
Per oltre quarant’anni la Repubblica islamica ha coltivato e diffuso l’immagine di una fortezza. Un sistema chiuso, impenetrabile, costruito su controllo capillare, apparati di sicurezza onnipresenti e un potere politico saldamente ancorato all’ideologia.
Negli ultimi anni quella rappresentazione ha iniziato a sgretolarsi; le operazioni attribuite ai servizi israeliani all’interno dell’Iran non sono episodi isolati né incidenti occasionali. Se osservate nel loro insieme compongono una sequenza coerente di operazioni mirate che hanno colpito il cuore stesso dell’apparato strategico iraniano. Il quadro che emerge è chiaro: strutture considerate tra le più protette del paese sono state penetrate più volte.
Il caso più emblematico resta il furto dell’archivio nucleare iraniano. Un’operazione che, per modalità e risultati, ha assunto quasi i contorni di un’azione cinematografica. Un gruppo di agenti riesce a entrare in un deposito alla periferia di Teheran, apre decine di casseforti e porta via tonnellate di documenti, dischi rigidi e dossier relativi al programma nucleare militare iraniano. Quel materiale, migliaia di pagine di documenti classificati, esce dal paese e finisce all’estero senza che l’operazione venga fermata.
Un’azione di questo tipo non è concepibile senza una rete di supporto interno o senza una conoscenza estremamente dettagliata delle strutture di sicurezza.
A questo episodio si aggiunge l’eliminazione di Mohsen Fakhrizadeh, la figura scientifica più importante legata allo sviluppo nucleare militare iraniano. L’operazione che ha portato alla sua morte è stata preparata con un livello di pianificazione e precisione che ha inevitabilmente sollevato interrogativi sulla capacità di penetrazione delle reti di intelligence straniere all’interno del paese.
Nel frattempo anche le infrastrutture nucleari sono diventate bersagli ripetuti di sabotaggi. Il sito di Natanz è stato colpito più volte da esplosioni e operazioni clandestine che hanno distrutto centrifughe e rallentato il programma di arricchimento dell’uranio.
Di fronte a una sequenza di eventi di questo tipo, all’interno del sistema politico iraniano è emersa una domanda inevitabile: come è possibile che operazioni di tale portata riescano a realizzarsi nel cuore di uno degli apparati di sicurezza più rigidi del Medio Oriente?
In un sistema politico fondato sul controllo e sulla sorveglianza, ogni fallimento di sicurezza genera automaticamente il sospetto di infiltrazioni o tradimenti interni. Non sorprende quindi che, ciclicamente, emergano sospetti e accuse anche nei confronti di figure di alto livello dell’apparato militare e di sicurezza.
Tra i nomi che talvolta circolano in queste speculazioni compare anche quello di Esmail Qaani, comandante della Quds Force, l’unità dei Pasdaran incaricata delle operazioni esterne. Non esistono attualmente prove ufficiali che indichino infiltrazioni a quel livello, ma la frequenza e la precisione delle operazioni nemiche alimentano inevitabilmente il clima di sospetto.
Il problema, tuttavia, appare più strutturale che personale, il sistema di potere iraniano non è monolitico. Al suo interno convivono diversi centri di potere: il clero politico, i Pasdaran, i servizi di sicurezza e le reti economiche legate al regime. Si tratta di un equilibrio complesso, attraversato da rivalità, competizioni e tensioni interne.
In un contesto simile ogni frattura può trasformarsi in una vulnerabilità. Ogni rivalità può aprire uno spazio che un servizio di intelligence straniero è in grado di sfruttare.
Negli ultimi anni Israele ha costruito un sistema di raccolta informazioni sull’Iran estremamente sofisticato, fondato su una combinazione di intelligence umana, tecnologia, operazioni cyber e infiltrazioni mirate. Operazioni che spesso richiedono anni di preparazione e che vengono portate a termine solo quando tutte le condizioni sono favorevoli.
Il risultato tuttavia è un paradosso sempre più evidente: la Repubblica islamica continua a presentarsi come una fortezza ideologica e militare, ma gli eventi degli ultimi anni suggeriscono che quella fortezza non sia impermeabile come il regime vorrebbe far credere.
Quando un sistema di sicurezza viene penetrato ripetutamente, la domanda che inizia a circolare nei corridoi del potere non riguarda più soltanto il modo in cui è stata condotta l’operazione.
La domanda diventa un’altra: Chi ha aperto la porta?
Piero Terracina

Lascia un commento