
E così, nel grande teatro dell’assurdo che chiamiamo Medio Oriente, è arrivato l’ennesimo pezzo di carta. La proposta di Washington è sul tavolo di Teheran, passata dalle mani felpate dei diplomatici a quelle del presidente Pezeshkian e del suo ministro Araghchi. Un dispaccio ufficiale per fermare una guerra che divora la terra e le coscienze. Ma prima ancora che l’inchiostro occidentale possa asciugarsi sotto il sole spietato della Persia, ecco che si leva il solito urlo, il solito ruggito d’orgoglio ferito e teocratico: “Il nemico sappia che l’era del mordi e fuggi è finita”.
Ci risiamo. C’è qualcosa di tragicamente immutabile nel linguaggio del potere arabo e persiano, un’ossessione per l’onore che scambia il compromesso per codardia e la prudenza per insulto. Gridano che sono pronti a lanciare i loro missili, che l’America non può colpire e poi ritirarsi al sicuro dietro i suoi oceani, che se l’Occidente osa sfiorarli, la punizione sarà apocalittica. Parlano come se la storia si fosse fermata al millenovecentosettantanove, come se il mondo intero dovesse piegarsi ai loro editti divini o ai loro ricatti sullo Stretto di Hormuz.
Dall’altra parte della scacchiera c’è l’America di Donald Trump, un impero distratto e pragmatico che risponde con la freddezza di un mercante di cavalli. Trump ha già fatto sapere che se Teheran offre tregue di sette giorni è solo perché “sta perdendo in modo clamoroso”. Un dialogo tra sordi, insomma. Da un lato il cinismo muscolare dell’Occidente, dall’altro il fanatismo retorico dell’Oriente.
Cosa cercano davvero questi signori della guerra barbuti quando dicono che il “mordi e fuggi” è finito? Cercano il rispetto che non sanno guadagnarsi con la libertà dei loro cittadini, o cercano semplicemente la provocazione finale? Si illudono che un blocco navale o una pioggia di droni bastino a cancellare la superiorità tecnologica di un nemico che disprezzano ma di cui imitano, tragicamente, la ferocia.
La verità, amara e limpida come il vento del deserto, è che dietro queste minacce altisonanti si nasconde la solita, vecchia paura. La paura di un regime che sa di essere fragile, che si aggrappa alla grammatica del terrore per non mostrare le proprie crepe. Accettano la proposta diplomatica con una mano, ma con l’altra accarezzano i pulsanti dei caccia e dei missili, quasi a voler convincere se stessi, prima ancora che il mondo, di essere ancora i padroni del proprio destino.
L’era del mordi e fuggi sarà anche finita, d’accordo. Ma l’era dell’ottusità, quella non finisce mai.
Giuseppe Basilico

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