausola di salvaguardia”, secondo cui, a regime, non si dovranno pagare più tasse di oggi. Un incubo, perché difende dall’ipotesi che nel 2016 ci chiedano ancora più soldi, mentre l’obiettivo è quello di pagarne molti meno ed assai prima.

Anche le competenze istituzionali restano indefinite. Chi fa cosa? Non si sa. Neanche è previsto che siano cancellate le province, testimonianza vivente, e costosa, di una stratificazione legislativa priva di ragionevolezza. E’ vero che anche questo capitolo è inserito nel grande libro delle deleghe, ma è ancora tutto da scrivere e, al momento, richiede più fede che fiducia. Si tratta, invece, di pagine decisive, perché ci sono settori in cui il decentramento comporta maggiori costi e maggiore inefficienza, ed altri in cui le sovrapposizioni avvengono in sede locale.

La politica, però, è affollata da sbandieratori, gente che non ragiona sulle cose, considerate inutili fastidi, ma si sfida nel lancio verso l’alto del vessillo prediletto. Così il governo vanta il proprio federalismo fiscale e l’opposizione vanta la propria riforma federalista della Costituzione (quella che non si tocca, ma si scassa a piacimento). Come se vi fosse una moltitudine d’italiani che la mattina, prima del caffé, chiede d’essere rassicurata sull’essere in cammino verso il fantasma federalista. Ho l’impressione che ai cittadini interessi, giustamente, avere servizi sani e pagarli il giusto, pronti alla solidarietà verso i più deboli, meno disposti a finanziare clientelismo e camarille. Con le bandiere si divertono poco, salvo non sfondino il cranio di chi le maneggia.

Pubblicato da Libero di venerdì 15 maggio 2009

Pubblicato in : Primo piano

Info Davide Giacalone

Dal 1980 al 1986 è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana e dirigente del PRI. Dal 1981 al 1982 è stato Capo della Segreteria del Presidente del Consiglio dei ministri, Giovanni Spadolini. Dal 1987 al 1991 è stato consigliere del Ministro delle poste e delle telecomunicazioni Oscar Mammì. È stato consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo delle società SIP, Italcable e Telespazio. Pubblicista dal 1985, lasciata la politica, è direttore de La Ragione e di Smoking, ed editorialista de L’Opinione. È stato anche consulente della Fininvest. Attualmente è una delle firme di Libero e collabora con l’emittente radiofonica nazionale RTL 102.5 dove ogni mattina, da lunedì a sabato, alle 7:10 circa durante la rassegna stampa contenuta nel programma Non stop news, commenta una notizia apparsa sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. Da questa esperienza è nato il libro Diario Civile, edito nel 2005. Scrive inoltre articoli pubblicati sul suo sito www.davidegiacalone.it.

Nel gennaio 2010 il consiglio dei ministri (Governo Berlusconi IV) lo nomina presidente di DigitPA, nuova denominazione del “Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione” [5]. Nel 2011 è nominato Presidente dell’Agenzia Nazionale per la Diffusione delle Tecnologie dell’Innovazione, creata da Renato Brunetta, allora Ministro della Funzione Pubblica e l’Innovazione.

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