
Le dichiarazioni di Itamar Ben-Gvir sull’Italia hanno suscitato inevitabili polemiche. Il ministro israeliano, commentando le iniziative italiane contro di lui, ha definito il nostro Paese “la terra delle infradito”, giocando sul tradizionale riferimento geografico allo stivale e trasformandolo in una metafora poco elegante.
Ben-Gvir è un personaggio che raramente conosce la moderazione. È spesso sopra le righe, divisivo, provocatorio e rappresenta una delle anime più radicali della politica israeliana. Nessuno può negarlo. Allo stesso tempo, però, sarebbe un errore liquidare la questione limitandosi all’insulto.
La vera domanda è un’altra: perché certe parole trovano terreno fertile?
Israele vive da decenni in una condizione che nessun altro Paese occidentale sperimenta con la stessa intensità. Missili, attentati, guerre cicliche, minacce esistenziali, organizzazioni armate che ne contestano apertamente il diritto all’esistenza. In questo contesto nasce una parte della società israeliana sempre più diffidente verso le lezioni morali provenienti dall’Europa.
Ben-Gvir interpreta questo sentimento nel modo più duro e meno diplomatico possibile. Non è necessariamente il modo migliore per rappresentarlo, ma è quello che una parte degli israeliani sente.
Ed è qui che entra in gioco l’Italia.
Da decenni la politica italiana eccelle nell’arte del cerchio bottismo. Si cerca sempre di tenere insieme tutto e il contrario di tutto. Si vuole essere amici di Israele e contemporaneamente dei suoi avversari. Si sostiene il diritto alla sicurezza israeliana e nello stesso tempo si evita accuratamente di chiamare terrorismo ciò che terrorismo è. Si condannano gli attacchi di Hamas ma si passa mesi a discutere più delle reazioni che delle cause che li hanno generati.
L’Italia è spesso il Paese del “sì, però”.
Sì, Israele ha diritto a difendersi, però.
Sì, Hamas è un’organizzazione terroristica, però.
Sì, gli ostaggi devono essere liberati, però.
Quel “però” diventa spesso una forma di paralisi politica e culturale.
La storia insegna che esistono momenti nei quali la neutralità non è equilibrio ma indecisione. Esistono situazioni nelle quali occorre avere il coraggio di distinguere tra uno Stato democratico, con tutte le sue contraddizioni e i suoi errori, e organizzazioni armate che fanno del terrorismo il proprio strumento politico.
Questo non significa approvare ogni decisione del governo israeliano. Significa però conservare il senso delle proporzioni.
L’Italia, invece, tende spesso a rifugiarsi nella propria tradizione diplomatica fatta di ambiguità controllata. Una strategia che talvolta produce risultati utili, ma che altre volte trasmette all’esterno un’immagine di debolezza e di scarsa chiarezza.
Probabilmente Ben-Gvir ha sbagliato tono, modi e parole. Non sarebbe una novità.
Ma forse dietro l’insulto c’è anche una critica che merita di essere ascoltata.
Perché quando un Paese appare costantemente incapace di prendere una posizione netta, prima o poi qualcuno smette di vedere uno stivale e comincia a vedere un paio di infradito.
Questo è, amici miei. Alcune volte un bell’ esamino di coscienza andrebbe fatto, invece di ostinarci a mettere un aspirante pontefice al Ministero degli Esteri.
Piero Terracina

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