
Il fragore delle urne ha finalmente diradato la nebbia che avvolgeva il destino delle nostre istituzioni: con la schiacciante vittoria del “NO”, il Paese ha respinto l’assalto finale a quell’equilibrio di poteri che, dal 1948, garantisce che nessuno in Italia possa sentirsi un monarca sopra la legge. Ma oggi, a mente fredda, è doveroso analizzare l’abisso che abbiamo sfiorato. Se avesse vinto il “SI”, il panorama che ci avrebbe atteso non sarebbe stato quello di una giustizia più rapida, ma quello di un deserto istituzionale dominato da un’unica, soffocante corrente: quella governativa. Sarebbe stato il tramonto del pluralismo e l’alba di un potere senza più filtri né controlli.
Il disegno che è stato bocciato dai cittadini appariva tracciato con una precisione chirurgica che avrebbe fatto sorridere Licio Gelli nella tomba, quasi fosse l’attuazione postuma di quel Piano di Rinascita Democratica che la Repubblica sembrava aver archiviato. Il piano era chiaro: dopo l’abolizione dell’abuso d’ufficio (il “libera tutti” per l’amministratore spregiudicato) e il depotenziamento della Corte dei Conti, il mirino si era spostato sul cuore del potere giudiziario. Se la controriforma fosse passata, l’autonomia del giudice sarebbe stata scardinata attraverso la creazione di due CSM distinti e di un’Alta Corte influenzata dalla politica. Avremmo avuto Pubblici Ministeri trasformati in impiegati della Procura, cacciatori di “vittorie” mediatiche ansiosi di compiacere chi, dal Palazzo, avrebbe deciso la loro carriera.
Non si è trattato solo di una disputa sui tribunali, ma di un tentativo di accelerare quell’Orbanizzazione dell’Italia che molti denunciavano. In un contesto già segnato da restrittivi Decreti Sicurezza, dalla schedatura ideologica nelle scuole e dal monitoraggio di chi finanzia il dissenso, il “SI” avrebbe completato una democrazia illiberale in piena regola. La strategia a tenaglia era evidente: silenziare il dissenso sociale e, contemporaneamente, disarmare i giudici. Con la vittoria del “NO”, abbiamo evitato che i prossimi obiettivi — la Corte Costituzionale e la Presidenza della Repubblica — finissero nel tritacarne di un potere verticale pronto a occupare ogni spazio di garanzia.
Il termine “scassinare” resta il più adatto a descrivere ciò che si è tentato di fare. La nostra Costituzione è stata costruita dai Padri Costituenti come una cassaforte d’acciaio; il referendum è stato il tentativo di usare la forza dei numeri per smontare i meccanismi di blocco della serratura democratica. Sfondare l’indipendenza della magistratura avrebbe significato creare una “giustizia di serie A” per chi governa e una “giustizia di serie B” per chi subisce. I cittadini hanno capito che l’indipendenza del giudice non è un privilegio della casta dei magistrati, ma l’unica garanzia che un comune cittadino ha per non trovarsi davanti a un arbitro che risponde agli ordini di un Ministro.
La retorica governativa ha tentato di vendere lo “scasso” parlando di “processi brevi”, ma era un inganno. Nulla di quella riforma avrebbe risolto la lentezza delle cause civili, la scarsità di personale nelle procure o la burocrazia asfissiante. Era una riforma scritta su misura per quella “fauna” parlamentare costituita da inquisiti e pregiudicati che vedono nella magistratura indipendente un ostacolo intollerabile. Da Mani Pulite in poi, la politica ha cercato ossessivamente il modo di disarmare chi ha il compito di controllarla. Il voto popolare ha interrotto questo processo di vendetta legislativa, ricordando che la giustizia serve ai cittadini, non a proteggere i corruttori.
Oggi possiamo dire che la Costituzione non è stata scassinata. La separazione dei poteri resta quell’argine necessaria che ci separa da un regime dove chi detiene il comando è anche l’unico giudice di se stesso. Il rifiuto di questa riforma non è stato solo un atto di difesa, ma un grido di dignità civile: la Legge Fondamentale non è un ferro vecchio da smontare a piacimento. La vittoria del “NO” ha respinto quel grimaldello che voleva riportarci a un passato oscuro, ma il dovere della vigilanza non finisce qui. Il tentativo di scasso è fallito, ma chi teneva in mano il grimaldello è ancora lì, e la democrazia richiede cittadini sempre pronti a vigilare sui meccanismi che separano il diritto dall’arbitrio, unico baluardo contro la deriva autoritaria.
Antonio Laria

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