Le istanze dirigiste, redistributive e corporative sono saldamente iscritte nella storia del nostro Paese e delle sue dominanti culture politiche, sono un magma trasversale al quale non si può reputare estraneo, neppure il giovane Renzi.
E’ stato Marchionne, dal meeting di Cernobbio – con il particolare risalto giornalistico che si dà alle sue parole -, a disegnare i contorni dell’unica sfida che dovrebbe ingaggiare l’Italia revisionando in alcuni (e forse neppure pochi) anni il proprio vieto, costoso e vieppiù inefficiente ordinamento: “asciugare” lo Stato, diminuirne la consistenza e il perimetro, dare più libertà agli individui, perché così si rimette in moto un ciclo economico virtuoso e si intraprende una stagione di sviluppo. Come sovente accade in situazioni di crescente avvitamento – quale quella attuale, tutta giocata sulla alternativa fasulla, veramente da uomini sciocchi e irresponsabili, tra rigore e spesa – la soluzione è un concetto di una semplicità disarmante, al limite del banale. Così familiare al liberalismo ‘pop’ del Tea Party Italia (tra le poche voci, mi pare, tutte extra-parlamentari che da anni predicano in tal senso) e così radicato in una gloriosa e (a mio avviso) tutt’altro che conchiusa tradizione di pensiero, che gli dà profondità filosofica ed etica, oltre che dignità politica.
Qualunque volontà di cambiamento è destinata ad infrangersi nelle asperità del tragitto se non è animata da una visione strategica, da un orizzonte di lungo corso che alimenti negli individui, da un lato la consapevolezza delle difficoltà contingenti e prossime, dall’altro una prospettiva e fiducia negli esiti di media e ultima istanza.
E’ questa ragione coagulante che manca al programma riformatore di Matteo Renzi, che finora si è attirato molte critiche su questa e su quella proposta (peraltro di dubbia, ove non nulla consistenza e incisività) ma raramente è stato attaccato nel punto più vulnerabile della sua apparentemente indistruttibile (“andremo fino in fondo, a qualunque costo”) corazza: la mancanza di un disegno complessivo. Che è quanto non consente di intravvedere nel premier – che certamente ha doti di leader – la minima traccia dello statista.
Bisogna anche riconoscere, nondimeno, che l’input del manager italo-canadese è ingenuo: perché l’attuale premier, che è anche il capo di un partito saldamente inserito nel gruppo socialista a livello UE (ed a maggior ragione dopo i risultati delle europee, le rinnovate intese con quel portento di fallimenti che è Hollande e la nomina di Mogherini a Vice-Presidente della Commissione), dovrebbe raccogliere una sfida che neppure i legittimi detentori del marchio liberaldemocratico osano, non dico lanciare, ma neppure immaginare? Sfida che in Italia gli stessi partiti di centrodestra si guardano bene dall’imbastire, non solo per limiti culturali ma anche per precisi calcoli politici?
Le istanze dirigiste, redistributive e corporative sono saldamente iscritte nella storia del nostro Paese e delle sue dominanti culture politiche, sono un magma trasversale al quale non si può reputare estraneo, fino a prova contraria (vera probatio diabolica, va detto), neppure il giovane Renzi.
Coltivare illusioni, si sa, è tempo perso – oltre che esercizio insano. E poi già sarebbe un passo avanti se chi oggi ha il potere di cambiare le cose volesse farlo comunicando con chiarezza dove vorrà arrivare – ovunque sia quel ‘dove’ – eppoi anche come – posto che nelle modalità si celano sovente dettagli che contano. Forse (ancora) non lo sa neppure lui.

Ottima analisi. Non solo Renzi non si sottrarrà all’imperante moda dirigista e statalista ma, depurando la politica e l’amministrazione italiana da alcuni riti vietero-sovietici, modernizzerà lo statalismo e il dirigismo fino al punto da renderlo accettabile ai più. Per chi crede negli ideali liberali sarà l’ennesima delusione, non feroce come quella messa in campo da Berlusconi, ma ugualmente pesante da sopportare. Viene quasi da ridere a pensare a tutti quelli che nel campo moderato hanno guardato con fiducia all’ex sindaco di Firenze. Ma questo, purtroppo, e’ quello che passa il convento.
Mi associo a questa Sua integrazione – tranne che per il termine “delusione”: la speranza, almeno per me, era morta sul nascere.