Asserisce di essere convinto sostenitore dell’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti e rincara la dose annunciando che sarebbe un “gigantesco autogol” se non si riuscisse a chiudere l’intesa. Già l’anno scorso, proprio di questi tempi, Renzi aveva d’altra parte detto che non è possibile che gli Stati Uniti arrivino ad un accordo con l’Estremo Oriente e che l’Europa invece tentenni e balbetti sul TTIP.
Insomma, Matteo non è d’accordo con i cugini francesi ma è in piena sintonia con Angela Merkel che proprio qualche ora fa ha ribadito il suo “sì” al Trattato, prevedendo che esso porti tra l’altro a una maggiore occupazione lavorativa (secondo alcune stime riportate dalla stampa, ma a dire il vero non bene identificate, il Transatlantic Trade and Investment Partnership potrebbe in effetti sbloccare 100 miliardi di dollari l’anno e creare numerosi posti di lavoro sia in Europa che negli Usa).
Dice ancora la cancelliera che altro effetto del libero scambio sarebbe quello di portare i prodotti a “standard qualitativi di valenza globale”. Non c’è dubbio. Ma potrebbe trattarsi di una standardizzazione qualitativamente al ribasso (né ci consola il detto “mal comune mezzo gaudio”). Ed è proprio questo che preoccupa, soprattutto per gli alimenti: la sicurezza e la qualità di quel che beviamo e mangiamo, perché l’intesa con l’USA indebolirebbe il “principio di precauzione” vigente in Europa in relazione all’ingresso sul mercato dei nuovi prodotti ed eliminerebbe le sanzioni in caso di illeciti contro il territorio e l’ambiente (non a caso l’organizzazione ambientalista Greenpeace ha appena messo in rete dei documenti che mostrano come Washington avrebbe fatto pressioni su Bruxelles, affinché allentasse le norme europee a protezione dell’ambiente e dei consumatori).
Ma torniamo a Renzi e al suo conclamato favore ad aprire questi nuovi spazi.
Forse ha ragione o forse no ma quel che è certo è che sull’argomento, a fronte di interessi in gioco che sono forti e in cui la posta è alta, manca del tutto la comunicazione istituzionale e solo poca stampa informa i cittadini, che ne sono i primi destinatari, dando quelle frammentarie notizie che si hanno.
Il mutamento di un modello socio-economico di così vasto respiro e l’ingresso di una nuova politica di sviluppo non possono invece passare senza la partecipazione della popolazione.
Ed è un paradosso che questo difetto di trasparenza venga da un Governo che ancora non ha finito di vantarsi per avere introdotto negli appalti un istituto del tutto nuovo di derivazione transalpina, il c.d. debat public, con il quale viene istituzionalizzato il coinvolgimento e la partecipazione delle comunità locali dei territori interessati dalla realizzazione di grandi progetti infrastrutturali e di architettura di rilevanza sociale aventi impatto sull’ambiente, sulla città o sull’assetto di un territorio.
Un dubbio è però legittimo: il favore manifestato da Renzi verso l’intesa con gli Stati Uniti è genuino? O invece – siccome tordo non è – formalmente accondiscende alle mire di Obama, il cui mandato volge al termine, ma nella consapevolezza che l’Europa non è pronta a tale accordo e che quindi non si arriverà mai (almeno in tempi brevi) alla formalizzazione di questo patto tra continenti?
Insomma, quanto a Renzi: siamo di fronte a un’altra manifestazione del suo spesso incauto “decisionismo” o sta facendo il gioco delle tre carte?
Intanto le manifestazioni di protesta si susseguono, anche a Roma, con rappresentanze di associazioni di produttori, di lavoratori dei settori che si sentono potenzialmente lesi e di consumatori.
Proteste più che legittime ove si tenga conto che, come già scritto, il trattato prevede anche l’inversione del principio di cautela, ossia la possibilità di commercializzare un prodotto finché non si scopre che è pericoloso, come succede già in America, a dispetto dei controlli di salubrità che attualmente per legge devono essere effettuati in Europa.

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