
Mentre l’Italia intera si preparava a stendere i tappeti rossi per i festeggiamenti istituzionali del 2 giugno, a tirare a lucido le piazze delle grandi città e a riempirsi la bocca di parole altisonanti come “Repubblica”, “Costituzione democratica” e “diritto fondamentale al lavoro”, in un lembo dimenticato di terra calabrese, proprio sui confini naturali con la Basilicata, si consumava uno degli orrori più brutali, feroci e disumani degli ultimi anni. Quattro giovani braccianti agricoli sono stati arsi vivi all’interno di un minivan fatiscente, lasciato parcheggiato presso un distributore di carburante isolato lungo la Statale 106, un’arteria stradale già nota alle cronache per troppi drammi, ma che oggi si trasforma nel teatro di una vera e propria esecuzione di stampo mafioso.
Questi ragazzi non chiedevano privilegi, non avanzavano pretese irragionevoli; chiedevano semplicemente dignità, un briciolo di rispetto e il formale riconoscimento del proprio lavoro quotidiano. Raccoglievano le fragole, quelle che con tanta disinvoltura finiscono sui banchi dei nostri supermercati e sulle nostre tavole patinate, e lo facevano per pochissimi euro al giorno, piegati in due per dodici ore consecutive sotto un sole che in questi territori comincia già a farsi spietato e soffocante. La loro unica colpa, l’errore fatale che ha armato la mano degli aguzzini, è stato quello di aver osato alzare la testa per pretendere ciò che spetta di diritto e di fatto a ogni essere umano sulla terra, rompendo il patto di sottomissione totale imposto dai nuovi padroni della terra.
L’inferno si è scatenato nelle ultime ore del 1° giugno, quando il silenzio della campagna è stato squarciato dai fumi di un rogo doloso. Le telecamere di videosorveglianza della zona, analizzate febbrilmente dagli inquirenti, hanno ripreso una scena disumana e agghiacciante: le portiere del minivan sono state deliberatamente bloccate dall’esterno per impedire ogni via di fuga, il liquido infiammabile è stato gettato con metodica lucidità dentro l’abitacolo e le fiamme hanno avvolto tutto in pochissimi istanti, trasformando il mezzo in una trappola mortale. Una vera e propria esecuzione firmata dalle regole non scritte del terrore rurale.
A dare l’allarme e a permettere una rapidissima svolta nelle indagini è stato l’unico scampato alla strage, il trentacinquenne afghano Taj Mohammad Alamyar, riuscito miracolosamente a salvarsi sfondando un finestrino posteriore un attimo prima che il fuoco sbarrasse ogni uscita. Ai carabinieri, tra le lacrime e con vistose ustioni su braccia e torace, ha raccontato i dettagli di un sistema di sfruttamento feroce e strutturato, fatto di pistole puntate, coltelli usati per intimidire, minacce costanti e pagamenti sistematicamente negati per oltre un mese: «I soldi non ce li davano. Il cibo sì, la casa sì, ma il rispetto e i soldi mai». Ora il giovane, testimone chiave di un’inchiesta per omicidio plurimo pluriaggravato coordinata dalla magistratura cosentina, è stato posto sotto stretta protezione e trasferito in una località segreta. Nel frattempo, la dolorosa attività di riscontro scientifico ha dato un nome e un volto ai quattro corpi carbonizzati, ragazzi giovanissimi di età compresa tra i 19 e i 29 anni: tre erano di nazionalità afghana, Amin, Ullah e Safi, mentre il quarto era un ragazzo pakistano di nome Waseem. I due aguzzini ed esecutori materiali dell’attacco, rintracciati e fermati poche ore dopo a Villapiana con accuse pesantissime, sono due cittadini pakistani di 31 anni che gestivano direttamente la logistica, i trasporti e gli alloggi di fortuna della manodopera. È quasi certo che i due muovessero le fila per conto del caporalato più spietato e verticistico della zona, un sistema militarizzato e interamente gestito dalle mafie locali, muovendosi secondo una logica che evoca tragicamente quella dei kapò di Auschwitz: la mentalità aberrante di chi, pur condividendo spesso la stessa condizione di sradicamento o di vulnerabilità delle vittime, accetta di farsi carnefice per conto dei clan, perseguitando e schiacciando i propri simili pur di garantirsi un briciolo di cinico profitto e di potere all’interno di un lager a cielo aperto.
La tragedia di Amendolara squarcia l’ennesimo velo di ipocrisia collettiva che avvolge il comparto agroalimentare del nostro Paese. Il caporalato non può più essere derubricato a un fenomeno marginale di “lavoro nero” rurale, disorganizzato o folkloristico; al contrario, siamo di fronte a un sistema criminale tentacolare, un’industria illegale perfettamente strutturata che fattura miliardi di euro sulla pelle degli ultimi della terra e che, specialmente in territori ad alta densità mafiosa come la Calabria e il resto del Mezzogiorno, prospera con il beneplacito, la complicità o la partecipazione diretta delle cosche della ’ndrangheta e delle reti della criminalità transnazionale.
C’è un errore di prospettiva enorme, quasi ideologico, che la politica nazionale e l’opinione pubblica continuano colpevolmente a commettere da anni: quello di pensare che lo sfruttamento nei campi sia una piaga sociale legata esclusivamente all’immigrazione clandestina o alla gestione dei flussi migratori. Non è affatto così. Il caporalato e la moderna schiavitù agricola colpiscono senza dubbio i migranti più vulnerabili e privi di tutele legali, ma stanno progressivamente fagocitando anche migliaia di giovani italiani. Si tratta di ragazzi senza prospettive concrete, schiacciati dalla disoccupazione cronica del Mezzogiorno e dalla mancanza di alternative, disposti ad accettare paghe da fame e condizioni degradanti pur di portare a casa qualcosa a fine mese. Il sistema criminale non guarda in faccia la nazionalità: si nutre unicamente del bisogno, della disperazione e della vulnerabilità sociale, indipendentemente dal colore della pelle del lavoratore.
Ciò che fa altrettanto orrore rispetto alle fiamme divampate ad Amendolara è il silenzio assordante che è seguito nei giorni successivi alla strage. Il 2 giugno le istituzioni hanno sfilato in pompa magna, le massime cariche dello Stato hanno parlato diffusamente di patria, di democrazia e di una faticosa ripartenza economica. Eppure, su quei quattro corpi carbonizzati a pochissimi chilometri di distanza dalle piazze dei comizi, lo spazio concesso nei palazzi della politica e nei palinsesti televisivi principali è stato millimetrico, quasi impercettibile. Tutto è passato in sordina, sepolto sotto la polvere della convenienza politica, come se si fosse trattato di un banale “incidente di percorso” avvenuto in una terra considerata a torto di nessuno e priva di importanza strategica.
Ci stiamo abituando a vedere morire gli altri nella più totale, gelida e disarmante indifferenza, scivolando giorno dopo giorno in quella palude etica descritta con spietata lucidità da Fëdor Dostoevskij nelle sue Memorie dalla casa dei morti, quando scriveva che l’uomo è un essere che si abitua a tutto, e che questa è forse la condanna più lucida che si possa fare dell’essere umano. Ma questa straordinaria capacità di adattamento e assuefazione al dolore altrui somiglia sempre di più a una forma di imperdonabile vigliaccheria collettiva: se tolleriamo che quattro ragazzi muoiano bruciati vivi per il prezzo di una cassetta di fragole senza che l’intero Paese si fermi sdegnato, allora significa che siamo ufficialmente di fronte al fallimento della nostra stessa civiltà, all’erosione dei nostri valori democratici e alla fine irrevocabile della nostra umanità.
La criminalità organizzata e le mafie economiche che gestiscono militarmente l’agroalimentare sono insidiose, subdole e camaleontiche. Si nascondono dietro una fitta nebbia di subappalti opachi, aziende agricole di facciata apparentemente regolari e baraccopoli invisibili agli occhi di chi decide deliberatamente di non guardare. Come ha ribadito con forza e fermezza il segretario generale della CGIL, Maurizio Landini, non basta più la retorica dell’indignazione a tragedia avvenuta, né servono i tweet di cordoglio sbiaditi; serve che lo Stato metta finalmente in campo una vera e propria strategia di contrasto stabile a partire dall’applicazione rigorosa e dal rispetto inflessibile della legge 199 contro il caporalato, uno strumento normativo rigoroso e all’avanguardia che però rischia di rimanere una splendida lettera morta senza un radicale e immediato potenziamento degli ispettorati del lavoro su tutto il territorio nazionale.
Questo monitoraggio non può più essere saltuario, emergenziale o limitato alle grandi retate, puramente spettacolari e ad uso e consumo dei media, ma deve tradursi nell’istituzione di presidi di legalità permanenti, strutturati capillarmente luogo per luogo e attivi ventiquattr’ore su ventiquattro. Strutture capaci di controllare fisicamente le strade provinciali, i trasporti dei braccianti che avvengono nel cuore della notte o alle prime luci dell’alba e i canali reali di reclutamento della manodopera. Solo presidiando fisicamente e quotidianamente i territori e le piazze in cui avviene l’ingaggio dei braccianti si può sperare di spezzare la catena del ricatto economico prima che questa rappresentazione drammatica dello sfruttamento disumano si normalizzi, stabilizzandosi e diventando del tutto sistemica all’interno del nostro modello produttivo.
Allo stesso tempo, l’azione di contrasto e di indagine non può e non deve fermarsi ai semplici campi di raccolta o ai caporali di basso livello, ma deve risalire con coraggio la filiera commerciale per andare a colpire i nodi nevralgici della grande distribuzione organizzata. Sono i giganti del settore alimentare e i grandi marchi che, attraverso il meccanismo delle aste al doppio ribasso, impongono prezzi d’acquisto del tutto insostenibili per le materie prime, strozzando i piccoli e medi produttori locali e costringendoli, in una perversa catena di sopravvivenza economica, a scaricare l’enorme differenziale dei costi sull’ultimo, indifeso e sacrificabile anello della catena: il lavoratore sul campo. La strage di Amendolara non può e non deve essere archiviata come l’ennesima tragedia annunciata da dimenticare nel giro di una settimana. Quei quattro giovani cercavano solo dignità; l’unico modo per rendergliela, adesso, è fare in modo che la politica, a partire dall’esecutivo in carica, imponga le regole del mercato e la forza inflessibile della giustizia per radere al suolo, una volta per tutte, il sistema criminale che li ha uccisi.
Antonio Laraia

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