
Tutto comincia da una donna di 87 anni. Si chiama Maricarmen e da circa settant’anni viveva nella stessa casa di Madrid. Il 23 settembre è stata sfrattata e portata fuori dall’abitazione in barella. Le immagini hanno fatto il giro della Spagna, trasformando la sua vicenda nel simbolo della crisi abitativa e del conflitto tra il diritto alla proprietà e il diritto a una casa per le persone più fragili. La sua storia ha suscitato una forte reazione sociale e politica e ha riportato al centro del dibattito nazionale una questione che riguarda milioni di spagnoli.
Pochi giorni dopo, il governo di Pedro Sánchez ha portato in Consiglio dei ministri due decreti-legge sulla casa. Più di venti misure destinate a rafforzare le tutele degli inquilini, prorogare in determinate condizioni i contratti, limitare gli aumenti degli affitti, proteggere le persone vulnerabili dagli sfratti, intervenire sugli affitti stagionali e per camere e introdurre nuove misure fiscali, tra cui una detrazione del 10 per cento del canone per i contribuenti con redditi inferiori a circa 33.000 euro. Tra le disposizioni più significative c’è anche l’estensione fino al 2030 della protezione dagli sfratti per determinate categorie di persone vulnerabili.
Il 2 ottobre, però, il Congresso dei Deputati ha bocciato i provvedimenti. Per Sánchez è stata una sconfitta politica importante. A votare contro sono stati, tra gli altri, PP, Vox e Junts, il cui mancato sostegno è risultato decisivo. Le forze contrarie ai decreti hanno contestato soprattutto l’efficacia di alcune misure, sostenendo che controlli e restrizioni possano ridurre l’offerta di abitazioni e aggravare nel tempo il problema degli affitti. Una posizione che merita di essere considerata, perché la crisi della casa non riguarda soltanto la protezione degli inquilini nel breve periodo, ma anche la disponibilità di nuove abitazioni nel medio e lungo termine.
A questo punto Sánchez avrebbe potuto aspettare le elezioni e trasformare la bocciatura parlamentare in una promessa elettorale. Avrebbe potuto presentarsi agli spagnoli dicendo che aveva tentato di intervenire sulla casa ma che il Parlamento glielo aveva impedito. Ha scelto invece un’altra strada.
Il 6 ottobre le Cortes Generales sono state sciolte e sono state convocate le elezioni per il 29 novembre. Ma lo scioglimento del Parlamento non significa che ogni funzione parlamentare venga meno. La Costituzione spagnola mantiene infatti in funzione la Diputación Permanente, un organo ristretto incaricato di garantire la continuità parlamentare durante la fase in cui le Camere non sono operative. Tra le sue competenze, quando le Cortes sono sciolte, c’è anche quella di pronunciarsi sui decreti-legge del governo.
Ed è qui che Sánchez ha riaperto la partita. Nello stesso giorno dello scioglimento delle Cortes, il Consiglio dei ministri ha nuovamente approvato i due decreti sulla casa, mantenendone l’impianto fondamentale e introducendo alcune modifiche. Ora dovranno essere sottoposti alla Diputación Permanente. Il Congresso li aveva respinti, il Parlamento è stato sciolto, ma Sánchez non ha aspettato le elezioni e ha utilizzato l’unico canale parlamentare ancora operativo per tentare di farli approvare.
Lo hanno fatto uscire dalla porta. È rientrato dalla finestra. Una finestra, però, prevista dalla Costituzione e non un espediente inventato dal governo.
È proprio qui che la vicenda assume un significato politico più ampio. Sánchez sostiene che il problema della casa non possa aspettare il nuovo Parlamento e che il governo debba continuare a svolgere le proprie funzioni fino all’insediamento delle nuove Cortes. Ha difeso la necessità di intervenire per ragioni di umanità e di buon senso, sostenendo che una questione che riguarda così profondamente la vita dei cittadini non possa essere semplicemente congelata in attesa delle elezioni.
Ma è evidente anche la dimensione politica della scelta. Arrivare al 29 novembre con i decreti bocciati avrebbe significato presentarsi agli elettori dopo una sconfitta parlamentare. Se invece la Diputación Permanente dovesse convalidarli, Sánchez potrebbe affrontare la campagna elettorale mostrando un risultato concreto: non soltanto una promessa sulla casa, ma provvedimenti effettivamente approvati.
Le due interpretazioni non si escludono necessariamente. Può esserci contemporaneamente una scelta di governo e una strategia politica. Stabilire quale delle due motivazioni prevalga nelle intenzioni personali di Sánchez non è possibile; ciò che si può osservare sono le sue decisioni e la sequenza degli avvenimenti.
E la partita, peraltro, non è ancora vinta. I decreti sono stati approvati oggi dal Consiglio dei ministri, ma devono ancora essere convalidati dalla Diputación Permanente. Solo dopo quella votazione si potrà parlare di un risultato legislativo compiuto. Anche perché le misure non sono una soluzione definitiva alla crisi abitativa; lo stesso governo, infatti, riconosce la necessità di aumentare in modo consistente l’offerta di edilizia pubblica e di abitazioni a prezzi accessibili.
È questo il nodo sul quale si confrontano due visioni diverse. Da una parte c’è chi considera urgente rafforzare le tutele degli inquilini e delle persone vulnerabili; dall’altra chi teme che controlli, limiti e restrizioni possano scoraggiare gli investimenti e ridurre ulteriormente l’offerta abitativa. È una discussione politica, ma anche economica e sociale, e non può essere risolta semplicemente attraverso contrapposizioni ideologiche.
In mezzo a tutto questo rimane la storia di Maricarmen. La sua vicenda non dimostra che ogni sfratto sia ingiusto e i nuovi decreti non sono stati scritti esclusivamente per lei. Ma quell’immagine, una donna di 87 anni portata via in barella dalla casa nella quale aveva trascorso gran parte della propria vita, ha reso visibile in modo drammatico ciò che normalmente rimane nascosto dietro numeri, contratti e procedure giudiziarie. Una persona vulnerabile che perde la propria casa diventa così il volto concreto di una crisi molto più grande.
È anche per questo che la scelta di Sánchez assume un significato che va oltre la normale dialettica parlamentare. Il governo ha subito una sconfitta, ha sciolto le Cortes e ha convocato nuove elezioni, ma invece di considerare chiusa la questione ha cercato, utilizzando un meccanismo previsto dalla Costituzione, di portare comunque avanti le proprie misure.
Non è possibile sapere oggi come gli elettori giudicheranno questa scelta. Saranno loro, il 29 novembre, a esprimere il proprio giudizio politico. Ma sul piano dei fatti una cosa è già chiara: Sánchez non ha aspettato che fosse la campagna elettorale a decidere il destino delle sue misure sulla casa. Ha scelto di giocare la partita fino all’ultimo giorno, tentando di trasformare una sconfitta parlamentare in un provvedimento concreto.
E così la vicenda cominciata con Maricarmen, la donna di 87 anni uscita in barella dalla casa nella quale aveva vissuto per settant’anni, arriva fino al cuore della politica spagnola. Una crisi abitativa, una sconfitta parlamentare, lo scioglimento delle Cortes e una procedura costituzionale che consente al governo di riprovare.
Lo hanno fatto uscire dalla porta. Sánchez è rientrato dalla finestra. Resta da vedere se quella finestra sarà abbastanza grande da far passare anche le sue due leggi sulla casa.
Angioletta Massimino

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