
L’Italia sta lentamente affogando in una degenerazione culturale che potremmo definire dirittismo. Una forma mentis sempre più diffusa nella quale ogni desiderio diventa una pretesa, ogni aspirazione un diritto e qualsiasi ostacolo alla propria volontà viene interpretato come un’ingiustizia. È un meccanismo perverso che ha progressivamente alterato il rapporto tra individuo e società, alimentando la convinzione che tutto sia dovuto, mentre le responsabilità necessarie a sostenere il sistema debbano ricadere sempre su qualcun altro.
Il problema non riguarda naturalmente i diritti fondamentali, che costituiscono la base di qualsiasi società civile, ma la loro progressiva confusione con aspettative individuali sempre più estese. Si è sviluppata una concezione della cittadinanza nella quale lo Stato e la collettività vengono percepiti come garanti di un benessere potenzialmente illimitato, senza interrogarsi sulle risorse necessarie a sostenerlo.
Il fenomeno appare particolarmente evidente in una parte delle nuove generazioni, cresciute in un contesto nel quale la disponibilità di beni, servizi e gratificazioni immediate viene facilmente percepita come una condizione naturale dell’esistenza. Non si tratta più soltanto di rivendicare istruzione, salute, libertà o dignità personale. Si arriva a considerare quasi dovuto il raggiungimento del massimo benessere possibile, possibilmente senza sacrifici, rinunce o attese. La distinzione tra ciò che sarebbe auspicabile ottenere e ciò che si può ragionevolmente pretendere tende così a scomparire.
Naturalmente desiderare una vita migliore è legittimo, così come pretendere condizioni dignitose e opportunità concrete per costruirsi un futuro. Ma esiste una differenza sostanziale tra garantire a tutti le condizioni per vivere dignitosamente e immaginare che la società debba assicurare a ciascuno il livello di benessere al quale aspira. Quest’ultimo dipende anche dalle risorse disponibili, dalle capacità individuali, dall’impegno e dalle inevitabili circostanze della vita.
È qui che emerge una delle contraddizioni più evidenti del dirittismo. Si pretende dallo Stato tutto ciò che torna utile, salvo considerarlo un nemico quando chiede il rispetto delle regole. Si invocano le istituzioni quando devono garantire qualcosa e se ne contesta l’autorità quando impongono limiti. Il senso critico, anziché aiutare a distinguere ciò che è ragionevole da ciò che non lo è, viene piegato alla necessità di giustificare qualsiasi pretesa.
Questo atteggiamento richiama una forma di relativismo opportunistico, nel quale i principi cambiano secondo la convenienza di chi li invoca. Una regola è giusta quando tutela i propri interessi e diventa ingiusta quando li limita. La coerenza perde valore e la responsabilità individuale viene progressivamente sostituita dalla ricerca di qualcuno a cui attribuire il peso delle proprie aspettative.
Anche la politica ha contribuito ad alimentare questa mentalità. Promettere benessere è molto più semplice che spiegare come finanziarlo. Parlare di sacrifici, responsabilità e limiti delle risorse non entusiasma nessuno, mentre assicurare che ogni problema possa essere risolto attraverso nuove tutele rappresenta un linguaggio perfetto per raccogliere consenso. Il risultato è una società nella quale gli interessi individuali cercano continuamente di trasformarsi in pretese collettive, possibilmente a carico di qualcun altro.
A complicare le cose interviene una cultura del consumo che ha trasformato il desiderio in necessità e la soddisfazione immediata in parametro del successo personale. I modelli proposti dai social alimentano aspettative spesso scollegate dalle possibilità reali, facendo apparire ordinario ciò che ordinario non è. Quando la realtà non corrisponde a queste rappresentazioni, la frustrazione rischia di trasformarsi in rivendicazione, come se la mancata realizzazione di un desiderio costituisse automaticamente un’ingiustizia sociale.
Il danno più profondo è culturale, perché questa mentalità finisce per svalutare ciò che ha consentito alle generazioni precedenti di costruire buona parte del benessere di cui oggi disponiamo: lavoro, risparmio, perseveranza e capacità di rinunciare a qualcosa nel presente per ottenere qualcosa di più importante nel futuro. Non significa idealizzare il passato, ma riconoscere che nessuna società può continuare a distribuire ricchezza e opportunità senza interrogarsi su come vengano prodotte.
Sarebbe naturalmente sbagliato attribuire ai giovani tutte le responsabilità di questa trasformazione. Molti si confrontano con salari insufficienti, precarietà e difficoltà concrete nel costruire una propria indipendenza economica. Ma proprio queste condizioni rendono ancora più importante distinguere le rivendicazioni fondate dalle aspettative irrealistiche, evitando che l’insoddisfazione individuale finisca per confondersi con i problemi strutturali.
Il dirittismo, in definitiva, rappresenta una concezione immatura della cittadinanza, nella quale si pretende di beneficiare di una società organizzata senza accettare pienamente gli obblighi necessari a mantenerla tale. Una mentalità che rischia di cancellare la distinzione tra bisogno e desiderio, tra giustizia e privilegio, tra libertà e insofferenza verso qualsiasi limite.
Abbiamo trasformato il desiderio in una necessità, la necessità in una pretesa e il sacrificio personale in un’ingiustizia. E continuiamo a comportarci come se questo meccanismo potesse funzionare indefinitamente.
Ma il benessere non nasce dalle rivendicazioni. Nasce dalla capacità di una società di produrre ricchezza, creare opportunità e assumersi responsabilità. Perché se tutti pretendono la fetta più grande della torta, prima o poi qualcuno dovrà ricordare loro che quella torta bisogna anche prepararla.
A volte arrivo persino a pensare che le guerre, pur nella loro immane tragedia, finiscano per produrre una brutale forma di igiene mentale collettiva, riportando gli individui a distinguere ciò che è veramente indispensabile da ciò che è soltanto preteso. Ed è desolante pensare che possa essere necessaria una catastrofe per restituire a una società il senso della realtà, della misura e delle proprie responsabilità.
Piero Terracina

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