
Il problema della politica italiana non è soltanto la distanza fra maggioranza e opposizione, ma l’incapacità cronica di mantenere una linea nazionale riconoscibile quando cambiano i governi. Da troppo tempo navighiamo a vista, inseguendo il consenso del momento e trasformando ogni difficoltà economica, sociale o internazionale nell’occasione per colpire chi governa, salvo dimenticare rapidamente ciò che si sosteneva quando i ruoli erano invertiti. Questo eterno cerchiobottismo poteva forse essere tollerato in periodi più tranquilli. Oggi, con una guerra nel cuore dell’Europa, una competizione economica globale sempre più dura, un Medio Oriente instabile e un debito pubblico enorme, diventa un problema nazionale.
Giuseppe Conte rappresenta bene questa contraddizione. Da presidente del Consiglio governò prima con Matteo Salvini e poi con il centrosinistra, mantenendo l’Italia pienamente nella NATO e partecipando nel 2018 alla conferma degli impegni dell’Alleanza sul progressivo aumento della spesa per la difesa verso il 2% del PIL. Oggi ha fatto della critica al riarmo e alle forniture militari all’Ucraina una parte importante della politica del Movimento 5 Stelle. Cambiare posizione è legittimo, soprattutto se cambia lo scenario internazionale, ma bisogna spiegare cosa sia cambiato e quale debba essere la linea italiana nel lungo periodo. Altrimenti la politica estera cessa di essere una politica dello Stato e diventa semplicemente un altro strumento di opposizione.
Matteo Salvini offre, dall’altra parte, una dimostrazione altrettanto evidente di quanto il fenomeno sia trasversale. Prima dell’invasione dell’Ucraina aveva manifestato apertamente simpatia politica per Vladimir Putin. Nel marzo 2022, arrivato a Przemyśl, venne affrontato pubblicamente dal sindaco Wojciech Bakun, che gli mostrò la famosa maglietta con il volto di Putin indossata anni prima da Salvini sulla Piazza Rossa. Oggi Salvini è vicepresidente di un governo che ha confermato la collocazione atlantica dell’Italia e il sostegno all’Ucraina. Conte e Salvini appartengono oggi a schieramenti diversi, ma hanno governato insieme e rappresentano due esempi dello stesso vecchio vizio italiano: sostenere determinate posizioni quando producono consenso e modificarle quando le responsabilità di governo impongono di confrontarsi con la realtà.
Il problema diventa ancora più evidente osservando il cosiddetto campo largo. PD, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e altre forze possono naturalmente cercare un accordo elettorale, ma prima di proporsi come alternativa dovrebbero spiegare quale politica comune intendano adottare su NATO, Ucraina, difesa europea, energia, industria e conti pubblici. Mandare a casa il governo Meloni può essere un obiettivo elettorale, non una linea di governo. Una coalizione dovrebbe prima stabilire dove vuole portare il Paese e poi chiedere agli elettori il consenso necessario per farlo, non costruire una maggioranza contro qualcuno e rimandare al giorno dopo le elezioni la soluzione delle proprie contraddizioni.
Il confronto con una parte della sinistra europea rende questa difficoltà ancora più evidente. In Francia e Spagna esistono divisioni profonde, ma le principali forze socialiste hanno comunque dovuto confrontarsi con la necessità di tenere insieme welfare, sicurezza, industria e appartenenza europea, accettando che la difesa abbia un costo e che l’autonomia strategica dell’Europa non possa essere costruita soltanto attraverso dichiarazioni di principio. Si può contestare quanto spendere, come spendere e quale rapporto mantenere con la NATO, ma non si può chiedere contemporaneamente maggiore autonomia dagli Stati Uniti e rifiutare gli strumenti economici, industriali e militari necessari per realizzarla.
La stessa questione diventa ancora più concreta quando si passa all’economia. Il governo Meloni e Giancarlo Giorgetti hanno mantenuto finora sui conti pubblici una convergenza e una continuità piuttosto insolite per la tradizione politica italiana. Questo non significa che i problemi siano risolti: la crescita resta debole e il debito rimane enorme. Tuttavia il deficit è sceso dal 3,4% del PIL del 2024 al 3,1% nel 2025 e per il 2026 viene indicato intorno al 2,9%, mentre l’avanzo primario è tornato positivo. La stessa Commissione europea continua però a indicare l’aumento del rapporto debito PIL come una delle principali vulnerabilità del Paese.
È precisamente per questo che promettere una redistribuzione permanente finanziata attraverso nuovo debito diventa sempre più irresponsabile. Redistribuire a debito non significa creare ricchezza, significa spendere oggi risorse che qualcun altro dovrà pagare domani. È ancora più contraddittorio pretendere di farlo mettendo contemporaneamente in discussione gli accordi europei e la struttura monetaria dentro la quale quel debito viene finanziato.
L’euro non è un assegno in bianco della BCE e non rende automaticamente sostenibile qualsiasi politica fiscale, ma appartenere a una delle principali valute mondiali offre all’Italia una stabilità monetaria e finanziaria che una valuta nazionale dovrebbe conquistarsi da sola sui mercati. Alla fine del 2025 l’euro rappresentava circa il 20% delle riserve valutarie mondiali ed era stabilmente la seconda grande valuta internazionale dopo il dollaro. Per un Paese fortemente indebitato come l’Italia, far parte di questa struttura non è un dettaglio ideologico ma una componente fondamentale della propria credibilità finanziaria.
Non si possono quindi promettere contemporaneamente più pensioni, più welfare, più sussidi, più investimenti, meno tasse, maggiore difesa e minori vincoli di bilancio fingendo che il conto non esista. Prima o poi qualcuno deve pagarlo. È proprio questa la parte che il populismo evita quasi sempre di spiegare, perché promettere un beneficio porta consenso immediato, mentre spiegare il suo costo molto meno.
La continuità mostrata finora da Meloni e Giorgetti sui conti pubblici assume proprio per questo un significato politico che va oltre il giudizio sul governo. Non si tratta di sostenere che ogni scelta economica sia corretta, né che l’Italia abbia risolto i propri problemi, ma di riconoscere l’importanza di una linea sufficientemente prevedibile. Un Paese con il nostro debito non può permettersi di riscrivere la politica economica a ogni cambio di maggioranza, così come non può permettersi di cambiare continuamente posizione su Europa, sicurezza, energia e politica industriale.
Ed è questo il punto sul quale dovrebbe svolgersi un confronto politico adulto. Si può contestare duramente il governo Meloni, chiedere più risorse per sanità e salari, proporre una diversa fiscalità o differenti priorità industriali. È normale democrazia. Altra cosa è raccogliere qualunque protesta disponibile e sommare richieste incompatibili nella speranza che servano semplicemente a far cadere il governo. La ricerca permanente del consenso può essere una strategia elettorale, ma non può sostituire una politica economica e internazionale.
L’Italia ha bisogno di alcuni punti fermi capaci di sopravvivere alle maggioranze: appartenenza europea, sostenibilità dei conti pubblici, sicurezza, difesa, energia, infrastrutture e politica industriale. Destra e sinistra devono confrontarsi anche duramente su come perseguirli e su come distribuire costi e benefici, ma non possono cambiare la direzione generale dello Stato ogni volta che passano dal governo all’opposizione.
In una fase storica come questa l’irresponsabilità politica non è più soltanto uno dei tanti vizi italiani, perché può produrre conseguenze economiche e strategiche drammatiche. I governi devono poter cambiare, perché questa è la democrazia. Quello che non può continuare a cambiare insieme a loro è la rotta dell’Italia, soprattutto quando abbiamo un debito gigantesco, impegni internazionali precisi e ormai pochissimo spazio per continuare a raccontarci che il conto possa essere lasciato indefinitamente a chi verrà dopo.
Piero Terracina

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