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Liberista, statalista, secessionista, meridionalista: scegli il Tremonti che preferisci

di Andrea Bitetto | 2 Aprile 2012

Leggiamo la notizia del ritorno di Giulio Tremonti alla politica. In realtà, l’ex super ministro dell’Economia dalla politica non se ne era mai andato. Ma il ritorno di scena è sfolgorante e, pare, ricco di novità.

Di fronte ad una platea infarcita di nostalgici del socialismo, o meglio del craxismo, Tremonti ha rispolverato le proprie radici, più politiche che culturali, tanto da dividere il mondo in due schiere: da un lato il male (i liberisti), dall’altro il bene (gli anti-liberisti). Inutile sottolineare che Tremonti si sia autopromosso nella seconda schiera, dichiarando la propria fede socialista.

Completando così una piroetta iniziata ancor prima degli albori della seconda repubblica, che ha raggiunto proprio in questi giorni la sua maggior età.
Perché di super Giulio si conosce oramai tutto: brillante tributarista, si affacciò al mondo politico tra i cosiddetti Reviglio boys (tra i quali Alberto Meomartini e Domenico Siniscalco), tutti accomunati dal credo socialista, ovviamente riformista.
Ma la vera svolta per Tremonti avvenne nel 1994, quando non solo si candidò nelle file del Patto per l’Italia di Mariotto Segni (e venne eletto), ma aveva collaborato a scriverne, assieme al prof. Mario Baldassarri allievo di Franco Modigliani, il programma economico.

Ed in campagna elettorale il brillante Giulio sparava ad alzo zero contro le ricette economiche, a parole manchesteriane e thatcheriane, dell’Achille Lauro della Brianza.

Il dissidio tra i due futuri protagonisti dell’era berlusconiana durò poco: dopo le elezioni del 27 marzo 1994, a Tremonti si deve il primato del salto della quaglia. E divenne d’un tratto Ministro delle Finanze.

L’unione non fu certo un matrimonio di interessi. E nemmeno una mera collaborazione istituzionale: Tremonti, come ha confermato lui stesso poche ore fa, ha sempre avuto in uggia “il governo dei migliori”, e non avrebbe concepito un contributo da asettico tecnico.

Egli fu, infatti, un vero e proprio ideologo di quella strana emulsione che fu il berlusconismo prima maniera: un misto tra monopolismo economico, giacobinismo politico, pseudo-garantismo giudiziario, e thatcherismo propagandistico. Quest’ultimo talmente propagandistico da non partorire una – una! – privatizzazione degna di menzione.
Si fece al punto coinvolgere, da teorizzare i tratti dello Stato criminogeno, in linea con la più divulgata, e crediamo assai poco letta, letteratura anarco-capitalista d’oltre-Oceano. In quella fase del Tremonti pensiero non vi era compito che se svolto dallo Stato non fosse destinato al fallimento, tanto da confidare la più cieca fiducia nella imperscrutabile mano invisibile del privato.

Non ci meravigliammo molto, al tempo: il vento culturale tirava in quella direzione, e Tremonti era pur sempre l’anello di congiunzione, politica, tra il forzismo ed il leghismo, il cui tratto comune non era l’individualismo liberale, ma il ribellismo anarcoide contro qualsiasi dovere, in primis tributario. Ed in questo, il superbo fiscalista aveva molto da insegnare, avendo fatto la gioia, come professionista, di fior fior di clienti.

La parabola di Tremonti toccherà, poi, nuove vette con lo smascheramento del “buco” di bilancio lasciato dai governi delle Sinistre (lui che con la sinistra aveva avuto un rapporto tutt’altro che platonico). Un modo elegante per poter giustificare il mancato rispetto delle sue promesse elettorali (riduzione delle tasse, in omaggio alla famigerata curva di Laffer, magari pure la flat-tax, l’aliquota uguale per tutti).

E prima di scoprirsi colbertiano, e quindi pronto al ritorno di fiamma per le giovanili passioni socialiste, Tremonti vestì i panni della fattucchiera di bilancio, re-inventando la “finanza creativa”, vecchia abitudine, non solo sua, di mostrare nelle pieghe del grande libro del debito pubblico, i miracoli del gioco delle tre carte. Abile, abilissimo, nello sfruttare uno dei difetti della matematica che, come diceva Ricossa, si presta ai colpi bassi. C’è, infatti, un «terrorismo matematico», che consiste nello spaventare l’avversario sparandogli contro raffiche di cifre, saldi, equazioni, derivate, integrali, logaritmi, matrici, teoremi e corollari.

In evoluzione permanente, Tremonti si riscoprì sedicente discepolo financo di Quintino Sella, ma non fu mai, come invece troppi socialisti sopravissuti al tracollo del PSI, una coscienza a nolo. Tremonti non ha mai avuto bisogno di far politica per campare, anzi. Anche se il suo distacco dal denaro non deriva da un malcelato atteggiamento aristocratico, ma da un borghesissimo (che detto da noi non può suonare come insulto) compiacimento per il proprio merito e dalla consapevolezza di essersi, lui sì, fatto da sé.

Tremonti, l’ex gran borghese della destra berlusconiana, non è però quel genere di borghese alla Tommaso Moro, votato al martirio, «decapitato (scriveva Mario Praz) per tener fede alla propria coscienza», contro l’acquiescenza, «che Enrico VIII, il re toro, pretendeva non già per motivi religiosi, ma solo per poter ripudiare una vacca in favore di un’altra». Tremonti si dimostra molto più il genere di borghese avventuriero, come avventuriero fu il Casanova, di cui il principe di Ligne diceva «è fiero perché è nulla». Quel genere di fierezza che lo porterebbe ad esclamare, nel tentativo di giustificare le sue conversioni e successive ri-conversioni culturali, che «l’uomo nelle sue relazioni intime e morali non deve conto delle sue azioni se non a sé stesso quaggiù, e dopo morte a Dio». Gli unici giudizi ai quali Tremonti crede di dover sottostare, perché lui certo non ha mai avuto la necessità di far ricorso ai ritagli ed alle foto ritoccate care alla Enciclopedia sovietica. Convinto com’è di esser sempre rimasto coerente con sé stesso.
E pronto a ricostruirsi una carriera politica facendo premio sulla memoria corta degli italiani.

Pubblicato in : Primo piano

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